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I giovani e la politica italiana: conversazione con Jacopo Scandella (Pd)

I giovani e la politica italiana: conversazione con Jacopo Scandella (Pd)

Oggi l’Osservatorio inaugura una serie di incontri con giovani esponenti del mondo politico italiano provenienti da tutte le principali forze istituzionali. L’obiettivo è far comprendere il funzionamento delle istituzioni dal loro interno e presentare i protagonisti del futuro della politica nazionale. Iniziamo questa serie di incontri presentandovi la conversazione tra Amedeo Maddaluno e il 31enne Jacopo Scandella, consigliere regionale lombardo per il Partito Democratico.

Osservatorio Globalizzazione: Jacopo, per cominciare, ci racconteresti un po’ delle funzioni dell’ente Regione? I cittadini sanno che è l’Istituzione che gestisce la loro sanità – e in effetti, se non sbaglio, la spesa sanitaria occupa il 70% del bilancio regionale lombardo. Quali sono però le altre competenze delle regioni italiane a statuto ordinario? Quali i compiti e poteri dei due principali organi, Consiglio e Presidente?

Jacopo Scandella: A livello di bilancio, la spesa sanitaria, socio-sanitaria e quella sociale rappresentano effettivamente quasi l’80% della “torta”, mentre la seconda voce più significativa è quella relativa ai trasporti – sia per quanto riguarda le infrastrutture che i servizi ferroviari e gli autobus. Negli anni la Lombardia ha inoltre investito molto – anche se non sempre bene – sulla formazione professionale, si occupa dei contributi per il diritto allo studio degli alunni e studenti dall’asilo fino all’università, e ancora le attività produttive e il turismo,  una parte sulle politiche energetiche e dei rifiuti, l’agricoltura, i parchi. Poi ci sono competenze legislative decisive anche se non rilevanti a livello di bilancio regionale, penso alla legge urbanistica ed alla quantità e qualità delle ricadute sugli investimenti edilizi nei nostri territori.

L’equilibrio dei poteri tra Consiglio e Giunta è invece decisamente sbilanciato a vantaggio della seconda, che non solo concretizza nel dettaglio le principali scelte politiche (il “potere esecutivo” sui regolamenti di sistema per la sanità, dove e come si fanno gli investimenti nelle infrastrutture, ecc.) ma è anche determinante a livello legislativo: la quasi totalità delle leggi approvate dal Consiglio parte da un Progetto di Legge depositato dalla Giunta, non dai gruppi consiliari.

Osservatorio Globalizzazione: Come sai ci occupiamo di globalizzazione: passiamo quindi dal locale al globale. Le regioni italiane si relazionano solo con Roma o anche con Bruxelles? Fondi di coesione, progetti europei, impatto normativo, infrastrutture: potresti dirci qualcosa in merito?

Jacopo Scandella: La gran parte di quelli che nel dibattito chiamiamo genericamente “fondi europei” sono di fatto risorse del bilancio comunitario che si trasformano poi in bandi e occasioni di finanziamento gestiti dalle Regioni, in primis per la definizione dei criteri di accesso. Il rapporto con Bruxelles quindi è strettissimo dal punto di vista operativo, mentre non si può dire lo stesso per quello politico. Ogni anno il Consiglio regionale si riunisce per una “sessione comunitaria” nella quale si stilano alcune proposte di lavoro per la Commissione europea, ma il tutto si riduce a poche frasi di circostanza. L’impressione è che manchi la capacità di incidere nella fase ascendente, quella nella quale vengono definite le politiche che possono avvantaggiare o meno la competitività dei territori lombardi; detto questo, la quantità di opere e servizi finanziati in Lombardia con risorse europee resta comunque impressionante, senza contare i benefici del mercato unico e dei trattati internazionali stipulati dall’UE per un settore produttivo come il nostro che vive in larghissima parte di export.

Osservatorio Globalizzazione: Le regioni italiane, e parlo di quelle a statuto ordinario, hanno appunto uno statuto, una vera e propria assemblea legislativa, una loro piccola politica estera, una minima autonomia di imposizione fiscale (le addizionali): è giusto affermare che ormai si tratta di veri e propri “stati nello stato” e che questo porti a inevitabili spinte centrifughe o invece è più corretto dire che il federalismo non si sia mai compiuto del tutto e che alle regioni manchi una vera autonomia fiscale e di politica industriale? E soprattutto: una maggiore autonomia sarebbe davvero auspicabile sul piano del controllo dei costi dello stato?

Jacopo Scandella: Le Regioni sono nate come organi legislativi e di programmazione territoriale, per provare ad affrontare le diverse e specifiche problematiche di ogni territorio italiano. Nei fatti, sono diventate molto presenti – anche troppo, a mio parere – a livello amministrativo, gestiscono direttamente una gran quantità di misure che riguardano la vita quotidiana delle persone.

Sul regionalismo ci sono almeno tre cose da dire: che venti regioni sono decisamente troppe e vanno ridotte (i sistemi economici con una loro omogeneità potrebbero addirittura ridursi a tre, il Nord, il Centro e il Sud, con Milano, Roma e Napoli come riferimenti); che c’è stata una grossa confusione normativa a cui bisogna porre rimedio, per la quale le Regioni si occupano di alcune cose di cui non dovrebbero e non si occupano di altre di cui dovrebbero; che l’autonomia di imposizione fiscale (e, quindi, la responsabilità di fronte ai cittadini) è scarsa, con un bilancio regionale che è in larghissima parte vincolato e derivato da altre fonti, Stato in primis. Riguardo invece all’autonomia differenziata, il dibattito è stato giocato purtroppo in ottica egoista e separatista (“ci teniamo i nostri soldi”) quando in realtà, a livello costituzionale, riguardava la devoluzione di competenze. E personalmente, nell’ottica di una definizione più adeguata del “chi fa che cosa” tra i diversi livelli istituzionali, credo che su alcune materie sarebbe assolutamente giustificata.

Osservatorio Globalizzazione: Parliamo della Lombardia. Lo studioso di strategia singaporese Khanna sostiene che il XXI secolo sarà il secolo del ritorno delle città stato, e se guardiamo a Milano città proiettata nella globalizzazione, moderna e iperconnessa, sembra avere ragione (ma lo stesso vale per Parigi, Londra, Barcellona e le altre città globali). Poi però, come nel caso della Brexit o dell’elezione di Trump, è il voto delle campagne e delle “periferie” a decidere le sorti di un paese, e le città risultano essere “giganti economici ma nani politici”. Quindi è vero che non solo c’è una fuga della Lombardia dall’Italia ma della “capitale morale” dalla stessa Lombardia? Città e campagna non sono più complementari, e nulla ci salverà da un futuro di disgregazione?

Jacopo Scandella: Milano oggi è una città che corre. Attrae investimenti, cresce a livello economico, sociale, demografico. Ed è la capitale di un ecosistema fatto di tanti poli – logistici, manifatturieri e non solo – che si sviluppa ben al di fuori della stessa Lombardia, in tutto il Nord Italia. La Regione ha il dovere di aiutare Milano ad essere ancora più attrattiva, agevolando la costruzione di questo sistema di relazioni interregionali (in primis a livello infrastrutturale), ma per evitare quel “futuro di disgregazione” è indispensabile occuparsi seriamente anche di tutti quei territori – le valli in primo luogo – che non sono direttamente investiti dallo sviluppo di Milano ed hanno subìto nell’ultimo decennio un combinato di impoverimento e spopolamento. Ad esempio creando zone a fiscalità di vantaggio che possano riequilibrare una situazione oggi molto precaria e garantendo anche nelle periferie – anche se a livello economico costa qualcosa in più – quei servizi pubblici indispensabili affinché le persone possano pensare di continuare a vivere e lavorare in quei territori.

Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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