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La Corsica contesa: un’isola incompresa nel cuore del Mediterraneo

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La Corsica contesa: un’isola incompresa nel cuore del Mediterraneo

Collocata tra il Mar Ligure e il Mar Tirreno, la Corsica ha rappresentato per secoli un teatro di contesa tra le repubbliche marinare italiane, prima, e tra la Francia e l’Italia, poi. Una posizione strategica e un valore simbolico troppo importanti per Parigi ma troppo rischiosi per Roma. Al di là dell’isola, in gioco c’è il futuro del Tirreno, vero cuore pulsante dell’Italia sui mari.

La Corsica, una terra dimenticata

La Corsica fa parte della regione geografica italiana. L’isola è situata a nord della Sardegna, a ovest della Toscana e a sud della Liguria. Queste tre realtà territoriali nel corso dei secoli hanno impregnato fortemente di italianità la cultura e la lingua corsa, soprattutto la Toscana a causa della sua vicinanza geografica e la Liguria per via della dominazione plurisecolare dell’isola. Gestita dal Banco di San Giorgio, la Corsica è stata destinata dal governo genovese principalmente al rifornimento di legno di castagno da destinare ai cantieri navali, mentre i benefici per l’isola durante questa dominazione sono stati molto limitati. La conformazione geografica e la distribuzione irregolare della popolazione ne hanno da sempre reso difficile il controllo, e questo a lungo andare si è rivelato un elemento di vantaggio per la popolazione corsa.

Le rivolte che hanno caratterizzato la storia corsa sono state avvantaggiate dalla natura aspra del territorio, che ha favorito i piccoli centri e il loro saldamento in legami clanici. Tale premessa è fondamentale per comprendere il motivo per cui sia Genova sia Parigi abbiano fatto molta difficoltà nel controllare la Corsica. La Francia, succeduta a Genova dopo la breve parentesi indipendentista, ha incontrato forti resistenze alla normalizzazione dell’isola, complice anche la differenza linguistica con il resto del territorio metropolitano.

L’incuria a cui è stata condannata la Corsica ne ha fatto una terra d’emigrazione e di banditismo, che da secoli infesta le regioni interne e che ha impedito una normalizzazione della vita politica. La criminalità isolana, con la sua diramazione a Marsiglia, nella seconda metà del Novecento si è estesa fino agli Stati Uniti, dove intratteneva rapporti con esponenti della criminalità italo-americana, sebbene negli ultimi decenni sia stata duramente combattuta. La Francia, tuttavia, a differenza dell’Italia non ha una solida tradizione di repressione della criminalità organizzata e ha fatto più fatica a mettere un argine al fenomeno. L’atteggiamento francese è stato influenzato anche dal fatto che negli anni del secondo dopoguerra i servizi di sicurezza francesi si sono avvantaggiati della criminalità per porre un argine al dilagare dell’indipendentismo corso. Ciononostante, da un lato la Francia ha dovuto combattere il banditismo corso a causa dell’alto numero di omicidi che si verificavano ogni anno e dei risvolti negativi che stavano venendosi a creare a causa del rafforzamento dell’organizzazione, mentre dall’altro lato la causa dell’indipendentismo non è mai stata realmente accantonata dalla popolazione corsa. La strategia francese del divide et impera si è rivelata meno efficace di quanto ci si aspettasse a Parigi.

L’importanza geopolitica dell’Île de la Beauté per Parigi e per Roma

L’instabilità endemica della Corsica ne fa un punto critico nel bacino del Mediterraneo, con le potenze attive nell’area che si sono periodicamente avvantaggiate della condizione di difficoltà dei governi centrali nel gestire l’isola per tentare di ottenere vantaggi dalla posizione geografica favorevole che questa offre.

La Francia ha approfittato della debolezza di Genova, giunta nel Diciottesimo secolo fortemente sclerotizzata, per entrare saldamente nel Mediterraneo centrale, violando quello che fino a quel momento era stato un lago italiano: il Mar Tirreno. Con le basi a poche miglia dalla Toscana e con Roma a pochi giorni di navigazione, Parigi aveva capitalizzato la propria condizione di forza fine-settecentesca per espandere ulteriormente la propria influenza in Europa. In un sol colpo, era divenuta in grado di monitorare i traffici di Firenze, Roma, Genova e Napoli, quest’ultima presente fino al 1801 nell’alto Tirreno con lo Stato dei Presidi.

Nonostante l’Île de la Beauté abbia dato i natali all’imperatore Napoleone Bonaparte, nell’ultima decade del Settecento si ribellò al dominio francese e diede vita all’effimero Regno Anglo-Corso. Protetto dalla marina inglese, Pasquale Paoli cercò di dare forma ad uno Stato svincolato dalla Francia e proiettato verso l’Italia e l’Inghilterra: la prima per via dei solidi legami linguistici e culturali che la legavano alla Corsica, basti pensare che la costituzione corsa fu scritta in lingua italiana, mentre la seconda in quanto unica nazione in grado di offrire una protezione dalla Francia. I tentativi inglesi di ingerire sempre di più nella politica corsa per farne una vera e propria colonia, tuttavia, alienarono al popolo corso le simpatie verso Londra e sul finire del secolo l’isola fu rioccupata dalle truppe francesi.

Sebbene la Francia abbia valorizzato sul piano militare e strategico il possedimento della Corsica, che le garantiva il controllo dei collegamenti tra la metropoli e il Nordafrica, questa ha dovuto far fronte tra l’Ottocento e il Novecento all’emersione del fenomeno dell’irredentismo, che dall’Italia unita si propagava verso l’ultima grande isola del Tirreno ancora fuori dall’orbita di Roma. Durante il fascismo, in particolare, l’Italia ha tentato di sottrarre l’isola alla Francia invadendola nel 1942. L’occupazione, tuttavia, è durata solo un anno a causa della caduta del regime fascista e dello sgombero dei territori occupati per lasciare spazio alle forze della Francia libera, che insieme ad alcuni reparti italiani ha combattuto nel 1943 contro i tedeschi presenti in Corsica, facendone il primo territorio francese in Europa ad essere liberato.

Le ragioni che hanno spinto l’Italia a guardare con preoccupazione alla presenza francese in Corsica sono legate a due ordini di motivi: strategici e ideologici.

Sul piano strategico, la Corsica rappresenta un pugnale puntato verso il cuore dell’Italia, permettendo a Parigi di presidiare l’arco tirrenico che dalle città industriali della Liguria scende fino ai centri siderurgici della Toscana e arriva alla capitale dello Stato, potendo compiere altresì azioni di disturbo ai collegamenti tra la Sardegna e il continente. Nel caso di una Francia ostile, la Corsica assurge quasi naturalmente al ruolo di base logistica di primissimo piano per colpire al cuore il Paese e mettere fuori combattimento i grandi nodi industriali e politici del centro Italia e della Sardegna.

Sul piano ideologico, la spinta che ha guidato il Risorgimento si è basata su due direttrici geopolitiche principali: il raggiungimento dei confini alle Alpi e l’unione di tutti i popoli parlanti dialetti considerati afferenti all’italiano in un unico Stato. Collocandosi da sempre al centro delle principali questioni che hanno interessato lo Stivale, oltre ad essere pienamente inserita nella regione geografica e linguistica italiana, la Corsica è stata considerata fin dall’Unità d’Italia una delle terre irredente da riottenere.

L’occupazione italiana dell’isola durante la Seconda Guerra Mondiale e la propaganda francese nell’immediato dopoguerra volta a screditare gli italiani come oppressori e nemici dei corsi, tuttavia, hanno alienato le simpatie della maggioranza della popolazione della Corsica verso l’Italia. Ad oggi, infatti, sono pochissimi i corsi che ritengono possibile un passaggio dell’isola a Roma, avendo scelto in maggioranza la via dell’indipendentismo.

La forza dell’identità

Isola montuosa abitata da popolazioni fortemente legate alle proprie tradizioni, la Corsica ha saputo respingere e al contempo attrarre le principali potenze del Mediterraneo. La capacità di resistere alle influenze dall’esterno ha fatto sì che dopo oltre duecento anni di dominazione francese la lingua corsa sia ancora oggi largamente compresa e parlata. Ciononostante, si assiste ad una tendenza alla riduzione del numero dei locutori dovuta alla diffusione dei mezzi di comunicazione francesi ed all’immigrazione nella piana di Aleria di numerosi coloni francesi di ritorno dagli ex possedimenti africani.

La pervasività dello Stato francese si è manifestata, oltre che in una tendenza repressiva verso l’uso della lingua corsa fino a pochi anni fa, anche nel sostegno ad una grammatica standardizzata distante dalle regole della lingua italiana per tentare di frapporre un diaframma di progressiva incomunicabilità tra Roma e Ajaccio. La popolazione corsa stessa, come forma di rigetto verso l’Italia, considerata aggressiva e imperialista dopo l’invasione del 1942, ha rimesso in discussione i propri legami linguistici con l’italiano, puntando sul corso come idioma autoctono e privandolo di qualsiasi velleità di legame privilegiato con lo Stivale.

Nonostante i tentativi di resistenza alle influenze esterne siano stati spesso brutali, la popolazione corsa durante i secoli è stata comunque contagiata dalle potenze con cui è venuta in contatto. La presenza di molte seconde case di cittadini francesi del continente, ad esempio, sebbene rappresenti una questione oggetto di polemica politica in Corsica, ha contribuito a diffondere la lingua francese nell’isola. Anche i movimenti indipendentisti isolani, nello svolgimento delle proprie funzioni, ricorrono prevalentemente ad una comunicazione bilingue perché non tutta la popolazione isolana comprende il corso mentre nella Francia continentale la lingua corsa non è né parlata né compresa. Il francese rappresenta, dunque, un mezzo per veicolare messaggi di portata sovra-insulare, mentre il corso sembra relegato al ruolo di lingua strettamente legata alla dimensione locale.

La Corsica ha dimostrato di essere un’isola che rigetta l’idea di venire inglobata in realtà più grandi, rischiando di perdere le proprie specificità. Sebbene la contaminazione culturale sia stata inevitabile grazie al contatto con culture esterne come quella genovese, quella toscana e quella francese, sul piano politico e identitario la Corsica ha sempre percepito sé stessa come qualcosa di diverso rispetto a tutto ciò che la circonda. Un’isola, appunto. Questo concetto, tuttavia, è stato compreso poco e tardi in Italia, Paese che ha ritenuto, per tutta la prima fase della propria esistenza, di doversi fare araldo dell’italianità e, pertanto, di dover redimere le terre cosiddette irredente. Spesso, non tenendo adeguatamente in considerazione la volontà dei popoli verso i quali si andava ad approcciare. La Francia, d’altro canto, ha annesso un’isola che fin dall’inizio sapeva essere distante da sé per lingua e tradizioni. Purtuttavia, il ruolo di potenza che Parigi gioca nel Mediterraneo dipende in parte anche dal possesso di questo territorio, che la proietta direttamente nel Tirreno e che le consente di ridurre la preminenza italiana nel settore centrale del bacino.

La cultura corsa è una cultura italiana, la lingua corsa anche. Ma la Corsica, pur non volendo essere francese, non è detto che voglia essere italiana. La storia le ha insegnato che le dominazioni esterne sono, appunto, dominazioni, e che i benefici per l’isola sono limitati. È ora che Parigi e Roma imparino a convivere con questa terra indomabile, in quella che è possibile definire come l’anomalia corsa.

Laureato magistrale in Studi Internazionali all’Università “L’Orientale” di Napoli con una tesi sull’idroegemonia nel bacino del Syr Darya. Attualmente iscritto al Master di I livello in Sviluppo sostenibile, Geopolitica delle risorse e Studi artici presso la SIOI. Ha studiato e lavorato in Germania grazie alla vittoria di due borse Erasmus, che lo hanno portato prima a studiare a Friburgo in Brisgovia e poi a svolgere un tirocinio presso la Camera di Commercio Italiana per la Germania. Appassionato di Asia centrale ed energia, collabora con alcuni think tank come analista geopolitico.

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