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La destrutturazione della politica: il consociativismo 5.0 e il sistema valetudinario italiano

La destrutturazione della politica: il consociativismo 5.0 e il sistema valetudinario italiano

Verdiana Garau continua il suo ciclo sulla destrutturazione della politica, nella puntata di oggi ci parla della proposta maggioritaria di Zingaretti e del consociativismo 5.0. Buona lettura!

In questi ultimi giorni si sono sollevate un po’ di polemiche con la sfida lanciata dal segretario dei Dem Zingaretti a Di Maio e a Renzi, aprendo sulla necessità della riforma elettorale. Giorgetti, eminenza grigia della Lega, coglie l’opportunità rilanciando: “la gara deve essere tra destra e sinistra”. In merito all’efficienza della democrazia rappresentativa in cui la polarizzazione ha sempre rappresentato lo stimolo per la maggioranza da una parte e una alternativa per le minoranze dall’altra, l’Italia in realtà non è mai stata molto capace di ottimizzare a pieno la sua concreta forza parlamentare.

Dove troviamo oggi infatti lo stimolo-alternativa come effetto di due forze contrapposte che potremmo ridurre alle due categorie di moderati versus progressisti? Destra e sinistra? Ma ci si domanda ormai da troppo da tempo cosa sia la destra oggi e dove stia la sinistra. C’è una maggioranza trainante che rappresenta e si pone come visione omogenea e che potrebbe confrontarsi con un’opposizione stimolante? La maggioranza “tecnica” di governo Dem/5S non rappresenta la maggioranza “reale su piazza” della Lega e della coalizione di destra e i risultati non sono del tutto esattamente omogenei. Come accendere nell’esercizio democratico il confronto e quindi quella vitalità che dovrebbe caratterizzare un sistema di governo democratico e pluralmente rappresentativo?

Sono passati ormai trenta anni dalla caduta del muro di Berlino da poco commemorata, muro che arginava i due poli sistemici globali e che in Italia per molti anni ricondensavano su linee partitiche come quelle della destra globale a trazione DC filoatlantista e la sinistra d’opposizione del PCI satellite all’URSS. Oggi si va ridisegnando tutto su una nuova geometria, che prenderà l’aspetto probabilmente di una triangolazione, Occidente, Russia e una nuova Cina.

Dove si collocano oggi i moderati? Dove l’alternativa di sinistra? Chi rappresenta gli atlantisti e chi l’oriente? E in che misura più o meno liberale si confrontano entrambi i fronti? Quali tipi di capitalismo si propone e con quali differenze di programma? Dove sta la sinistra e cosa intendiamo per destra? E il centro? Bipartitismo imperfetto o pluralismo polarizzato, per dirla con espressioni del passato secolo delle penne rispettivamente di Giorgio Galli e Giovanni Sartori?

Non esiste infatti un dualismo netto di tendenza (maggioranza-opposizione o conservatori-movimenti) e in Italia assistiamo adesso ad un pluralismo di poli (non di partiti) piuttosto estremi ma generalizzati e non del tutto specifici, con un centro quasi inesistente, che se fosse tale raccoglierebbe le forze moderate con facilità, stemperando le velleità più estremistiche, ma ciò avviene con fatica e sarebbe forse il proposito di Italia Viva con Renzi ma che non ha contenuti, solo una energia potenziale aggregatrice.

Certo non possiamo parlare di destra veramente estrema o di sinistra veramente estrema: non in Italia, per quanto la Lega proponga idee nette e tranchant siamo lungi dal paragonarla a un partito di stampo neonazista come ne vediamo nel resto d’Europa e stessa cosa vale per i Fratelli d’Italia della Meloni. Possiamo certamente però trovare gli “estremismi” di oggi (intesi come estremismi di poli e non di partito) collocati un po’ ovunque, ad esempio tra gli ambientalisti, spalmati a loro volta tra i dem e poi più identificabili nei 5S, e alcune frange progressiste, come quelle dei porti aperti, delle manifestazioni LGBTQ, dell’eutanasia e così via, anch’essi individuabili tra le fila soprattutto dem, oppure qualche rigurgito nostalgico fascista (a mio parere irrilevante nella realtà dei fatti), o sovranista.

Ma i dem non sono propriamente sinistra da quando le socialdemocrazie hanno sposato le teorie più neoliberiste, mentre a destra troviamo invece piuttosto una coalizione di conservatori, ma con forti impulsi all’alterazione degli attuali assetti politici e quindi reazionari, e non risulta esattamente una destra moderata quanto nemmeno una sinistra alternativa. E la “voglia di cambiamento” viene rivendicata in sintesi su tutti i fronti, dove i 5S ne fanno persino bandiera. C’è pluralismo, più o meno estremo, abbiamo una destra e una sinistra, più o meno moderate, e non si trovano punti di convergenza per procedere al governo, annullando di fatto ogni presenza centrista. Ecco che riaffiora un pluralismo polarizzato, tecnicamente estremo ma non esattamente centrifugo.

E la mossa di Zingaretti ci parla proprio della volontà di scongiurare le forze centrifughe che portano alle estremizzazioni politiche, nell’intento di raccogliere al centro la forza più di quanto non abbia pensato di fare Renzi, in punto di incontro con le destre e dove anche Renzi in cerca del centro gioca comunque la sua parte, mentre il leader della Lega Matteo Salvini sta cercando di rimoderarsi.

Auspicabile sarà, in una situazione di contesto globale dove la tendenza è quella di estremizzare la politica e non di mitigarla, ritrovare un bipolarismo più moderato: in una ricetta dei compromessi tutta italiana.

La sfida lanciata da Zingaretti non appare dunque totalmente fuori luogo.

Il consociativismo in definitiva lanciato da Renzi prima con la sua stretta di mano a Salvini e con Zingaretti che tende la sfida rilanciando il bisogno di una nuova legge elettorale maggioritaria, in una situazione valitudinaria come l’attuale, potrà essere a mio avviso la strada da percorrere per ripristinare un minimo di armonia necessaria a scongiurare ulteriori confusioni o estremizzazioni polarizzanti che l’Italia per tradizione dalla caduta del fascismo si è sempre preoccupata di evitare, fossero esse di destra o di sinistra. Il consociativismo prende forza dove le forze sono più presenti. In questo caso, ad oggi, stanno a destra e nel centro destra, con una “sinistra” generalmente messa alle strette e che fatica a carpire il proprio elettorato, diluendosi in quel grande partito di raccolta che è il PD, bastione di un’idea non di progetto per adesso, di sinistra moderata e democristiana. Il PD è però adesso debole.

Poi ci sono quei nuovi piccoli partiti che fanno da ago della bilancia come Italia Viva di Renzi e il nuovissimo Azione di Calenda. Ma tutti, di concerto, devono e vogliono salvaguardare il paese profondamente frammentato e senza bussola e proteggere la democrazia parlamentare. L’azione in corso, che pare ispirarsi al pentapartito e al patto del camper dei lontani anni ’80 assume le sembianze di una grande Lega salviniana, con Renzi centrista metodista, con il PD, con Forza Italia riformista social-liberale da appoggio insieme a Calenda socialista liberale europeista più a sinistra. Ancora una volta all’angolo gli estremisti di sinistra e le frange più estreme a destra. Al centro una democrazia, piuttosto cristiana. 

Zingaretti sa bene infine che nel frattempo deve ricostituire, ristrutturare un partito a sinistra, che ad oggi non esiste quasi più, e nello stesso tempo non può permettersi di perderne il marchio. L’operazione è d’obbligo. Quindi il bipolarismo alla Zingaretti addenserebbe le forze sui due poli, riportando la politica a ritrovare un suo baricentro, ridando una identità e un’anima alla destra che da alteratrice reazionaria si ritroverebbe come destra moderata e una identità alla sinistra che da ultra-progressista o talvolta pentastellata si ritroverebbe moderata socialista e cristiana. 

Il politichese fa male alle nuove generazioni? Forse.

Ma al momento l’elettorato è terribilmente liquido, saranno dunque le operazioni di governo a poter ripristinare un certo ordine anche su colori e tendenze, per trovare una quadra su una nuova legge elettorale da proporre e indire, quando sarà il momento giusto, nuove elezioni. Credo che analizzando poi l’elettorato vadano scisse due fondamentali: il rigurgito spontaneo e la strategia. Il rigurgito fa parte di una naturale fisiologia: impossibile è fare la differenza tra una piazza riempita da Salvini, una piattaforma riempita da attivisti cinque stelle e una piazza di sardine senza riferimento e idee

Fisiologica risposta ad un malessere condiviso: ovvero la mancanza di riferimenti netti e di partiti identitari da votare con l’anima. Il rischio è di consegnarsi alla mercé della stregoneria di turno come abbiamo ben assistito tutti questi ultimi anni, che poi hanno prodotto governi deboli e non duraturi abbastanza per portare avanti politiche riformatrici necessarie e urgenti nel paese. Sappiamo che l’elettorato può affrontare questo male solo con autonalisi profonde. Difficile però dispensare strumenti allo scopo che non siano i media per adesso, a loro volta ahimé convulsi ed isterici. La strategia politica resta ai più incomprensibile. 

L’analfabetismo politico degli elettori è una conseguenza della destrutturazione che qui stiamo analizzando da qualche tempo, e potrà essere ridisciplinato soltanto dopo un’accurata operazione di concordanza e compromesso tra le varie forze politiche che per il bene del paese si sforzino di trovare punti di incontro e non di competizione, per poi in un secondo momento competere in modo costruttivo in un ripristinato e riequilibrato scenario politico.

Zingaretti combatte nobilmente questa idiozia del momento, un’idiozia che non fa bene a nessuna democrazia. Andare a nuove elezioni sarà necessario ad un certo punto, fosse col maggioritario o con il proporzionale. Significherà responsabilizzare tutti i partiti e sarebbe anzi un’occasione da spendere per il futuro politico di un vero progetto di Stati Uniti d’ Europa a trazione italiana.

Mi hanno chiesto: Ma Zingaretti ci è o ci fa? Nessuna delle due. Si chiama consociativismo 5.0. Abbiamo un partito al governo fondato da un clown e che vive su piattaforme virtuali, abbiamo un partito di centro sinistra che non ha mai avuto un cuore per battere, una destra guidata da un Che Guevara nostrano e dei piccoli partiti ragionevoli ma senza elettorato.

Mettiamoci d’accordo per entrare in una quinta dimensione con antenne 5G.

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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