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La destrutturazione della politica: riscoprire il cittadino

La destrutturazione della politica: riscoprire il cittadino

La destrutturazione della politica e le ragioni della crisi a tutto tondo della cultura istituzionale contemporanea saranno il tema di una serie di articoli di Verdiana Garau, che oggi inizia parlando della crisi dei partiti e del ruolo necessario dei cittadini.

Un tema su cui credo sia necessario intraprendere una prima analisi, è quello che, attuale più che mai, si pone come risultato di un lungo processo fisiologico della politica del XX secolo, processo giunto ormai al termine.

Assistiamo oggi, con la crisi della democrazia, ad una destrutturazione della politica (basta rendersi conto che l’Europa resta la sola ormai in piedi fra tanti stati giganti e illiberali con molte difficoltà), e alla crisi del cittadino e del suo ruolo in seno a questa.

Più precisamente, gli ultimi quaranta anni della storia della nostra Repubblica, ci riportano uno scenario di devastazione ideologica, in cui ciò che restano sono le figure di questa totale destrutturazione politica e del senso sociale.

C’è chi lo definisce “sconvolgimento sociale”, chi fenomeno “post-ideologico”, altri come il filosofo Massimo Cacciari lo definiscono più prosaicamente “Vuoto”.

Una politica del vuoto che non riesce a guardare a quel “vuoto”, che è il futuro, e avanza in modo maldestro inciampando e talvolta calpestando valori fondamentali, vitali ad ogni democrazia.

La politica, o ciò che di lei è rimasto, risulta così isolata, in una sfera di garanzie e privilegi, secondo le uniche dinamiche di potere, lontana dal modo di vivere e i problemi della gente comune e dalla loro mentalità.

I giochi di palazzo e le manovre tutte tattica e tecnica, senza programmi e prospettive autentiche, mentre la società si trasformava, cresceva, si confrontava con la globalizzazione fino a non riconoscersi più né in sé stessa né nella politica, hanno finito di esaurirsi proprio in questi ultimi mesi, dove da una parte abbiamo come risultato un presidente del consiglio figlio di nessun partito, dall’altra un movimento che vorrebbe distruggere la democrazia rappresentativa e quindi il sistema, quello rappresentativo, che la democrazia l’ha sempre tutelata; abbiamo i sovranisti e nazionalisti populisti, che vorrebbero allontanarsi dall’unica garanzia di salvaguardia democratica che ci è rimasta, ovvero l’Europa, e il tutto appoggiato sul tavolo da gioco di un vecchio partito che non è mai stato unito e che ci fa sapere da tempo di aver perso bussola e identità e da cui l’ultimo leader in carica ha visto bene di fuoriuscirne proprio qualche giorno fa, per lanciarsi in una esperienza “zaino in spalla” (cito testuali parole),  “per costruire insieme ad altri” (non si capisce bene chi siano questi altri dal momento che il partito non ha storia e non è radicato sul territorio, ma mera operazione a tavolino) “una casa giovane innovativa e femminista”. Dove è la politica?

Il pubblico, nonché ancora elettorato, resta basito.

Manca dunque la base a questo palazzo e le pedine fondamentali a questo gioco, sempre che le regole siano ancora democratiche.

Manca improvvisamente la storia del paese e quella forza direttamente proporzionale alla delega rappresentante.

Per giunta il confronto politico dei piccoli spazi è stato definitivamente spazzato via e sostituito da una partecipazione tutta virtuale del cittadino, le sue opinioni, le sue necessità, i suoi ideali e pseudo-ideali e in parte anche il suo voto.

Il senso di appartenenza territoriale, che possiamo semplicemente chiamare senso della realtà, è venuto meno e in Italia questo può risultare molto più pericoloso che altrove, rendendo il paese ancora più vulnerabile, giacché non vi è mai stata nemmeno una rivoluzione in nome dell’appartenenza come in Francia o negli Stati Uniti che abbia potuto far riflettere la popolazione sul loro stesso valore, di persone, ma soprattutto di cittadini in uno stato democratico.

Nell’era della globalizzazione, dove il capitalismo occidentale ha reso i soggetti totalmente votati all’individualismo più sfrenato, si assiste ad una disaffezione progressiva nei confronti della politica e allo stesso tempo ad un crescente bisogno di regole che determinino ordine in questo caotico progresso.

Vi è anche il tema dell’immigrazione come nota dolente ad avvelenare questa società ormai liquida, tutte frontiere queste, che la politica in via di smantellamento non è riuscita ad arginare, rifiutando le diagnosi dei conclamati sintomi manifestatisi già con la caduta del muro di Berlino o con lo scoppio della Guerra del Golfo.

Il nuovo mondo globale, capitalistico, individualista, sempre più s-politicizzato, ha così proceduto, scaricando sempre altrove e sempre più lontano i suoi rifiuti e la sua stessa inefficienza.

Pensiamo all’Africa e di conseguenza alla rivincita tutta cinese, pensiamo al terrorismo islamico e il perpetrarsi degli attentati da New York all’Europa come diretta conseguenza all’interventismo in Medio Oriente e in nord Africa, ai temi ambientali che si fanno sempre più propagandistici, come se… non ci fosse un domani.

Quando parliamo dunque di “destrutturazione politica” e “crisi del cittadino”, dobbiamo aver ben chiaro a cosa serva la politica, a chi serva e quali siano le regole  e le responsabilità sia dei partiti, sia della società, che costituita da cittadini deve dare, o dovrebbe dare, esempio di esercizio di intelligenza e moralità.

Si chiama vita pubblica e questa richiede etica.

Le responsabilità dei partiti che disattendono la realtà, perché votati al mero consenso elettorale, devono o dovrebbero, prefiggersi come scopo gli interessi generali e non le sole regole corporative e loro logiche.

Venuto meno questo presupposto binomio “partito/interessi generali”, ed essendo questo stato sostituito da “partito/logica di appartenenza corporativa”, il cittadino ha cominciato ad allontanarsi, fino ad astenersi dalla politica e dalla vita sociale, e sempre più in difficoltà nel mondo globalizzato e ferocemente capitalista, si è trovato disorientato; a fatica sbarra quella scheda elettorale con quel gesto che dovrebbe essere il gesto di colui che delega il proprio potere e la propria forza ai suoi leaders, degni di questo nome, preferendo infine il dibattito Facebook a quello delle sedi politiche.

È un cittadino disilluso il cittadino di oggi, poiché caduta ogni ideologia e quindi ogni senso di appartenenza, caduta ogni garanzia morale dei suoi rappresentanti, è stato costretto in principio alla disaffezione, in seguito al disamore totale verso sé stesso, poi verso il suo habitat, verso la sua stessa società, accontentandosi infine di vivere in un mondo globale, capitalista, illusorio e oggi persino virtuale ed inquinato.

Tutto ciò ha precluso il giusto e necessario ricambio generazionale in politica ed è venuta a mancare la democrazia nei partiti, oltre che la democrazia dei partiti.

Subito dopo la caduta del Fascismo e la tragica eredità storica di quel popolo, la nuova classe dirigente andava formandosi come frutto di grandi prove e dure lotte.

Oggi quell’innesto non c’è più ed assistiamo ad una generazione e più generazioni di politici e partiti, che altro non si sono formati che all’interno dei palazzi.

Una generazione e più generazioni di poteri occulti, votati soltanto ai numeri del consenso e dell’economia, che insinuandosi nel vuoto democratico hanno scansato via la realtà che avrebbero invece dovuto affrontare con il loro potere.

Lo stesso immenso debito pubblico che avanza nel nostro paese e che cresce esponenzialmente resta chiuso in un cassetto, mentre va in onda lo spettacolo diseducativo e destrutturante che tiene impegnato il pubblico/elettore, il quale, dimentico dei suoi stessi problemi, dei problemi del cittadino e dei problemi del suo democratico paese, viene meno anche alle responsabilità che su di lui gravano, allo stesso modo in cui, chi fa politica e in sostanza lor partiti, si rotolano e dimenano nel trasformismo più sfrenato senza una vera dignità nella creazione di queste maschere.

Chi è il regista? Chi sono gli attori?

Intanto accade che la socialdemocrazia europea abbia sposato il capitalismo fino ad identificarcisi e arrivando così ad identificare il progresso sociale con quello economico; accade che le democrazie occidentali sfornino prodotti per il pieno controllo del danaro, pensiamo alla digitalizzazione di questo come l’ultimo progetto lanciato da Zuckerberg con Libra, le cryptocurrencies, la corsa della Cina verso la digitalizzazione del proprio renminbi, che metterebbe a repentaglio le banche centrali e con loro i sistemi governativi, anche se sicuramente a questo si accompagnerebbe il controllo maggiore da parte dello stato sui suoi cittadini e sul flusso del danaro, sappiamo e siamo ben coscienti che la mossa di fondo resta quella di destabilizzare il Dollaro americano.

In un mondo senza frontiere, quelle democratiche tremano.

In un periodo di cambiamenti epocali e globali, con lo scioglimento del bipolarismo geopolitico e lo scioglimento dei ghiacci ai poli, anteponendo l’economia alla politica, si disattende il vero compito della politica e si crea un rapporto malato e malsano per una giusta democrazia, tra società civile, politica e poteri, e istituzioni.

Cittadino disorientato, disilluso, disaffezionato, politica inconcludente e trasformista al bisogno, senza dignità e senza creazione, il danaro come unica risposta, Greta Thunberg in prima serata che parla dalle sedi dell’ONU.   

La delega che il cittadino pone nelle mani dei suoi leaders perde così la sua forza.

Come risultato e come reazione, alcuni credono di aver trovato l’antidoto nelle spinte leghiste, nel protezionismo, nel secessionismo, in un tragico tentativo di voler distruggere tutto ciò che di buono l’intero processo del progresso economico e sociale delle democrazie occidentali ha fino ad oggi prodotto.

Bisogna assolutamente ricordare che non ci sono buoni da una parte e cattivi dall’altra.

Che la vita pubblica e la sua cultura va accompagnata da una forte etica, soprattutto nei paesi avanzati economicamente. Ciò può essere facilmente messo in discussione e corre il pericolo di frantumarsi di fronte alla destrutturazione politica e alla messa in crisi della democrazia, a maggior ragione se il cittadino perde il suo ruolo ed entra anch’egli in crisi.

Come scriveva Pietro Scoppola nel 1991 nel suo “La Repubblica dei partiti” la democrazia è possibile perché gli uomini sono capaci di bene, ma è necessaria perché sono capaci di male”.

Assistiamo da tempo a balzani proclami nel nostro paese, sentiamo gridare dal tal politico “ a me pieni poteri!”, o l’altro che va lanciando un partito del nulla di fatto verso un centro gravitazionale che possa essere permanente, ma senza ideologia di fondo e ripeto, senza dignitosa creazione.  

Assistiamo poi alla nascita di movimenti partoriti dai comici sulle piattaforme virtuali, che sparano nuove bizzarrie ideologiche ma del tutto antistoriche – e infatti speriamo scongiurabili – come la non abbastanza discussa “democrazia diretta”, che nella disintermediazione politica vede la salvezza per mezzo del voto digitale come esercizio del potere legislativo.

Quindi il cittadino di uno stato democratico dovrebbe combattere le forme monopoliste mettendo tutto al servizio delle nuove forme di capitalismo sociale?

Oggi è venuta a mancare un’etica comune, la consapevolezza di ciò che significa profondamente “democrazia” e dell’esercizio politico necessario alla sua salvaguardia, si è sopito il ricordo che ci riporta alle radici dove la stessa democrazia occidentale affonda, ovvero i valori fondamentali e la sua religione, dalle filosofie alle operazioni giolittiane di inizio secolo, il dialogo e il confronto politico democratico, le pressioni necessarie che la politica deve attuare come compito primario, per mantenere l’equilibrio tra le diversità insite nella società democratica per organizzarle, affinché questa avanzi unita e compatta verso un comune obiettivo sociale nel rispetto totale delle libertà individuali.

Altri in passato suggerivano la necessità di una “religione politica”, ma ci potremmo accontentare di una “ragione politica” a questo punto.

Questo esercizio della politica su cui tento di porre attenzione, altro non è che quello che dovrebbe essere una “religione civile” di uno stato, e non sarebbe male se fosse la nuova “cultura egemone”, per usare un’espressione gramsciana.

La “religione civile”, come esperienza di valori, come appartenenza comune negli interessi generali, in una visione e in una prospettiva democratica e comunitaria, nella coscienza morale che contraddistingue il nostro paese e il nostro continente e quindi parte e si fonda sulla solidarietà tra individui e popoli.

Una repubblica dei cittadini, in una “poetica religione civile”, poetica in senso etimologico del termine, della democrazia.

Per fare ciò sarebbe necessario almeno un primo passo, con una riforma istituzionale a mio avviso, come la riforma elettorale di cui si va discutendo questi giorni, con un ritorno probabilmente al proporzionale, che non sarà tutto da scongiurare dato il contesto, ma di cui spero di poter parlare più avanti. La riforma e la discussione di questa, si dovrà porre come obiettivo principale il recupero delle responsabilità che avvengono col superamento della delega, ma soprattutto quel rinnovamento culturale e politico per una crescita etica, per un progresso sociale che aiuti quello economico ad andare verso la giusta strada e non la versione opposta che dovrà essere invece, data l’esperienza di cui oggi ci facciamo carico, scongiurata.

Per forgiare quel senso di appartenenza che è stato liquefatto e liquidato.

Poiché sono e saranno i cittadini a determinare la politica, dove i partiti sono e saranno il loro strumento. 0

Una frase che mi ha sempre turbato, fin dal ginnasio: "prendiamo un punto nell'infinito" (Leo Longanesi)

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