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La minorità italiana in politica estera

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La minorità italiana in politica estera

Nel 1989 il Muro di Berlino è crollato, ma le macerie hanno seppellito la Prima Repubblica con un regime change mirato verso la classe politica allora al potere, che si ritrovò improvvisamente spaesata in una provincia di second’ordine e di retrovia dell’Impero Americano, e perciò non più funzionale al nuovo assetto, a causa delle deviazioni mediterranee e filo arabe in politica estera del Pentapartito, in seguito Quadripartito: la politica estera italiana era in anticipo rispetto ai tempi.


Nei paradisi fiscali, o negli stati a tassazione agevolata, o nelle grandi commesse internazionali all’ombra della bandiera di stato, la corruzione politica, legalizzata e non, è quasi a cielo aperto, eppure non è avvenuto, e non avviene, nulla fintanto che i politici non intingono negli equilibri internazionali, come è avvenuto in Italia dal dopoguerra fino a Tangentopoli.


Il contributo dell’Alleato italiano all’implosione dell’Impero Sovietico, a  causa della insostenibilità della sfida lanciata dall’Occidente, non è stato tenuto in nessun conto, all’incirca come avvenne con la Resistenza, con la Cobelligeranza e con il rifiuto delle Forze Armate di sottomettersi ai tedeschi, preferendo la prigionia.


Il decisivo apporto italiano nella Guerra Fredda non è servito a premiare e a liberare l’Italia dal servaggio imposto dal Trattato di Pace firmato a Parigi nel 1947, un vero e proprio Diktat imposto degli Alleati vincitori della Seconda Guerra Mondiale, sancito poi al più alto livello dall’art. 53 dello Statuto delle Nazioni Unite, che facoltizza tutti gli Stati ad intraprendere azioni coercitive preventive contro l’Italia, Stato nemico, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.


In altri termini gli Alleati si sono riservati la possibilità di violare il loro stesso Diktat a piacimento. Questo é un brutale sopruso, che col diritto non ha nulla in comune.


Nella visione americanocentrica l’Occidente post Guerra Fredda è coinciso con gli Stati Uniti. L’unipolarismo statunitense non ammetteva alcun margine di manovra per l’Italia.


Al solito, i clichè riduzionistici internazionali applicati dagli Alleati all’Italia sono gli stessi, indipendentemente dall’occasionale colore politico del Governo in carica: in primis escludere l’Italia; se proprio non si può evitare, manovrare affinché sia tam quam non esset; ovvero tacciarla di irrilevanza. E se non è stata ininfluente, sarà sicuramente colpevole di qualche manchevolezza verso gli Alleati, ad auto comando risentiti quando si tratta di spartire i meriti, ma mai prima, allorquando si beneficia dell’apporto italiano, finanche fondamentale e determinate per il buon esito.


In ogni caso la stampa degli Alleati predilige diffamare l’Italia come il sensazionale e inaffidabile Paese foriero di tutti i possibili mali.
Ci disprezzano, ma non mollano la presa tutoria sull’Italia.
Nelle relazioni internazionali tra Alleati ineguali, all’Italia tocca subire, eseguendo in soggezione e obbedienza, senza reagire, perché poco o nulla considerata, se non per essere schiaffeggiata in fila.


Questo dimostra che i migliori Trattati stipulati con gli Alleati sono quelli che mai videro la luce e che la declinazione della forza, nelle varie sfaccettature e non l’ipocrita o inconcludente diplomazia, è il miglior viatico per la protezione dell’Italia, la cui Difesa fu limitata e contingentata in illo tempore.


La logica di Yalta con cui ragiona tutt’ora la classe politica italiana è anacronistica, ancor più dopo il ripiegamento isolazionista e non interventista degli Stati Uniti, che hanno dato il “via liberi tutti”.
La necessità di un adeguato apparato difensivo nazionale è più che mai impellente di fronte all’affacciarsi alla porte di Casa di vecchi e nuovi attori internazionali.


Bisogna allora chiedersi perché il Diktat post bellico, a settantacinque anni di distanza, è tutt’ora vigente in un quadro politico completamente sovvertito rispetto alla Guerra Fredda e nonostante la politica estera italiana non abbia mai manifestato vocazioni anti Atlantiste.


In apicis la cancellazione dello stigma dell’Italia di essere potenza nemica delle Nazioni Unite, di cui è grande contributore e membro dal 1955, non pare una via percorribile, a causa dell’irrisolta questione nippo-russa dell’occupazione delle Isole Curili meridionali, prospicenti il porto militare di Vladivostok. Non meno rilevante sono la contesa sino-nipponica sulle Isole Senkaku e il conflitto russo-ucraino.
L’iniziativa per l’abrogazione dell’art. 53 dello Statuto delle Nazioni Unite è preclusa.


Delle tre potenze uscite sconfitte dalla Seconda Guerra Mondiale, solo l’Italia ha subito un Diktat, per cui la questione è diversamente percepita in Giappone e in Germania: questi appena hanno potuto hanno ripreso i più ampi margini di manovra in politica estera, perché non gravava su di loro nessun Trattato capestro, in quanto furono stati debellati.


Il Diktat fu il “regalo” degli Alleati per la Resistenza, per la Cobelligeranza e per il riscatto dell’Italia dal regime fascista, quasi che sia stata l’Italia a scatenare il Secondo Conflitto Mondiale. All’Italia è imputato di esistere.


L’Italia paga, e molto, per essere parte dell’Organizzazione delle Nazioni, dalla quale è ritenuta tutt’ora potenzialmente nemica. Non è forse questa un’aporia?


Avere a disposizione un punch ball fa comodo agli Alleati, sia lontani, sia vicini, sia vicinissimi, i quali, unanimi, hanno tutto l’interesse a mantenere la discriminante anti italiana, malgrado la storia dell’Italia repubblicana e antifascista,  parli eloquentemente per sé alla Comunità Internazionale.
Non resta che percorrere le vie giuridiche e politiche interne.
Il Diktat del 1947 é nullo nel diritto internazionale della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, conclusa a Vienna il 23 maggio 1969, ratificata dall’Italia con legge 12 febbraio 1974 n. 112, entrata in vigore 27 gennaio 1980, per violazione dell’art. 52, dato che gli Alleati avevano in ferreo  pugno l’Italia.


Inoltre esso Diktat viola l’art. 11 Cost. per mancanza di parità con gli altri Stati firmatari, limitando fortemente la sovranità italiana.
Purtroppo sul Diktat c’è un cono d’ombra di costituzionalità dovuto alle modalità italiane di accesso alla giustizia costituzionale, solo diretto per le regioni e incidentali nel corso di un giudizio.


La via ultima sarebbe quella referendaria, ma i referendum di autorizzazione a ratificare trattati internazionali sono inammissibili in base all’art. 75 Cost. , benché la sovranità appartenga al popolo e possa essere limitata (solo!) in condizioni di parità con gli altri Stati, necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni.
L’art. 75 Cost. funge da limite costituzionale all’esercizio della sovranità popolare mediante referendum nella parte in cui  li vieta sulla materia internazionale. Quell’ostacolo andrebbe rimosso.

Forse nel 1948 l’elettorato italiano non era ritenuto abbastanza maturo per pronunciarsi su questioni internazionali. Purtroppo un giudizio così negativo persiste tutt’oggi.


Un inglese può votare sul Leave, un italiano no. Inglesi e italiani sono ritenuti diversamente maturi in auto determinazione. Eppure nel 1989 si è tenuto un referendum consultivo ad hoc per conferire al Parlamento europeo un mandato costituente.
Infondo a tutto c’è la scarsa qualità di una classe politica non all’altezza delle nuove sfide, incapace di ripensare una politica estera per l’Italia nel nuovo contesto post Guerra Fredda della globalizzazione, subita e non governata.


Con gli Alleati che abbiamo, non c’è bisogno di avere nemici. Solo una cosa é peggiore dei nemici: i nemici occulti e non dichiarati in combutta con i nemici interni.

Si vorrebbe che l’Italia fosse un vascello non governato in balia dei marosi alimentati da altri.
Purtroppo, Palazzo Chigi e la Farnesina sono sedi vacanti, e non da oggi.
Il vero dramma della politica estera italiana è quello di essere temporalmente svasata per ritardo o per anticipo, ovvero di praticare fuori tempo massimo scelte giuste in periodi sbagliati, sulle quali gli Alleati hanno facile gioco nel mettere in cattiva luce e nel ridimensionare l’Italia. In politica estera la scelta del tempo è fondamentale. Ciò che è utile oggi, non è detto che lo sia anche domani.


La politica italiana deve ritrovare se stessa dall’ingenuo smarrimento fideistico, perso tra le brume delle ostili capitali fredde e bigie, se vuole uscire dalla minorità e dalla marginalità in cui è precipitata e persiste, soprattutto per colpa propria, a causa di un ingiustificato senso di inferiorità e alla sprovvedutezza di chi ci ha rappresentato: l’affidamento è il più macroscopico errore che si possa fare in politica estera.
Occorrerà però un ceto politico ineludibilmente preparato e lungimirante, che abbia come faro l’interesse dell’Italia.


Per quale sortilegio gli Alleati, e non solo loro, si sentono autorizzati a bramare e a padroneggiare l’Italia in ragione della sua centrale posizione geografica nel Mediterraneo, mentre gli italiani dovrebbero abdicare a loro favore?

Luca Colaninno Albenzio, già avvocato, è abilitato all'insegnamento di scienze giuridiche ed economiche negli istituti di istruzione secondaria di II grado. Si occupa di Contabilità Pubblica; è' autore sotto pseudonimo di numerosi interventi di politica estera sul sito www.aldogiannuli.it, dove pure si cura della newswire "ACME NEWS".

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