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La risposta al coronavirus: le domande aperte

La risposta al coronavirus: le domande aperte

Il senno di poi può essere molto spesso cattivo consigliere, ma alla luce dell’esperienza tragica vissuta dopo lo scoppio della pandemia da coronavirus da svariate comunità (nomi come Codogno, Orzinuovi, Nembro e Alzano hanno assunto tristemente notorietà nazionale), dalla Lombardia e dall’Italia intera paiono ragionevoli alcune domande e alcuni interrogativi sulla gestione dell’emergenza. Domande e dubbi che si sono sedimentati e che risulta importante esprimere a due mesi dall’inizio dell’emergenza.

Su scala nazionale mi ha colpito la rivelazione del Corriere della Sera che ha ottenuto le dichiarazioni di Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione sanitaria, secondo il quale il governo già dal 20 gennaio aveva pronto un piano secretato, non rivelato per non allarmare la popolazione (si parlava di 600-800mila morti in caso di libertà di circolazione del virus) ma che sarebbe stato poi ordinatamente seguito. Ma allora, perchè ci si è ritrovati con una tanto grande impreparazione, con i vuoti nei magazzini e nelle riserve di prodotti sanitari? Perchè la Protezione Civile è risultata, ai suoi più alti livelli, così scoordinata? Perchè prima di prendere misure incisive si è aspettato che al caso dei turisti cinesi allo Spallanzani seguisse lo scoppio del focolaio di Codogno? Perchè non si è centralizzata l’emergenza evitando il rodeo e la rissa con l’intervento delle Regioni? Portogallo e Grecia hanno deliberato chiusure anticipate, misure rigorose e concentrazione delle risorse scarse a disposizione. Perchè – poi – cedere alle pressioni allentando il primo “lockdown” e insistere col caos comunicativo dei DPCM? Se l’esistenza di un piano segreto e strategico basato sull’esperienza cinese ha rappresentato la pista su cui il governo si è mosso viene da pensare che di questi temi si avesse compiuta conoscenza. Le domande sorgono spontanee

Anche le Regioni, però, non escono affatto limpide da questa faccenda, e anche sul loro operato è lecito porsi domande. Va in frantumi il mito della maggiore efficienza della sanità regionalizzata e lottizzata, come dimostra il caso lombardo . Perchè le Regioni hanno proseguito col loro protagonismo? Perchè non sono state prese linee guida efficaci di ospedalizzazione? Il 6 febbraio scorso, due settimane prima dei casi di Codogno, in un’intervista allo “Straits Times” di Singapore Peng Zhiyong, direttore di un reparto di medicina al Wuhan University South Central Hospital, aveva dettato le linee guida per i ricoveri legati al Covid-19: evitare le ospedalizzazioni massicce, il contatto con pazienti ad alto tasso di rischio, l’esposizione del personale. Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente: ma le linee guida regionali, in molti casi, sono state farraginose. Rari casi di eccellenza (Veneto in primis) si sono confrontati con altri, come quello lombardo, dove il contagio è stato lasciato libero di circolare.

Interessante poi è la questione delle Rsa. Brescia Today ha raccolto la testimonianza del direttore della Rsa diOrzinuovi, controllante anche le unità dei vicini centri di Barbariga e Orzivecchi, che ha disposto la chiusura delle strutture dopo la crisi di Codogno, ricevendo poi un ordine di dietrofront dalla Regione. La gestione delle case di riposo e dei centri diurni, la scarsa dotazione di dispositivi al personale (gli eroi dimenticati di questa tragedia) e la confusione nella gestione hanno contribuito a una strage nelle unità della bergamasca, del bresciano, del milanese e del cremonese.

Facciamo queste domande da cittadino, da studioso dell’attualità e delle questioni del presente per cercare di capire cosa abbia funzionato e cosa si sia sbagliato in queste settimane. Nella speranza di un dibattito sereno capace di dare risposte: le autorità e gli esponenti del mondo politico e scientifico troppo spesso si sono chiusi in un’autoreferenzialità che lascia interdetti in questo momento. Si salvano diversi amministratori di comunità piccole e colpite, i direttori di unità sanitarie arrivate a un passo dal collasso, larga parte delle istituzioni della sicurezza e tutte le persone impegnate in prima linea. Un analogo dibattito è in atto nel Regno Unito e nel caso italiano se condotto nei termini corretti potrà essere solo salutare per il Paese. Perchè tutti, nelle istituzioni e non solo, di fronte a eventi imponderabili come l’epidemia in corso commettono errori. Ma una visione a posteriori può aiutare a comprendere in che misura certi sbagli siano stati inevitabili e certi altri frutto di approssimazioni o addrittura negliegenze a livello programmatico.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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