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La sinistra italiana e la “Nuova destra”

La sinistra italiana e la “Nuova destra”

L’ascesa della “Nuova destra” italiana, ci ricorda Matteo Luca Andriola, avviene in contemporanea al declino della capacità d’analisi e incisione sulla realtà della sinistra tradizionale. Ma in che modo la sinistra ha perso la capacità di comprendere e cavalcare le trasformazioni del capitalismo nazionale? Scopriamolo nella seconda parte del dossier “La nuova destra italiana tra il 1974 e il 1985”.

Ricollegandoci con quanto detto e sempre limitandoci al caso italiano, c’è un nesso fra le trasformazioni del sistema politico italiano nella seconda metà degli anni Settanta, l’evoluzione strutturale del capitalismo occidentale fra fordismo e postfordismo in relazione alla crisi economica del 1974, l’elaborazione di una “metafisica della crisi” negli ambienti della Nuova destra italiana e la fine della credibilità della sinistra comunista. Questa fase, grossomodo, inizia nel biennio 1975/76, proprio quando la sinistra istituzionale di opposizione raggiunse il suo massimo storico di forza elettorale e un ampio «mandato popolare e classista si tradusse nel voto massiccio Pci berlingueriano e altre forze di sinistra auspicando un ricambio radicale del governo della società che nel mito del ‘sorpasso’ (e cioè del superamento dei voti delle forze centriste e moderate) trovava la parola chiave nell’immaginario collettivo», risultato però non rispettato dalle dirigenze comuniste, «le quali optarono per un accordo con la Democrazia Cristiana e le altre forze moderate» determinando la nascita dei «governi di ‘unità nazionale’ o di ‘solidarietà nazionale’».

Il cambio di paradigmi socio-culturali descritto «ha inevitabilmente sconvolto universi di riferimento, comportamenti collettivi e relazioni intersoggettive» e ha «altresì messo in crisi l’intero sistema delle forme di rappresentanza politica che si erano formate nel precedente trentennio e che nella ‘verticalità’ del sistema dei partiti assicuravano una relativa dialettica tra maggioranza e opposizione».[1] Ne fa cenno Cacciari nel suo intervento al convegno fiorentino “Sinistra e nuova destra. Appunti per un dibattito”, dove questi dice che per uscire dall’impasse dei rapporti sociali e politici nella società italiana, rapporti cristallizzati, bisogna attraversare trasversalmente le vecchie forze politiche e confrontarsi senza il peso dell’eredità del passato:

«Si tratta di una constatazione fattuale, una constatazione alla quale certamente autori, che dovremmo discutere insieme, ci hanno abituato da tempo, per chi li ha letti questi autori, e cioè che i confini, i limiti, il nòmos che governa, che sistema i rapporti culturali – questi confini, questi limiti, questo nòmos – sono entrati in una fase di grande instabilità. Se io non parto da questa constatazione, che è una constatazione fattuale, qualsiasi iniziativa come questa minaccia di essere assunta come iniziativa tout-court scandalistico-giornalistico-effimera, una sorta di trasferimento in sede politico-culturale di beffa di politicanti […] quello che mi spaventa è la difficoltà con cui ancora passa il riconoscimento della trasversalità di una serie di rapporti, di una serie di temi, di una serie di punti di riferimento che passa le vecchie forze politiche […] Io ritengo che ci sia una proporzionalità diretta tra questa forma mentis, largamente dominante in tutte le forze politiche italiane […] e il blocco del sistema istituzionale e politico del paese nel suo insieme. […] Il blocco che tutti denunciano, sul piano decisionale, sul piano parlamentare, è strettamente correlato alla impossibilità di aprire queste formazioni che sono, spesso nella loro cultura, quasi sempre nella loro struttura, eredi di un’epoca che non è più questa. […] Vorrei che io e Marco Tarchi ci dividessimo per ciò che diciamo noi, non per quello che ha detto mio nonno. Perché di quello che ha detto mio nonno, non m’importa niente. Non è che sia irrilevante nemmeno quello che dice mio nonno, ma non ho nessuna nostalgia. Ne capisco l’importanza, tanto è vero che anche le discussioni sorte intorno a questa inizativa ne dimostrano l’importanza, il peso che non è sempre affatto negativo, per carità, ma non ne ho nessuna nostalgia. Non voglio, come diceva… chi? uno di destra, di sinistra, non so: Heidegger – far ritornare il fiume alla sorgente».[2]

Era palese la drammatica impasse in cui versava la società civile, incapace di trovare risposte istituzionali alle domande emergenti: il riferimento di Cacciari al «blocco del sistema istituzionale e politico del paese nel suo insieme […] che tutti denunciano» indicava l’impasse repubblicano con il consolidarsi, nonostante il Pci fosse teoricamente nella fase dell’«alternativa democratica», di quella che Arend Lijphart definirà nel 1968 come «democrazia consociativa», caratterizzata sulla carta da una prioritaria cooperazione fra le élites di subculture separate e mutualmente ostili, i comunisti e i democristiani, una cooperazione posta in essere «con il deliberato intento di controbilanciare le tendenze disgreganti insite nei sistemi frammentati»,[3] che si concretizzò con la convergenza tra partiti di maggioranza e di opposizione durante l’esperienza dei governi di “solidarietà nazionale” fra il 1976-79, e che, spiega Moroni, ebbe come conseguenza il fatto che

«… il Pci e il sindacato gestirono in prima persona la repressione dei movimenti antagonisti e fecero letteralmente ‘fuori’ la grande esperienza dei “consigli di fabbrica” mentre il padronato espelleva più o meno violentemente dalle fabbriche decine di migliaia di avanguardie che si erano formate in due decenni di lotte. In questo modo la ristrutturazione produttiva poté marciare speditamente a tutto vantaggio delle élites capitalistiche. Si trattò indubbiamente di una svolta autoritaria che senza l’aiuto del Pci e del sindacato sarebbe stata molto più problematica e, in ogni caso, compito della “sinistra” sarebbe stato quello di governare e contrattare conflittualmente la transizione produttiva.»[4]

Una svolta trasformista “a destra” che favorì la ristrutturazione capitalistica in Italia, col benestare del più grosso partito comunista d’Occidente, tradendo i suoi referenti elettorali di classe. È nel contesto della crisi che si delinea una nuova, e anch’essa postmoderna, Kulturkritikdi stampo premoderno, che cercherà di dare risposte culturali alla crisi valorial-istituzionale in corso che nasceva anche da motivi strutturali. «L’ambito culturale nel quale la Nuova destra si trova ad agire e ad operare – spiega infatti Gennaro Malgieri –, è segnato da una profonda crisi intellettuale che si traduce nell’impossibilità di dare risposte adeguate alle domande che salgono dalla società civile».[5]

Ed è a partire dalla crisi – crisi delle certezze, dei valori, delle istituzioni liberaldemocratiche – che la Nuova destra cerca una legittimazione e spazio per operare la sua strategia metapolitica, che parte dalla crisi delle due principali correnti politiche allora egemoni, quella liberaldemocratica e marxista: «Così singolarmente convivono in Italia due cadaveri: quello liberaldemocratico che del resto già mezzo secolo fa aveva segnato il suo requiem e che a forza di ossigeno e trapianti fu fatto rivivere; e quello marxista che ha dimostrato la sua incapacità rivoluzionaria, nel bene o nel male, a creare ex novo un altro mondo, non importa se peggiore, almeno diverso».[6]

Ma è, come già visto, la liberaldemocrazia in ogni sua variante ad essere il nemico principale, «quello la cui esistenza e la cui continuità comportano, quali che sia d’altro canto le sue caratteristiche, la più profonda decadenza per i popoli; le cui manifestazioni provocano nel modo più irrimediabile la disgregazione sociale e l’erosione delle identità collettive, e la cui diffusione conduce con maggior certezza alla fine della storia. Il nemico principale, per noi, sarà dunque il liberalismo borghese, l’Occidente atlantico-americano, di cui la socialdemocrazia europea non è altro che uno dei più pericolosi succedanei».[7]

La crisi dello Stato viene identificato dalla Nuova destra nel prevalere della ragion individualista, individuata nell’ideologia liberale identificato come il fattore primario di disgregazione comunitaria tout court, Stati-nazione compresi, e si delinea l’idea che tale dottrina politica e la democrazia non sono sinonimi e che, nonostante il punto d’intersezione fra le due idee sia il parlamentarismo, luogo d’elezione dell’ideologia liberale, prova invincibile della relazione tra la democrazia (governo del popolo) e la libertà economica, totem della dogmatica liberale, quest’ultima tende a svuotare di sovranità gli Stati-nazione a vantaggio di centri di decisione extra-istituzionali, dato che i suoi nemici primari sarebbero quest’ultimo e la democrazia, mentre gli avversari culturali le identità collettive, le religioni, i popoli, le nazioni, le comunità: «Lo Stato è malato», spiega nel gennaio 1980 Giuseppe Del Ninno, abbozzando una diagnosi sulle ragioni: «Alla crisi dello Stato come come modulo di aggregazione corrisponde infatti un consolidamento di formule alternative, mai sanzionate da alcuna carta costituzionale, quali il Partito, il Sindacato, la Holding multinazionale…»[8] critica che, se ricorda la polemica sulla “partitocrazia” fatta forze molto variegate nel tempo (il Movimento comunità di Adriano Olivetti, il Msi col presidenzialismo, i radicali, il repubblicano Bruno Visentini e oggi il M5s), evidenzia che gli ambienti della Nuova destra nell’Italia dei primissimi anni Ottanta «sembrava[no] comunque percepire», nonostante non vi fosse la reale percezione delle tendenze politiche in atto e dei processi strutturali in corso dalla seconda metà degli anni Settanta, «che la metamorfosi del sistema politico italiano finiva per aprire varchi profondi nella cultura democratica dominante, in primo luogo sul terreno, delicato e cruciale, della legittimazione […] di cui venivano disvelati gli aspetti di crescente relatività e arbitrarietà», nota Marco Revelli, spostando «il fondamento della legittimazione dal “principio di legalità” […] al “principio di prestazione ed efficienza” […] e affidato all’“unanimità” dei contraenti politici», i partiti, «o, comunque, al loro accordo contingente il principio generatore di tale autorità, si finiva per mettere a nudo il carattere del tutto discrezionale e contingente dell’esercizio del potere, per disvelare l’insufficienza della mera pratica negoziale a fondare lo Stato».[9]

Lo si fa mettendo in discussione il contrattualismo liberale, involucro vuoto e maschera benevola del liberismo mondialista delineato nel 1981 da Guillaume Faye ne Il sistema per uccidere i popoli, che li priva della vera sovranità devolvendola ad organismi tecnocratici visto il prevalere al suo interno della ragion liberale, liberista e individualista in economia, formalista nel diritto, parlamentarista in politica, il nucleo del “pensiero forte” neodestrista, da contrapporre a quello “debole” a cui la sinistra di quegli anni si stava sempre più piegando. Contro il «deserto della massificazione» della «société merchande» e il «vuoto “normativismo” liberale, contro il mistificante astrattismo democratico, contro il dogma del numero elevato a potenza e posto a fondamento del diritto, contro la legalità neutrale che non si giustifica in superiori valori da trasmettere», la Nuova destra oppone il decisionismo di Carl Schmitt, che «riscopre la legittimità che procede da rapporti reali, da un concreto ordine di riferimenti, dalla decisione ‘politica’ di determinare il ‘nemico’ da combattere, dall’affermazione di una forza che si pone come ‘sovrana’ trovando le sue ragioni nella chiara individuazione del nesso Stato/Comunità, dove lo Stato non è puro arbitrio, ma forma e funzione della Comunità.»[10]

Si evoca l’armamentario filosofico della reazione al razionalismo illuminista di matrice rivoluzionario-conservatore in contrapposizione al contrattualismo liberale, visto come forma di legittimazione debole, in nome di concezioni organiciste e metafisiche del potere statale: «Interrotta la continuità tra la trascendenza e l’autorità, dietro le apparenze del patto

[sociale]

non è rimasta che la brutta imposizione o la trappola di un consenso indotto con l’astuzia»,[11] dato che la forma del contratto sociale sarebbe «l’ultima risorsa di uomini che non hanno un vero motivo basilare per per stare insieme, per appartenere allo stesso gruppo. È il tentativo di sostituire il rapporto personale con un legame impersonale» che, fondandosi sull’utilitarismo, «ognuno è disposto a rispettare soltanto fino a quando il vantaggio esiste oppure è ancora possibile».[12]

Questo avviene nonostante il neodestrismo. In virtù di una graduale presa di distanza dall’area di provenienza, l’area neofascista rautiana, di fatto post-ordinovista ed evoliana la nuova destra metapolitica inizia a mettere in discussione la critica alla democrazia. Partendo dalla riflessioni di Alain de Benoist, la democrazia ora non è più «un’infezione dello spirito», ma se ne elogia però una di stampo post-liberale, la democrazia diretta, come si evince da un libro di de Benoist nel 1985, Democrazia, il problema. Il volume, uscito in Francia quello stesso anno, mette il maître à penser della Nouvelle droite davanti ad un’alterità fra la corrente di pensiero da lui rappresentata e la destra tradizionalista evoliana, ovvero la dicotomia democrazia/aristocrazia (nonostante nel pantheon del neodestrismo, Evola vi entra a pieno titolo, proprio a partire dagli anni Ottanta con la crisi della modernità, un tempo elogiata).

De Benoist ne elogia una antiliberale, postliberale, e di fatto interpreta in chiave localista, olista, organicista, comunitaria e plebiscitaria, ricollegandosi al modello comunitario dell’antica polis di Atene: «La democrazia antica era comunitaria ed “olistica”. La democrazia moderna è prima di tutto individualista. La democrazia antica definisce la cittadinanza attraverso la provenienza, ed offre più occasione ai cittadini di prendere parte alla vita della città. La democrazia moderna organizza come cittadini degli individui in sé considerati prima di ogni altra cosa sotto l’angolazione dell’egualitarismo astratto. La democrazia anticasi fonda sull’idea antica di comunità organica, la democrazia moderna, erede del cristianesimo e della filosofia dei Lumi, del solo individuo.»[13] Se il libro rilancia un tema tutt’oggi attualissimo, ovvero quello della crisi di rappresentanza e l’impasse che il sistema liberale – non a caso il concetto della democrazia diretta viene ribadito dal filosofo nel volume Populismo. La fine della destra e della sinistra –,[14] permangano nelle sue riflessioni spunti di un pre-modernismo di palese matrice reazionaria, basti pensare all’idea che la cittadinanza debba esser definita «attraverso la provenienza», che rilancia l’idea dal retrogusto völkisch sulla costruzione di una Blutdemokratie, una “democrazia di sangue” a misura di Volkgemeinchaft. Non solo: il discorso si arricchisce di nuive suggestioni di segno opposto quando, alla fine degli anni Ottanta, Alain de Benoist rilancia una letteura e una riabilitazione del pensatore francese Jean-Jacques Rousseau, visto come pensatore antiliberale della figura del “cittadino”, riletto come pensatore anticosmopolita (ergo “antimondialista”) e difensore della democrazia diretta. Questo gesto di appropriazione dottrinale del pensiero rousseauiano “da destra” costituisce senz’altro un’importante tappa della rottura che la Nouvelle droite con le “vecchie destre” tradizionaliste e nazionaliste, le quali, invece, accusavano Rousseau di cosmopolitismo umanitario e volontarismo contrattualista.[15] Questa appropriazione (secondo alcuni indebita) non è nuova: il Grece non esordì forse col “gramscismo di destra”? Non rilegge da posizioni rivoluzionario-conservatrici le riflessioni di pensatori di segno opposto come Serge Latouche e Alain Caillé per contestare la modernità consumistica, unendo il tutto a riflessioni heideggeriane ed evoliane? Il libro debenoistiano Le momente populiste. Droite-gauche c’est fini!, non rimanda forse, oltre a Marx e Gramsci, ai saggi dei teorici del populismo socialista quali Ernesto Laclau, Chantal Mouffe, Jean-Claude Michéa? Non è forse Krisis, casa editrice legata al Grece, a pubblicare tutta l’opera omnia di Costanzo Preve, compresi i saggi editi in Italia da case editrici marxiste? Comprendiamo forse perché non bisogna stupirsi dell’uso di Rousseau per rafforzare l’argomentazione della democrazia diretta plebiscitaria e il vero senso del rifiuto dell’antinomia liberale destra/sinistra: non una confusione mentale, ma piuttosto il desiderio da una parte di costruire un poliedrico pensiero forte per opporsi a quello “liquido” postmoderno, appropriandosi dall’altra di intellettuali spesso emarginati dalla sinistra ufficiale. Il caso di Michéa in Francia o di Preve in Italia – quest’ultimo recuperato in extremis dal dialogo col marxista Domenico Losurdo – sono a mio dire emblematici a indicare lo stato comatoso della sinistra occidentale e la mancanza di una progettualità di tipo egemonico.

2 – Continua

1 – La “Nuova destra” italiana tra crisi di sistema e crisi istituzionale

2 – La sinistra italiana e la “Nuova destra”


[1] P. Moroni, Tra postfordismo e nuova destra sociale, in «Decoder», n. 8, 1° semestre 1993, ripubbl. in forma più ampia in «Vis-à-Vis. Quaderni per l’autonomia di classe», n. 1, autunno 1993.

[2] M. Cacciari, Sinistra e Nuova Destra. Atti, echi e commenti del convegno di Firenze, in «Diorama letterario», n. 56-57, febbraio-marzo 1983, p. 10.

[3] A. Lijphart, Typologies of Democratic Systems, in «Comparative Political Studies», I (1968), p. 21, e Id., Democracy in Plural Societies, New Haven, Yale University Press, 1977, p. 103.

[4] P. Moroni, Tra postfordismo e nuova destra sociale, cit.

[5] G. Malgieri, Prefazione a A più Mani, Proviamola nuova. Atti del seminario “Ipotesi e strategia di una Nuova Destra”, LEdE, Roma 1980, p. 9.

[6] S. Solinas, Macondo e P.38, Il Falco, Milano 1980, p. 98.

[7] A. de Benoist, Il nemico principale, cit., p. 40.

[8] G. Del Ninno, La tradizione, lo stato organico, le nuove comunità, in A più Mani, Proviamola nuova. Atti del seminario “Ipotesi e strategia di una Nuova Destra”, cit., pp. 43, 44.

[9] M. Revelli, La nuova destra, in F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, p. 151.

[10] M. Bernardi Guardi, Appunti sul primo Jünger: il milite del lavoro e la città del sole, in A più Mani, Al di là della destra e della sinistra, cit., p. 123.

[11] G. De Ninno, La tradizione, lo stato organico, le nuove comunità, in A più Mani, Proviamola nuova. Atti del seminario “Ipotesi e strategia di una Nuova Destra”, cit., p. 44.

[12] C. Finzi, Culture proibite e legittimazione del potere, in A più Mani, Al di là della destra e della sinistra, cit., p. 229.

[13] A. de Benoist, Democrazia, il problema, Arnaud, Firenze 1985, p. 20.

[14] Cfr. A. de Benoist, Populismo. La fine della destra e della sinistra, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno (BO) 2017.

[15] Cfr. A. de Benoist, Relire Rousseau?, comunicazione al XXII convegno nazionale del Grece, Parigi, 27 novembre 1988, in «Études et Recherches», n. 7, 3° trimestre 1989, pp. 5-28, poi in Études Jean-Jacques Rousseau, Reims, 1990, pp. 209-226.

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