Top

La Sospettosità Siciliana: V puntata

La Sospettosità Siciliana: V puntata

“… La sola nozione che l’uomo siciliano ha del peccato si può considerare condensata in questo proverbio: Cu havi la cummidità e nun si nni servi, mancu lu confissuri ca l’assorvi; che è appunto l’ironico rovesciamento non solo del sacramento della confessione ma del principio fondamentale del cristianesimo: non sarà assolto dal confessore colui che non saprà profittare di ogni comodità ed occasione che gli si offre, della roba altrui e della donna altrui in particolare. Ed è da questo atteggiamento nei riguardi dell’altrui che sorge quel senso di precarietà ed insicurezza nei riguardi del proprio: quell’acuta e sospettosa vigilanza, quell’ansietà dolorosa, quella tragica apprensione di cui la donna e la roba sono circondate e che costituiscono una forma di religiosità se non di religione“. (Leonardo Sciascia, Morte dell’inquisitore)

4. La Fiducia come Strumento di Analisi.

La fiducia è il risultato di un processo o il presupposto di esso?[1] La nostra impressione è che concetti quali fiduciacoesioneordine sociale se decontestualizzati rischiano di privare il ricercatore di strumenti utili all’orientamento. Per evitare questo problema vanno identificati, cioè dotati di contenuto e direzione.

Chiedersi genericamente se c’è o non c’è fiducia all’interno di un contesto sociale, trascura il fatto che, comunque, al suo interno avvengono forme di collaborazione tra attori che costituiscono le formazioni sociali storicamente determinate.

Probabilmente è più utile risalire ad Hobbes: in base a quale criterio gli uomini raggiungono la stabilità sociale? La risposta convincente è che ad un certo momento l’uomo valuti non più proponibile lo stato di continua belligeranza e preferisca, più comodamente, convivere costruendo il legame sociale attorno a valori condivisi. Si forma così la convenzione sociale, citata da [Pizzorno 1991] che la riprende da [Hampton 1986] nella sua originale versione anglofona (self-interested agreement: accordo su quale sia l’interesse comune). Pizzorno fa notare la differenza rispetto all’interpretazione tradizionale del pensiero hobbesiano: il contratto sociale.

Il contratto presuppone una valutazione critica dell’interesse da perseguire, la possibilità di poter modificare i suoi elementi costitutivi, la ricerca di un accordo con la controparte. La convenzione, invece, ha la caratteristica di essere presupposto e fine dell’interazione di più attori: attorno ad essa gli attori sociali fanno ruotare naturalmente le loro tassonomie valoriali. Per il ricercatore è un luogo teorico logico che parifica identità e strategia. Il ricercatore non si chiederà se un fenomeno sociale è giusto o non è giusto. Piuttosto, cercherà di capire in base a quali criteri gli attori lo rendono possibile e duraturo e lo considerano utile o dannoso. 

Con questo metodo, in via ipotetica e con dei criteri ben chiari, si va a studiare la collocazione dello scambio collaborativo prevalente (possiamo anche usare il termine fiducia): per es. in ambito economico, in ambito partitico, in ambito familiare. Ognuna di queste formazioni sociali (mercatopartitofamiglia) potrà essere esaminata sub specie delle identità relative[2] degli appartenenti definite attraverso i loro interessi, che il ricercatore definirà con chiarezza e che serviranno a delimitare le formazioni sociali oggetto di studio: convenzionali e però necessarie. Queste servono poi a delimitare e definire le strategie individuali, altrimenti illeggibili. È un approccio combinato che va dal basso verso l’alto (dalla identificazione dell’interesse individuale alla ricostruzione della formazione sociale) e dall’alto verso il basso (la formazione sociale definisce le strategie individuali possibili). Nella realtà, infatti, gli attori trovano i loro limiti cognitivi e comportamentali all’interno delle formazioni sociali di riferimento.

Indispensabili per il comportamento concreto, questi limiti forniscono la graduatoria di valori che legittimano socialmente le preferenze e le scelte. Le dimensioni di analisi possibili sono numerose, perché ogni soggetto partecipa a più di una formazione sociale (su ciò cfr. il successivo Capitolo 5). 

La psicologia sociale cognitivista sottolinea che i valori consolidati (possiamo anche usare l’espressione: mentalità prevalente) guidano il comportamento attraverso la conferma delle conoscenze precedenti: si cercano gli elementi a convalida e non (popperianamente) a falsificazione. La tradizione (qualunque tradizione) ha quindi un potere di attrito notevole.

Gli studi effettuati sul comportamento delle imprese mostrano che gli operatori economici (analogamente a qualsiasi soggetto dotato di capacità limitate di calcolo e di previsione) tendono a stringere alleanze stabili con uno o più partner perché ciò permette di diminuire l’incertezza. Si assiste al formarsi delle concrete forme di organizzazione e funzionamento del mercato. La scelta di un partner economico presuppone un calcolo di convenienza, in primo luogo dei costi di transazione. Il mantenimento di un ragionevole grado di autonomia degli attori in questione presuppone che nessuno di essi deve controllare l’incertezza altrui oltre un certo limite. Deve esistere, cioè, una certa condizione di reciprocità, garantita da condizioni oggettive e soggettive di autonomia tendenziale.

In assenza di tali condizioni di interdipendenza abbiamo forme gerarchiche. Pur considerando che le gerarchie sono parte integrante di qualsiasi legame sociale (anche dei cluster economici) conviene chiedersi se gerarchie fortemente accentuate siano o meno compatibili con l’esistenza di autonomi soggetti economici.

Evidentemente è una questione di misura: l’eterodirezione dei fini mal si concilia con l’autonomia soggettiva; ma non è inconciliabile con il raggiungimento di fini economici, se l’obiettivo è e resta economico. La questione, nel nostro caso, deve essere posta a livelli diversi: non si tratta di gerarchia a fini economico-concorrenziali.

In primo luogo in Sicilia eravamo in presenza di singole aziende e non di vere e proprie reti produttive che ci ricordassero i cluster rilevati in altre zone. In secondo luogo, l’atteggiamento di gran parte degli imprenditori siciliani (in sintonia con la mentalità diffusa) sembrava escludere sistematicamente forme di aggregazione e di alleanza produttiva. Sia per motivi oggettivi (mancano i partner possibili) sia per pregiudizio negativo. 

Sempre in via pregiudiziale, la gran parte degli imprenditori sembrava escludere forme di aggressione dei mercati nazionali ed esteri, quasi che una sostanziosa crescita economica della propria impresa non rientrasse nei propri obiettivi legittimi.

In altra sede si è evidenziato l’articolarsi delle risposte ottenute dalle imprese bolognesi. Cluster, mercato, clienti, tradizioni, attività lobbistica venivano utilizzati in varia misura, ottenendo comunque una miscela da cui emergeva una mentalità imprenditoriale attiva; più o meno adeguata ma tuttavia comprensiva di molti degli ingredienti che il ricercatore poteva aspettarsi. Ed era certamente presente un elemento che, mai nominato esplicitamente, veniva naturalmente presupposto: l’attività imprenditoriale esercitata, pur se difficoltosa, non era in discussione. In altre parole, non veniva messa in discussione la loro legittimazione sociale in qualità di ceto. Proprio ciò che mancava nelle risposte degli imprenditori siciliani: enunciazioni esplicite o legittime interpretazioni da parte dei ricercatori delle strategie aziendali esaminate ci costringevano alla formulazione di una domanda: quale fiducia per gli imprenditori siciliani?

Per la Sicilia bisognava trovare soluzione ad un ossimoro: quale self-interested agreement per gli imprenditori siciliani se non possiamo individuarlo nel loro stesso agire concorrenziale e di mercato a fini di crescita economica? Anzi, spesso, proprio della loro autolegittimazione come ceto bisognava dubitare. In quale direzione andava la loro fiducia, se era scarsa quella nel fatto economico?

La ricostruzione storica ci indicava che non si era ancora formata una mentalità che associava la propria autonomia con la sopravvivenza fisica, dove autonomia sta in questo caso per bene pubblico diffuso, non presidiato da alcuno in particolare e diritto di tutti i cittadini.

A maggior ragione ci trovavamo in presenza di una mentalità che non percepiva l’autonomia economica del soggetto come risorsa. La crescita e l’autonomia economica (la legittimazione all’autonomia economica) non veniva concepita come valore perché questa autonomia (economica) non era stata vissuta come storicamente possibile se non assicurata e garantita da altri ceti, portatori di valori per certi aspetti antitetici all’efficienza produttiva e concorrenziale.

La nostra ipotesi, evidentemente, riconduce a: 1) la mafia per il controllo del territorio e delle sue risorse; 2) il ceto medio clientelare, controllore e dispensatore discrezionale di importanti risorse finanziarie.

Questi due fenomeni (pur così diversi tra di loro) avevano svolto lo stesso ruolo negativo rispetto ad ogni ipotesi di autonomia degli attori economici e della società civile in genere. In questo senso, potremmo dire che a danno si è sommato danno, con un mix molto ben strutturato e coerente.

Il concetto può essere ripetuto in termini storici. La modernizzazione occidentale ha comportato il progressivo allontanamento dal modello feudale, con la progressiva autonomia delle attività economiche dal potere politico ed istituzionale. Non così in Sicilia, dove non si era verificato il distacco dell’economico dal politico. I due valori sociali erano cioè commisti.

Quindi: il bene pubblico diffuso presente in Sicilia, la convenzione sociale attorno alla quale si costruivano i legami legittimati non era l’autonomia dell’economico.

Infatti, nelle nostre interviste ritrovavamo spesso:

1) imprese che faticavano a considerare se stesse come soggetti autonomi all’interno del mercato e delle sue regole di competizione ed alleanza; 2) imprese che faticavano a considerarsi sistemi (più o meno aperti) ma distinti dall’ambiente esterno.

Le unità di analisi ricavate tramite le dichiarazioni degli imprenditori tendevano a debordare rispetto all’impresa per come essa poteva essere ipotizzata dal ricercatore: molto spesso scomparivano come unità organizzative (cioè venivano definite con confini non distinti rispetto alla realtà esterna) e dichiarate dipendenti da attori di arene diverse da quella direttamente economica. Analogamente a quanto poteva accadere in altri contesti geografici ma certamente con un’enfasi quantitativa e qualitativa maggiore.

Il disegno dei confini aziendali si estendeva, peraltro, in varie direzioni. 1) Verso l’ambiente esterno, ipotizzando una dipendenza da soggetti e ceti di arene diverse da quella economica (quella politica, per es.). 2) Verso la famiglia: i ruoli familiari si sovrapponevano alle strategie d’impresa. Anche in Emilia Romagna avevamo osservato qualcosa di simile ma lì si era notato il primato dei risultati aziendali nel guidare le strategie d’inserimento dei membri della famiglia all’interno dell’impresa. Le caratteristiche di terzietà erano, evidentemente, ben più marcate.

In Sicilia non notavamo la totale assenza di atteggiamenti collaborativi. Piuttosto essi si situavano a livelli diversi da quelli che ci si doveva aspettare dall’esame dell’agire imprenditoriale. Avevamo, cioè, collaborazioni con soggetti qualitativamente diversi da quelli attesi e con interazioni qualitativamente diverse da quelle attese.

Sulla base di queste considerazioni potevamo spiegare i motivi che spingevano un imprenditore siciliano a non scegliere la crescita aziendale ed a rimanere di dimensioni piccole e piccolissime, considerandole ottimali.

In un contesto dove i valori della produzione industriale e dell’economia di mercato sono misconosciuti e talvolta avversati, la crescita aziendale equivarrebbe ad una perdita di identità, proprio perché significherebbe l’entrata in un’arena di gioco con regole diverse da quelle economiche: la crescita equivarrebbe non ad un aumento dell’autonomia ma ad una perdita dell’autonomia perché le determinanti del successo sono percepite come determinanti non-oggettive, non-bene-pubblico-diffuso, dipendenti da ceti non economici, verso cui non sembra che si possa rispondere con iniziative imprenditoriali.

Data questa situazione, sarebbe stato ingenuo sostenere che bastava liberare le imprese dal condizionamento politico per ottenere automaticamente crescita aziendale e sviluppo economico con caratteristiche nuove.

Gli ostacoli che si sovrapponevano a questa soluzione erano di varia natura. In primo luogo di carattere strettamente tecnico: la mancanza di esperienza manageriale. Ma ve ne era un altro più radicale che discende da quanto detto finora. Non eravamo in presenza di realtà aziendali soffocate nei loro giusti sforzi di crescita economica (anche se questo elemento era presente).

In realtà, gli imprenditori partecipavano della mentalità diffusa secondo cui il vero potere, quello dotato di discrezionalità decisionale e di risorse per poterla sostenere, era di natura politica o mafiosa. Mai, o quasi mai, di natura imprenditoriale. Gli stessi imprenditori, così, a torto o a ragione, alimentavano lo status quo, rinunciando a proporre un nuovo modello comportamentale.

In sede di Rapporto di ricerca avevo ipotizzato una possibile direzione di intervento. Un breve passo può forse essere utile per chiarire:

“… una delle soluzioni potrebbe essere quella di mostrare (e dimostrare) in quale maniera è possibile conseguire obiettivi di autonomia (nel nostro caso: autonomia economica ed imprenditoriale) mediante comportamenti di mercato concorrenziale, e non di sviluppo dipendente. La formazione manageriale potrebbe non essere sufficiente se non accompagnata da periodi di cogestione dell’attività d’impresa. Si potrebbe guardare ad altre soluzioni presenti nel panorama internazionale: quelle che vengono denominate in termini sintetici incubators. Si tratta di assistenza all’attività d’impresa (per un periodo relativamente lungo: 4-5 anni) ed il trasferimento delle conoscenze necessarie per agire in contesti molto avanzati.

Nel nostro caso si fa riferimento non già a servizi avanzati forniti in distretti industriali affollati, quanto all’assistenza da garantire ad imprese medio-piccole nella fase molto delicata di assestamento e collocazione sul mercato di riferimento. A seguito comunque di una selezione che tenga conto di variabili economico-aziendali: esigenze del mercato, qualità dei prodotti, tecnologie, ecc. Se si procedesse in tal senso bisognerebbe accompagnare al focus della contraddizione positiva tramite il management (secondo l’ipotesi iniziale del CERISDI), il focus della contraddizione positiva tramite gli attori-imprenditori. Si aggiungerebbe, cioè, un’altra unità di analisi per l’intervento; e su questa si ipotizzerebbe la costruzione di una nuova (perché prima inesistente) autonomia sociale. Si avrebbe la formazione di un ceto (gli imprenditori) attraverso la legittimazione ad una attività d’impresa e non l’attività di impresa attraverso la legittimazione di un ceto (i manager) …“.

Bibliografia

Gambetta D. (a cura di) 1989, Le strategie della fiducia, Indagini sulla razionalità della cooperazione, Torino, Einaudi

Hampton J. 1986, Hobbes and the Social Contract Tradition, Cambridge, Cambridge University Press

Meridiana Settembre 1989- Gennaio 1990, Rivista di Storia e scienze sociali, n. 7\8

Pizzorno A. 1991, Il modello Leviatano, Rivista dei Libri, Giugno

Note


[1] La domanda aleggia senza soluzioni chiare nella tavola rotonda “Fidarsi è bene?” dedicata all’antologia curata da Gambetta [1989]. Il resoconto del dibattito è stato pubblicato in un numero di Meridiana (n. 7-8, 1990) dedicato interamente al problema della mafia.

[2] Relative storicamente e specifiche per quella formazione sociale.

[3]In foto: Chiesa di San Giovanni Evangelista patrono di numerose società segrete tenuto in alta considerazione dalla massoneria.

Indice

I Puntata (Premessa; Introduzione: a) La sospettosità siciliana come convenzione sociale; b) Gli Imprenditori; Bibliografia; Note).

II Puntata (Capitolo 1. Regolazione Locale e Regolazione Economica; Bibliografia; Note).

III Puntata (Capitolo 2. Le Ipotesi Storiche; 2.1. Le Due Inchieste Del 1875; Bibliografia; Note).

IV Puntata (Capitolo 3. L’importanza Dei Ceti Medi.; 3.1. La Mafia; 3.2. Il Ceto Medio Clientelare; 3.3. I Valori di Riferimento;Bibliografia; Note).

V Puntata (Capitolo 4. La Fiducia Come Strumento di Analisi; Bibliografia; Note).

VI Puntata (Capitolo 5. Teoria Dei Giochi ed Analisi Sociologica: Il Caso Siciliano; Bibliografia; Note).

Nato nel 1955, Laurea in Scienze Politiche. Al suo attivo pubblicazioni a stampa, progetti e rapporti di ricerca, missioni di lavoro in Venezuela, Russia, Ucraina, un lungo soggiorno di studio e lavoro negli Stati Uniti.

Post a Comment


доступен плагин ATs Privacy Policy ©

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Questo sito fa uso di cookie, file di testo che vengono registrati sul terminale dell’utente oppure che consentono l’accesso ad informazioni sul terminale dell’utente. I cookie permettono di conservare informazioni sulle preferenze dei visitatori, sono utilizzati al fine di verificare il corretto funzionamento del sito e di migliorarne le funzionalità personalizzando il contenuto delle pagine in base al tipo del browser utilizzato, oppure per semplificarne la navigazione automatizzando le procedure ed infine per l’analisi dell’uso del sito da parte dei visitatori. Accettando i cookie oppure navigando il sito, il visitatore acconsente espressamente all’uso dei cookie e delle tecnologie similari, e in particolare alla registrazione di tali cookie sul suo terminale per le finalità sopra indicate, oppure all’accesso tramite i cookie ad informazioni sul suo terminale.