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La Sospettosità Siciliana: VI puntata

La Sospettosità Siciliana: VI puntata

“… La sola nozione che l’uomo siciliano ha del peccato si può considerare condensata in questo proverbio: Cu havi la cummidità e nun si nni servi, mancu lu confissuri ca l’assorvi; che è appunto l’ironico rovesciamento non solo del sacramento della confessione ma del principio fondamentale del cristianesimo: non sarà assolto dal confessore colui che non saprà profittare di ogni comodità ed occasione che gli si offre, della roba altrui e della donna altrui in particolare. Ed è da questo atteggiamento nei riguardi dell’altrui che sorge quel senso di precarietà ed insicurezza nei riguardi del proprio: quell’acuta e sospettosa vigilanza, quell’ansietà dolorosa, quella tragica apprensione di cui la donna e la roba sono circondate e che costituiscono una forma di religiosità se non di religione“. (Leonardo Sciascia, Morte dell’inquisitore)

5. L’Applicazione della Teoria dei Giochi.

5.1. Le aporie

Uno degli autori più citati in tema di teoria della fiducia (superiorità della) è Axelrod [1985]. Il testo di Axelrod, partendo dal famoso dilemma del prigioniero, mira a dimostrare (sulla base di una vera e propria competizione sperimentale internazionale tra studiosi di teoria dei giochi) la ragionevolezza (perché vincente) di un comportamento cooperativo fondato sull’assunto di mantenere fiducia nel comportamento altrui, almeno fino a quando l’altro non dimostri un comportamento non-cooperativo. Il gioco di Axelrod ha un suo fascino, specie quando esamina le implicazioni di ordine bio-evolutivo delle idee strategiche esaminate[1].

Tuttavia, si può rischiare di commettere un errore epistemologico con un’analisi a due dimensioni: {interazione tra i due attori + asse del tempo}.

 È possibile scegliere di mantenere un atteggiamento consapevole di cooperazione a condizione di una parificazione degli interessi degli attori e quindi della loro relativa (all’interazione) identità. È lo stesso problema affrontato sopra quando si è posta la questione di quale contenuto e direzione dare all’interesse, asserito come tale. Il problema, è che nella simulazione di Axelrod, l’interesse degli attori che vengono chiamati ad interagire è pre-definito dallo stesso Axelrod.[2] In altre parole, Axelrod ha pre-disposto il frame logico della convenzione immaginando che gli attori non potessero esprimere identità ed interessi che fossero differenti e potenzialmente divergenti in un universo a più dimensioni.

Di fronte a queste possibili aporie abbiamo ritenuto necessario apportare una postilla all’approccio di Axelrod quando ci siamo posti il problema di come definire gli imprenditori siciliani.

In primo luogo, dovevamo domandarci perché gli imprenditori non erano in grado di fare i propri interessi (non apparivano neanche in grado di enunciarli in maniera articolata e convincente); in secondo luogo, bisognava domandarsi in quale area logica risiedesse il self-interested agreement o, per utilizzare una terminologia coerente con l’approccio utilizzato, a quale livello si era realizzato lo scambio cooperativo socialmente e storicamente esistente e cioè vincente, che pur doveva esserci: un approccio che è un evidente prestito dalla visione darwiniana sulla selezione della specie. La risposta ci avrebbe dato il piano di analisi centrale su cui posizionare le altre variabili in uno spazio potenziale a tre dimensioni (Attore A+ Attore B+ la loro Interazione) che sarebbero diventate quattro se si introduceva la variabile tempo.

Per essere più chiari proviamo ad applicare il ragionamento seguito nella nostra ricerca ai risultati ottenuti dalla ricerca stessa simulando che essa sia il risultato di un gioco d’interazione. L’approccio scelto renderà chiaro il procedimento di verifica e falsificazione dell’ipotesi iniziale.

Posto che deve esistere un punto di equilibrio, la sua assenza nel luogo ipotizzato (nella comparazione con le interviste emiliane e baresi quelle siciliane davano risultati distonici) costringe a cercare altrove. In questo senso, c’è il pieno recupero dell’intenzionalità del lavoro di ricerca: scelta la direzione dell’interesse da ricercare (crescita e successo aziendali) si cerca di stabilire lo scostamento dei dati ricavati da quanto ragionevolmente atteso. I criteri in base a cui stabilire lo scostamento (in termini di quantità e qualità) ci vengono da quelle che possiamo definire le convenzioni scientifiche e cioè quanto concordemente ritenuto valido sulla base delle esperienze precedenti. Come si vede, avviene un doppio recupero all’interno della stessa logica di ricerca: l’esperienza scientifica precedente (il passato, che perderebbe di significato in un’analisi a due dimensioni) diventa intenzionalità (presente e futuro tendenziale) della ricerca stessa.

È proprio questa la logica utilizzata per interpretare i fenomeni indagati: i limiti della ricerca possono essere segnalati da chi può aggiungere o falsificare. Tuttavia, non avrebbe senso parlare di scientificità o non scientificità (che qui equivarrebbe a fiducia nella scientificità) se non se ne fossero esplicitati contenuto e direzione: ai fini di una comune taratura dei codici di comunicazione.

Questa impostazione ci convinceva sul piano teorico anche per il dibattito sopra ricordato sulle forme storiche che può assumere la regolazione dell’economia; ma, forse, ancora di più ci convinceva la constatazione che il ritardo economico della Sicilia rispetto ad altre zone, italiane e non, assumeva caratteristiche molto radicate per non essere, anche, un fatto di mentalità. Siamo così arrivati alla formulazione della nostra ipotesi di ricostruzione.

In coda abbiamo coerentemente fatto presente che se la ricostruzione è esatta, ci troviamo in presenza della necessità di creare un ceto (gli imprenditori), piuttosto che dei manager, proprio perché si tratta di legittimazione all’esistenza sociale.

5.2. La Sicilia come case study

 Putnam [1988] che ha avuto occasione di indagare sul possibile rapporto tra cultura della partecipazione e sviluppo socio-economico per le diverse regioni italiane ci può aiutare: “Le conclusioni empiriche di questa ricerca possono essere riassunte con semplicità sorprendente. Le tradizioni di attivismo sociale e di solidarietà civica sono molto più forti e persistenti degli elementi di continuità della struttura sociale, almeno nelle regioni italiane. L’interesse civico spiega lo sviluppo socio-economico e non il contrario.”

Qualche anno dopo l’autore statunitense ha pubblicato un volume che esprime per esteso le sue idee sulle differenze di rendimento istituzionale delle amministrazioni locali italiane [Putnam 1993]. La tesi va nella stessa direzione dell’articolo del 1988 e sposta all’epoca dei Comuni il momento fondante in cui si creano le premesse per le attuali disparità.[3]Possiamo notare che queste conclusioni (che presentano l’Emilia Romagna come caso positivo di partecipazione e di associazionismo) vanno nella stessa direzione della nostra ricostruzione: se per le regioni meridionali, e la Sicilia in particolare, vi è stato un forte controllo sociale a fini di conservazione non è affatto irragionevole trovarsi in presenza di uno sviluppo soffocato. La ricerca di Putnam, comunque, ci induce a fare altre considerazioni.

Partiamo dalla constatazione che uno degli indici utilizzati dallo studioso americano è la presenza o l’assenza di partecipazione civica in un periodo cruciale (il passaggio da un’economia prevalentemente rurale ad un’economia prevalentemente industrializzata) per la legittimazione dell’interesse da noi indagato: la cultura d’impresa e la sua capacità di crescere.

Ebbene, possiamo affermare che quelle complesse trasformazioni sociali sono state favorite da un diffuso atteggiamento sociale cooperativo (oltre, naturalmente, a condizioni oggettive favorevoli) tramite il quale idee nuove (anche economiche) avevano più possibilità di affermarsi; mentre per la Sicilia ci troviamo in presenza di un’impossibilità presunta storicamente: semplicemente, non è avvenuto.

Proviamo allora ad utilizzare il modello proposto da Axelrod al caso siciliano, dando per buoni i risultati delle due ricerche del secolo scorso (Sonnino-Franchetti e Inchiesta parlamentare) e le attuali analisi sociologiche e politologiche che sottolineano il peso sociale del ceto medio e medio-alto improduttivo mediatore del flusso della spesa pubblica.

Tra le strategie esaminate da Axelrod ed emerse parzialmente vincenti ve n’era una definita cattiva (quelle cooperative vengono definite buone) chiamata Harrington che si estinse a circa metà del torneo internazionale organizzato e condotto dallo studioso americano, insieme ad altri studiosi, per verificare quale strategia comportamentale avrebbe avuto il punteggio finale più alto e quindi più di successo.

Con le parole di Axelrod“Un ottimo esempio di estinzione ecologica ce la offre Harrington, la sola strategia “non buona” che si sia piazzata tra le prime quindici finaliste della seconda tornata. … Ben presto questa strategia cominciò a perdere terreno rispetto alle strategie “buone”, così che già alla millesima generazione Harrington poteva considerarsi estinta proprio come le sue vittime, sfruttabili e sfruttate. L’analisi ecologica ci dice dunque che le vittorie conseguite su strategie che già sono deboli per conto loro finiscono per innescare un processo di autoeliminazione: se il rifiuto della “bontà” può apparire promettente all’inizio, alla lunga determina la distruzione dello stesso ambiente che ne aveva consentito i successi iniziali.”

Che è precisamente la stessa conclusione a cui eravamo arrivati quando abbiamo affermato che sul piano sistemico quel tipo di relazione tra attori aveva impedito la nascita e la crescita delle imprese. Il riferimento è ovviamente a quel tipo di regolazione sociale che bloccava la mobilità sociale verso l’alto. In questo senso, la variabile mafia è una delle tante ma emblematica: conviene dedicare, quindi, un po’ più di attenzione alla qualità della sua interazione sociale.

Volendola intendere come strategia cattiva, cioè sfruttatrice come la citata Harrington, viene naturale domandarsi in base a quale criterio la vittima accetti di essere sfruttata. A livello sociale e storico, come abbiamo visto, sono state avanzate ipotesi verosimili. Tuttavia, dal punto di vista dell’attore sfruttato la spiegazione è probabilmente un’altra, il che potrebbe rendere intellegibile una mentalità altrove incomprensibile.

Nel dilemma del prigioniero (versione di Axelrod) l’attività di non cooperazione, se ricambiata, ottiene un punteggio molto basso: non-cooperazione e non-cooperazione dà ad ognuno un punto; se non ricambiata dà zero: chi decide di cooperare con chi decide di non-cooperare ha zero mentre lo sfruttatore di chi coopera ha un punteggio alto (cinque); infine, nell’ipotesi di reciproco atteggiamento cooperativo un punteggio equamente alto (tre).

Nel nostro caso immaginando un’interazione tra l’organizzazione mafiosa e le sue vittime siamo costretti a cambiare il punteggio relativo alla non-collaborazione, assegnando una sanzione pesante all’eventuale non-collaborazione della vittima: zero invece di uno, con la possibilità, ulteriore rispetto al gioco tradizionale proposto da Axelrod, di perdere tutto o parte del punteggio precedentemente acquisito: rappresaglia sui beni posseduti, sulla persona, sui familiari. Infatti, se ci si mette nelle vesti di una vittima e non esiste lo Stato con il suo monopolio della violenza diventa ragionevole prevedere un atteggiamento di collaborazione con la mafia.

Tuttavia, l’atteggiamento collaborativo, a queste condizioni, porta all’etero direzione dei fini: cioè la vittima è costretta a far propri i fini del mafioso che impone il suo piano di comunicazione e la sua agenda.

In questo senso, mancherebbe la possibilità di scegliere e quello che potrebbe essere un dibattito, anche aspro, in queste circostanze diventa coazione ad unificare i codici di comunicazione (nell’accezione di cui sopra: accordo su quale è il comune interesse) con un forzoso snaturamento, totale o parziale, dell’identità del soggetto-vittima.

Ai nostri fini il risultato non cambia significativamente se sostituiamo all’organizzazione mafiosa il ceto medio che distribuisce risorse in maniera clientelare. La ragione di questa parificazione è che le interazioni che avvengono con quest’altro attore, seppure a gradazione diversa, modificano le curve di utilità di un’impresa capitalista perché i criteri di relazione non sono fondati sull’efficienza produttiva[4]Diminuisce anche la legittimazione sociale dell’impresa perché meno importante per la generazione delle risorse.

Sulla base della ricostruzione da noi effettuata possiamo legittimamente cronicizzare il fenomeno per alcune generazioni dandogli una valenza pervasiva nel territorio da noi considerato.

All’interno di una regolazione sociale a fini conservatori, per come l’abbiamo ricostruita, cumulando mafia ed affermazione vincente del clientelismo ci si aspetterebbe che l’atteggiamento sociale più diffuso perché più conveniente e ragionevole possa essere la non-collaborazione possibile.

Questa non-collaborazione possibile dà un punteggio basso ma in prospettiva evita il pericolo di accettare fini non riconosciuti come propri. Altrimenti si subirebbe una pericolosa etero direzione dello sviluppo o addirittura uno snaturamento della propria identità sociale. Nei confronti della violenza subita vi è una relativa tolleranza (rifiuto della denuncia, per es.) perché si paventa una violenza maggiore.

Appunto: cronicizzazione della sfiducia in una possibile collaborazione paritaria; il misconoscimento di una collaborazione non-coatta, non-violenta, non-subita. Rimanendo esclusa dall’esperienza storica una collaborazione significativa e prolungata vantaggiosa per tutti gli attori interagenti.

Viene fatta salva la possibilità che una parte della popolazione trasformi la propria identità sociale attraverso le generazioni con l’inserimento nelle organizzazioni mafiose o la socializzazione all’interno del ceto mediatore clientelare. Oppure che decida una strategia di fuga: l’emigrazione. Il risultato è una forte stabilizzazione dell’interazione sociale ed il rafforzamento della sub-cultura relativa.

Quindi: propensione a non fare affidamento sulla collaborazione con la rinuncia alla comunicazione\scambio al di là dell’ambito di cui fidarsi, a meno che quest’ambito non lo si conosca e non lo si controlli strettamente; a queste condizioni, evidentemente, l’ambito rimane parecchio ristretto.

Il risultato della nostra breve simulazione è coerente con i risultati della ricerca: quando abbiamo rilevato che troppo spesso le piccole imprese considerano ragionevole rimanere piccole. O, che è lo stesso, che quasi tutte le imprese grandi che abbiamo intervistato sono nate grandi. Ma se ne discosta in una parte importante: per la simulazione abbiamo dovuto presupporre soggetti interagenti dotati di identità ad una sola dimensione.

In realtà, come già detto, le identità sociali sono frammiste ed i loro schemi logici in parte sovrapposti. Le dimensioni di analisi potenziali sono cioè molteplici. Se non si tenesse conto di ciò la ricerca scientifica correrebbe il rischio della banalizzazione.

Sul piano della realtà storica e sociale ciò è ovviamente un bene. La molteplicità delle dimensioni aumenta il numero delle interazioni possibili e la probabilità che generazione dopo generazione alcune interazioni, diverse dalle precedenti, possano stabilizzarsi e proporsi come paradigmi di cambiamento rispetto al passato. Tuttavia, sulla base delle statistiche più recenti questo non è ancora avvenuto.

Bibliografia

Axelrod A. 1985, Giochi di reciprocità, Milano, Feltrinelli (ed. originale 1984).

Crozier M- E. Friedberg 1978, Attore sociale e sistema, Milano, Etas

Putnam R. D. 1988, Rendimento istituzionale e cultura politica: qualche interrogativo sul potere del passato, Polis, n.3

Putnam R. D. 1993, (con R. Leonardi e R. Nanetti). Making democracy work: civic tradition in modern Italy. Princeton University Press (Ed. It.: La tradizione civica nelle Regioni italiane, Milano, Arnoldo Mondadori).

Note


[1] Lo studio al quale si fa cenno, scritto insieme a W. Hamilton, costituisce un capitolo del volume ed è stato premiato con il “Newcomb Cleveland” dall’Associazione americana per il progresso delle scienze.

[2]. Come in un gioco a premi è un punteggio che può essere attribuito o non attribuito (vedi oltre, in questo stesso Capitolo): due attori che interagiscono per quel punteggio seguono regole di interazione ed hanno criteri di utilità prestabiliti dal ricercatore. Qualcosa di simile viene osservata da [Crozier- Friedberg 1978; pagg. 9 e segg.] quando osservano che il dilemma del prigioniero non può non dare quelle soluzioni e quelle utilità perché, di fatto, è costruito in quella maniera. Il problema sollevato dai due sociologi può essere generalizzato a beneficio dei ricercatori sociali che spesso dimenticano come le risposte ricevute dalle ricerche siano strettamente legate alle domande effettuate.

[3]. Non è inusuale l’arco di tempo secolare considerato. Una parte della tradizione storiografica raccolta attorno alle Annales sostiene come vi siano tempi storici che vanno ben al di là delle contingenze di alcune generazioni. Si può aggiungere che una parte della storiografia insiste sulle conseguenze del ritardo della formazione dello Stato-nazione Italia (XIX sec.) rispetto ad altri paesi europei (XVI/XVII sec.). Le conclusioni di Putnam rivalutano uno dei pochi momenti originali della storia italiana nel secondo millennio (i Comuni, appunto) retrodatando l’origine di alcuni caratteri fondamentali delle regioni a maggior tasso di benessere sociale ed economico.

[4] Per es., il contributo statale o regionale all’impresa viene condizionato all’assunzione clientelare di un certo numero di potenziali elettori a prescindere dalle loro competenze ed a prescindere dall’uso corretto che verrà poi fatto del contributo stesso da parte dell’impresa: per es. uso di materiali scadenti per la costruzione di un ponte o di una strada.

[5]In foto: Chiesa di San Giovanni Evangelista patrono di numerose società segrete tenuto in alta considerazione dalla massoneria.

Indice

I Puntata (Premessa; Introduzione: a) La sospettosità siciliana come convenzione sociale; b) Gli Imprenditori; Bibliografia; Note).

II Puntata (Capitolo 1. Regolazione Locale e Regolazione Economica; Bibliografia; Note).

III Puntata (Capitolo 2. Le Ipotesi Storiche; 2.1. Le Due Inchieste Del 1875; Bibliografia; Note).

IV Puntata (Capitolo 3. L’importanza Dei Ceti Medi.; 3.1. La Mafia; 3.2. Il Ceto Medio Clientelare; 3.3. I Valori di Riferimento;Bibliografia; Note).

V Puntata (Capitolo 4. La Fiducia Come Strumento di Analisi; Bibliografia; Note).

VI Puntata (Capitolo 5. Teoria Dei Giochi ed Analisi Sociologica: Il Caso Siciliano; Bibliografia; Note).

Nato nel 1955, Laurea in Scienze Politiche. Al suo attivo pubblicazioni a stampa, progetti e rapporti di ricerca, missioni di lavoro in Venezuela, Russia, Ucraina, un lungo soggiorno di studio e lavoro negli Stati Uniti.

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