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Il negazionismo del coronavirus tra crisi sociale e irrazionalità

Il negazionismo del coronavirus tra crisi sociale e irrazionalità

Insicurezza sociale, senso di smarrimento e straniamento sono sentimenti che vanno rispettati e compresi in tempi difficili come i nostri, specie in una fase ove tra pandemia di coronavirus, crisi economica e prospettive future incerte c’è una drammatica carenza di punti di riferimento. Leader, classi dirigenti, autorità sanitarie e media non sono sicuramente esenti da responsabilità per le inefficenze nella risposta all’emergenza e, soprattutto, per una comunicazione troppo spesso confusionaria e isterica.

Per questo non vogliamo rubricare in maniera troppo semplicistica le manifestazioni che sabato 5 settembre, a Roma, hanno riunito gli “scettici” e i “negazionisti” della pandemia, assieme a buona parte delle categorie bizzarre di soggetti e di “pensatori” che la pandemia ha portato ad emergere: teorici della dittatura sanitaria, anti-vaccinisti, cacciatori del complotto mondiale, cacciatori di antenne 5G, il tutto condito da una spruzzata di fautori dell’educazione parentale e di cacciatori di gloria fugace come l’avvocato Taormina. I gillet arancioni di Pappalardo erano stati un’avvisaglia, poi tra i movimenti fondati da Diego Fusaro e dall’ex deputata M5S Sara Cunial la protesta era entrata anche in Parlamento; infine abbiamo la manifestazione trasversale degli esasperati della pandemia.

Guai a sottovalutare, perchè è dall’humus di rabbia ed esasperazione che nascono i cocktail politici più esplosivi. Guai a far sì che ci sia incomunicabilità con le pulsioni più inimmaginabili del nostro tessuto sociale. Politica, media, istituzioni, classi dirigenti devono contribuire a creare un messaggio positivo e lavorare per la ricostruzione del Paese per tenere come minoritarie queste frange.

Ai protestanti, ai barricaderi anti-virus e ai più esasperati teorici della dittatura sanitaria mi viene da chiedere: quanti di voi vengono dalle terre più colpite dal virus? Quanti di voi hanno provato l’angoscia di vedere le voci sul contagio in un paese vicino divenire la notizia certa del ricovero o della morte per Covid-19 di un vicino, un parente, un amico? Quanti hanno provato l’angoscia di sentire per settimane il suono continuo delle ambulanze, giorno e notte? Quanti di voi hanno visto coi propri occhi un cimitero, dopo la riapertura, con oltre un centinaio di loculi coperti dalle fotografie dei defunti in attesa dell’arrivo delle salme stipate in chiese, obitori e case del commiato? A Orzinuovi, cittadina della Bassa Bresciana, per far solo un esempio nel trimestre febbraio-aprile si contavano 140 morti su 12.000 abitanti: i necrologi del periodico parrocchiale occupavano quindici pagine..Quanti hanno sentito la testimonianza di un operatore socio-sanitario, di un medico, di un infermiere, di un carabiniere o di un cassiere di supermercato per capire quanto emotivamente pesante fosse lavorare in prima linea in queste settimane? Non cesseremo mai di cercare di scoprire cosa non è andato nelle settimane dell’emergenza più nera, ma sarebbe interessante sapere se nelle piccole masse di protestanti ci sia anche solo una persona che chiamata in causa rispondesse affermativamente a queste domande. Lì ci si dovrebbe porre molti interrogativi.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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