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Quella voce dei giovani che la politica si ostina a non ascoltare

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Quella voce dei giovani che la politica si ostina a non ascoltare

Sentimenti, valori, interessi e sapere, hanno voce, e soprattutto devono trovare voce nella speranza di trovare soluzioni di compromesso, in particolare quando una persona si trova in una deviazione da quello che viene comunemente definito status quo. Per quanto questo principio possa sembrare apparentemente scontato, oltre ad avere un campo di applicazione piuttosto ampio, dato che qualsiasi notizia, sfiduciante o inaspettata che sia, è in grado di generare ansia, stress, turbamento, sentimenti diversi, alti e bassi, ma, soprattutto una deviazione dalla propria identità, deve aiutarci a capire come mai una persona con sintomi lievi o ancor più facilmente un asintomatico può tornare più velocemente ad esprimere in maniera positiva e nel pieno delle proprie capacità la natura essenziale dell’uomo, per definizione dinamica e proattiva.

Una affermazione talmente ovvia in campo medico (ma non solo) apre così a uno scenario dove l’organizzazione dei momenti più opportuni, l’utilizzazione degli strumenti più idonei per suscitare la connessione del sapere e le esperienze diverse, a loro volta, sono in grado di generare nuove energie, molto spesso anche impensate, capaci di proiettare l’esistenza oltre il convenzionale orizzonte umano.

Un esercizio costante e sistemico su come lavorare su questo aspetto, aiuta a comprendere, e qui mi sbilancio, anche in maniera piuttosto evidente, in profondità lo spirito generale delle cose, senza mai perdere di vista i propri obiettivi: imparare e immagazzinare, metodologicamente, lasciare spazio all’immaginazione, alla creatività e permettere all’attività personale di esprimersi.

Facendo ricadere il Covid, nel gruppo di eventi in cui una persona perde un potere reale: l’esercitazione di quel grado di influenza che di fatto sui propri comportamenti. Provando a spingerci un po’ oltre riusciremo a capire, l’importanza e magari anche la rivendicazione della funzione sociale delle risorse a disposizione per trovare un valido motivo di conforto in un momento di evidente turbamento: dagli intangibili (affetti, comunicazione, famiglia, relazioni), ai beni intangibili anche facilmente accessibili (una seria tv, un dispositivo che permette di ascoltare musica, un hobby e tanto altro…)

Questo discorso dovrebbe essere incoraggiante per chi non ricade nella fascia adulta della popolazione, per la semplice ragione, che avendo confidenza con questi strumenti, associandone ad essi un determinato benessere e non sentendo la mancanza degli stessi dovuti alla privazione, seppur in un momento destabilizzante del proprio percorso di vita, anche in assenza di un farmaco ad hoc, un giovane risulterebbe sempre supportato da ciò che rientra nel suo sistema, nel suo mindset di credenze e da ciò che sperimenta nella sua quotidianità. Diversamente per un adulto, soprattutto se pensiamo alla classe lavoratrice formatesi a ridosso degli anni 60’70’ dove, spesso lavoro e hobby combaciano, trovare conforto in questa classe di voci è logicamente parecchio più improbabile.  Ma questo può essere considerato solo un modo contrastare uno stato di malessere, inquietudine e scontento. Ma una classe politica, che nel corso del tempo sembra aver affossato i giovani, non dovrebbe correre al riparo, stimolando il dialogo intergenerazionale?

Come ha fatto notare Anna Maria Giannini, professore ordinario di Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma e coordinatrice dell’area “psicologia dell’emergenza” dell’Ordine Psicologi del Lazio: «L’umanità ha superato cose terribili. Se ci lasciamo andare troppo all’approccio emozionale, perdendo di vista quello razionale possono nascere ansie forti o comportamenti errati. La misura del rischio deve essere studiata, ma i ragazzi devono conservare il loro rapporto con il mondo». 

Un appello lanciato a fine estate che non avuto adeguate risposte nell’arco di tre mesi e che si potrebbe parafrasare così: Il segreto di tutte le attività umane risiede nella collaborazione, ma anche in questo caso, regna un senso di abbandono e solitudine.

Nato a Bari nel 1989, attualmente socio della sua azienda di Famiglia, laureato in magistrale in Economia e Management presso L’Universita Degli Studi Di Bari, con tesi sul passaggio generazionale in azienda, decide di non abbandonare questo tema vivace e attuale ponendo l’accento sul lato psicosociale dello stesso e sulle implicazioni di questa scelta.

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