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Vecchi rischi e nuove opportunità per l’agenda energetica italiana

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Vecchi rischi e nuove opportunità per l’agenda energetica italiana

Come sempre accogliamo come nostro gradito ospite l’analista geopolitico e consigliere regionale dell’Emilia-Romagna Gianni Bessi, con cui torniamo a discutere dell’agenda italiana per l’energia, che tra vecchi problemi legati alla sottovalutazione del gas naturale e nuove opportunità connesse alla transizione e al Green New Deal deve essere ora impostata dai decisori con maturità e cognizione di causa.

Consigliere Bessi, un Paese assetato di energia come l’Italia dovrebbe fornire una tutela continua alle sue filiere di approvvigionamento. Esiste consapevolezza dei rischi tra i decisori?

Basta leggere quanto contenuto nelle Relazioni sulla politica dell’informazione (i servizi d’intelligence dello Stato, nda) per la sicurezza che escono ogni anno il mese di gennaio e che segnalano le criticità delle nostre infrastrutture di approvvigionamento di fonti energetiche, per garantire la continuità dei flussi al nostro Paese che, come è noto, importa dall’estero la stragrande maggioranza delle risorse.

Alla Agenzia stampa “Energia Oltre” recentemente Lei ha evidenziato come Il mondo è inquieto e noi pensiamo bene di castrare la nostra fonte interna più interessante, il gas naturale offshore…

Esatto. Sul piatto c’è una questione annosa, che è più volte più che mai attuale: cosa intendiamo fare delle nostre risorse nazionali, a km zero, che entrano ancora nella nostra rete metanifera, una delle più estese e sicure d’Europa e del mondo.

Un danno autoinferto e per questo più doloroso. Quali sono i casi in cui questi sbagli hanno colpito con maggior forza?

Si, basta guardare i dati della produzione di Eni in Italia, nell’Adriatico, in Basilicata e in Sicilia, che confermano che siamo un Paese produttore di idrocarburi, in particolare di gas naturale (come riporta il libro di Bessi: ‘Gas naturale. L’energia di domani’ edizioni Innovative Publishing ndr). O almeno lo siamo per Eni di cui lo Stato tramite il Mef e Cdp ha circa il 30% di azioni. Un altro dato indiscutibile è che la divisione exploration & production è quella che massimizza la redditività di Eni e che garantisce centinaia di milioni alle casse dello Stato. Va ricordato, visto che il governo ha da poco rinnovato cda dell’azienda. Insomma, bloccare l’upstream italiano significa rinunciare a una produzione che contribuisce con il 7% al fatturato Eni, con un conseguente effetto negativo anche sull’occupazione. In particolare nell’indotto di Eni, quelle centinaia di aziende di qualità (ricche di ingegneri, geologi, tecnici specializzati, saldatori, carpentieri, ecc.) che operano nella manifattura e nei  servizi accessori. Lavorare all’estero, perché tanto di gas e petrolio ce ne sarà bisogno, non è uguale.

Lei ha pubblicato per Edizioni goWare nel 2020 ‘House of Zar. Geopolitica ed energia al tempo di Putin, Trump e Erdogan.’ A livello globale chi se ne avvantaggia di questa situazione?

Intanto il danno per Eni, per le casse dello Stato e per l’Italia è evidente. E visto che le importazioni continueranno, anzi aumenteranno visto le velleità dichiarate chi ci guadagnerà sarà Gazprom, l’azienda russa che già ci vende via gasdotto quasi il 40% del gas che consumiamo o i Qatarioti con il loro GNL trasportato via mare  …La domanda è: chi paga? Sempre i soliti: i lavoratori e i cittadini in primis. Il sistema Paese a seguire.

Qualcuno immagina una fuga nel green come alternativa fideistica, senza progettare. Come abbiamo detto più volte, l’ambiente ha bisogno di scelte ragionevoli. Quali sono i limiti di questa impostazione?

La vera sfida, come richiama il Green New Deal è il progresso tecnologico: il ruolo dell’industria e dell’efficienza economica sociale ambientale e culturale di tutto il sistema. Non bastano poche eccellenze, oppure progettualità teoriche senza l’implementazione tecnologica, economica e finanziaria. Si rischia un catalogo di buone intenzioni senza una implementazione coerente, perchè non sono sostenibili economicamente oppure ci si rIfugia nella scorciatoia dei divieti con la conseguenza di scaricare sui cittadini costi insostenibili.  

Quindi cosa dire dello sviluppo tecnologico?

Per esempio è la sfida che può rendere Ravenna uno dei siti più adatti al mondo per un progetto di CCS per la cattura e lo stoccaggio della CO2. Proprio il know how generato dalle conoscenze in loco, la vicinanza tra le fonti di emissione della CO2 ed i giacimenti esausti che ne consentono lo stoccaggio. Nei fatti promuovere a Ravenna questi progetti pilota significa produrre innovazione ed efficientamento alla decarbonizzazione per il bene del nostro Paese e dell’Europa. Significa collocare Ravenna, l’Emilia-Romagna e l’Italia nella parte alta della catena del valore nella geografia economica globale. La sfida alla decarbonizzazione passa dai ‘pionieri del clima’ dell’industria come è scritto nelle comunicazioni dell’Unione europea del Green New Deal. È il tempo delle scelte concrete.

Tutte le interviste dell’Osservatorio Globalizzazione.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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