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Viaggio nella storia economica italiana: la parola a Giuseppe Berta

Viaggio nella storia economica italiana: la parola a Giuseppe Berta

Giuseppe Berta (Vercelli, 28 agosto 1952) è docente di Storia economica all’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano e in passato ha insegnato agli atenei di Bergamo, Torino e Castellanza. Nel corso della sua lunga carriera e nelle sue numerose pubblicazioni Berta ha approfonditamente studiato la storia dell’impresa, il rapporto tra società e contesto economico-finanziario, la storia economica e industriale d’Italia. In un saggio del 2016, “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?” (Il Mulino) Berta ha parlato proprio dello sviluppo economico del sistema Paese, tratteggiandone una storia resa affascinante e complessa dalle grandi dinamiche del Novecento ed interrogandosi sul suo futuro. Proprio di questi temi l’Osservatorio ha voluto discutere con il professor Berta.

Osservatorio Globalizzazione: Professor Berta, grazie per la sua disponibilità. In “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?” lei definisce il modello duale italiano, basato su un sistema industriale sia pubblico che privato, come una delle più originali esperienze economiche del Novecento. Per che motivi lo ritiene tale?

Giuseppe Berta: Per una vasta gamma di fattori. Uno è sicuramente il tentativo di declinare in maniera originale il modello di economia mista, che prende forma come esperienza già a fine Ottocento, quando lo Stato italiano decide di sostenere la nascita della Terni, società siderurgica, per ragioni militari poi estese via via. La storia economica italiana è stata segnata per circa un secolo fino agli Anni Ottanta da una compresenza di un’industria pubblica e di una privata che rispondevano a esigenze differente. L’economia privata era basata su un’imprenditoria diffusa, quella pubblica sostenuta dallo Stato aveva lo scopo di investire nel lungo periodo e creare concentrazioni di più grande dimensione. Questo modello economico camminò sulle sue gambe fino a quando lo Stato non emesse una vera e propria  “dichiarazione di impotenza” per l’incapacità di riformare le sue imprese, anche per la progressiva ingerenza della politica che vi aveva tolto autorevolezza decisionale.

Il secondo elemento peculiare è emerso progressivamente nel corso del Novecento: Luigi Einaudi già all’inizio del secolo trovava nella “spontanea disposizione” del nostro sistema di imprese a fiorire su tanti versanti e in contesti diversi, dai borghi alle città, la dimostrazione di un carattere di forte vitalità. Sulla vitalità e la spontaneità si è poi innestata la decisione politica di garantire al Paese una grande intelaiatura di imprese pubbliche capace di sorreggere questo sforzo di trasformazione diffuso.

Osservatorio Globalizzazione: Un progetto di spessore che richiedeva uomini all’altezza, insomma.

Giuseppe Berta: Senz’altro. In questo campo i nomi emblematici sono ovviamente quelli di Adriano Olivetti da un lato e Enrico Mattei dall’altro. Olivetti e Mattei erano convinti della necessità di un “telaio” di grande impresa avanzata senza negare le differenze del territorio che dovevano, principalmente secondo Olivetti, rimanere un carattere distintivo e un elemento di vitalità del nostro sistema economico.

Osservatorio Globalizzazione: Non a caso lei in “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?” cita gli studi di Braudel che ha scritto molto su questo tema.

Giuseppe Berta: Esattamente. Braudel e molti studiosi affini hanno messo in luce come l’eterogeneità e la presenza di una pluralità di soggetti economici siano stati fonte di ricchezza per l’Italia.

Osservatorio Globalizzazione: A un certo punto, questo modello va in crisi, come lei ben spiega. A tal proposito, lei ha scritto che tale crisi è legata all’incapacità dell’Italia, dopo aver smantellato il sistema dell’economia mista, di riadattarsi alle nuove esigenze dell’economia globale.

Giuseppe Berta: Esattamente. Qui c’è secondo me un elemento di criticità molto forte. A un certo punto abbiamo pagato un prezzo molto elevato all’ingerenza della politica, a un sistema partitico tremendamente invasivo nei confronti dell’economia. Alla fine, le ragioni dell’impresa pubblica erano spesso subordinate a quelle dell’interesse di partito. Di qui l’idea di una parte della nostra classe dirigente di introdurre, come diceva Guido Carli, il tema del vincolo esterno. Ovvero la subordinazione consapevole della dinamica italiana alla regolazione europea in modo da “disciplinare” il Paese, che così avrebbe potuto esprimere al meglio le proprie potenzialità. Poi, ovviamente, non è andata così, perché la crescita del Paese era stata conseguita quando avevamo avuto la possibilità di camminare sulle due gambe. A un certo punto abbiamo fortemente ridotto, se non amputato, lo spazio dell’impresa pubblica e questa dinamica che per un secolo aveva guidato la crescita italiana si è fortemente rallentata, se non bloccata del tutto. Di qui le nostre difficoltà: la disciplina internazionale ed europea ha introdotto un vincolo troppo gravoso che ha compresso la nostra effervescenza imprenditoriale.

Osservatorio Globalizzazione: In questo contesto si inserisce anche la cronica debolezza finanziaria della nostra impresa.

Giuseppe Berta: In questo campo scontiamo un limite storico. Noi ci muoviamo “tra la banca e la famiglia”. Il ruolo dei mercati di capitali, in Italia, non è mai stato determinante. Ci muoviamo tra finanziamento bancaria e capacità di autofinanziamento delle imprese. Questo non ha mai creato un mercato dei capitali capace di sostenere la nostra crescita, con lo Stato che ha parzialmente supplito in questo ruolo, senza tuttavia occupare con continuità determinati spazi. Abbiamo un capitalismo riluttante, che quando cresce e deve ricorrere ai capitali esterni per espandersi molto spesso preferisce non farlo o cedere armi e bagagli la propria attività a soggetti di maggiore dimensione. Molti imprenditori si identificano totalmente con l’azienda e temono ingerenze esterne. Non abbiamo saputo trovare forme finanziarie in grado di superare questo ostacolo.

Osservatorio Globalizzazione: Ritiene che questa debolezza intrinseca del nostro sistema abbia favorito l’ingresso di capitali e forze economiche straniere, avvenuto massicciamente dagli Anni Novanta in avanti?

Giuseppe Berta: Si: lo vediamo quando constatiamo che le nostre grandi imprese private, capaci di segnare la nostra vicenda nazionale, non esistono più. Per fare qualche nome non ci sono più o sono state completamente stravolte Montecatini, Edison, Olivetti, la Pirelli è controllata dal capitale cinese anche se mantiene un management italiano. Per non parlare di Fiat-Chrysler, oramai ampiamente proiettata oltre i confini nazionali. Di fronte a questo passaggio così delicato abbiamo di fatto decapitato il nostro sistema di grandi imprese.

Osservatorio Globalizzazione: E di fronte a questi problemi si apre il vuoto della mancanza di una politica industriale e finanziaria che non si limiti ai soli appelli a “promuovere e vendere il sistema Italia”.

Giuseppe Berta: Certo, d’altra parte anche il discorso di insediamento del Presidente del Consiglio dopo la nascita del Governo Conte II non indicava un programma economico ben precisato né diceva se il Paese debba conservare o no una certa base industriale in determinati settori. Non abbiamo mai voluto indicare con precisione quali fossero i settori che ritenevamo strategici. Ad esempio, il settore dell’auto lo riteniamo strategico o no? La siderurgia? E così via: non si entra mai nel merito, mentre i nostri partner europei, Francia e Germania in primis, ne fanno un asse della politica interna.

Osservatorio Globalizzazione: Basti pensare al famoso caso Fca-Renault-Nissan…

Giuseppe Berta: Io penso che il destino di Fca sia di convogliare le sue attività entro un gruppo più grande. Se fosse andato in porto l’accordo a tre di cui si parlava avremmo avuto John Elkann nel ruolo di Presidente, puramente di garanzia, ma la guida operativa sarebbe stata assegnata nelle mani della leadership di Renault, a un manager francese.

Osservatorio Globalizzazione: Questo, del resto, lo vediamo anche in altre fusioni: Fincantieri-Naval Group, Luxottica-Exilor, e così via.

Certo: è chiaro che noi possiamo, e in certi casi è necessario, entrare in gruppi più grandi, ma spesso lo facciamo accettando un ruolo gestionale non di primo piano. L’elemento della gestione in una fusione fa la differenza: se guardiamo ad esempio agli sviluppi della realtà Fiat-Chrysler ne capiamo la rilevanza.

Osservatorio Globalizzazione: Certo. Venendo alle prospettive future, quali potrebbero essere per lei delle priorità politiche su cui costruire una strategia industriale a tutto campo per rilanciare l’Italia?

Giuseppe Berta: Sono convinto che certe cose siano oramai avvenute e non sia possibile tornare indietro. Parlo dei cambiamenti di cui discutevamo precedentemente. Bisogna guardare in avanti, definendo una sorta di carta che dica quali sono gli elementi strategici del nostro apparato produttivo di cui non possiamo e non vogliamo fare a meno, per poi favorire una politica di crescita delle nostre imprese medio-grandi. Hanno un potenziale e sono realtà importanti: penso a una serie di imprese come Brembo e Mapei, a numerose imprese del chimico, e così via. Sono queste imprese che devono essere sostenute in una crescita ulteriore in modo che si creino dei nuovi campioni nazionali al posto dei predecessori che non ci sono più o sono stati attratti in dinamiche esterne al Paese. Poi dovremmo pensare a quali sono le forze ancora in crescita che hanno un potenziale di espansione e che se saranno sostenute dal Paese in maniera adeguata possono esprimere tutto il loro potenziale.

Comments

  • massimo pizzo
    30 Settembre 2019

    Buongiorno, penso sia un tema molto importante quello trattato in questo articolo. Se devo sintetizzare alla mia maniera, direi che condivido la parte in cui si dice che il modello misto pubblico privato sia stato interessante e originale ma non condivido l’idea che ora si debbano soprattutto valorizzare le imprese private medie e grandi. L’Italia è un paese di grandi eccellenze imprenditoriali, di tutte le dimensioni, ma è complessivamente un sistema debole per produttività, rispetto a realtà come quella tedesca ad esempio. Il modello economico e sociale che le politiche pubbliche italiane devono sostenere devono avere l’obiettivo di benessere diffuso: inclusione economica e sociale. Quel sistema di imprese a cui fa riferimento l’autore non può garantire una rapida riduzione di disoccupazione e povertà, neanche nel lungo periodo. Io penso che solo un sistema che faccia perno sul pubblico impiego nel settore dei trasporti pubblici, dell’energia e dell’ambiente possa risolvere la nostra crisi storica. I soldi possono provenire dalla grande evasione fiscale e dalla riduzione delle spese militari, ad esempio oppure da un nuovo project financing del pubblico impiego. Abbiamo bisogno di un pensiero economico nuovo che non segua il mainstrem economico dei paesi leader dell’economia, a meno che non siano economisti di sinistra, dunque impegnati in un pensiero economico e finanziario che si dedichi alla creazione di un’economia più solidale e equa. Grazie per il vostro lavoro! 🙂

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