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Storia, metodo, confronto di idee: pensare la macroeconomia come scienza sociale

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Storia, metodo, confronto di idee: pensare la macroeconomia come scienza sociale

Presentiamo oggi una recensione di Amedeo Maddaluno al volume Pensare la macroeconomia – Storia, dibattiti, prospettive” dei professori Sebastiano Nerozzi e Giorgio Ricchiuti,edito nel 2020 da Pearson. Un volume che negli studi della disciplina si distingue per l’approccio critico e approfondito al suo studio.

Il testo dei Professori Nerozzi e Ricchiuti si distingue nel panorama della manualistica e della letteratura economica italiana – e, forse, internazionale – per la propria carica innovativa. Si tratta di un testo portatore di un’impostazione completamente nuova, una vera e propria rivoluzione copernicana non tanto nei contenuti – un manuale di macroeconomia attraverso la storia del pensiero macroeconomico – quanto nell’impostazione, ad un tempo critica e diacronica.

Critica, perché presenta il pensiero (macro)economico non come concatenazioni di regole ed equazioni “tecniche” calate dall’alto e da apprendere facendo atto di fede, ma come dialettica delle idee, dialogo tra teorie, confronto tra posizioni diverse che si smentiscono e si completano reciprocamente, arricchendosi. I manuali tradizionali operano come se da un lato l’economia fosse una scienza naturale e non sociale, dominata da leggi e non cangiante come l’agire umano.

Diacronica perché suddette teorie non possono che essere figlie dei loro contesti sociali: in una parola, della Storia. Esse vengono rappresentate in successione cronologica e vengono rapidamente contestualizzate nel clima culturale, filosofico e storico-sociale da cui derivano e che provano a spiegare. In tale direzione, il volume di divide in tre parti. La prima consta di sette capitoli che abbracciano la storia della disciplina dalle origini alla fine del XX secolo. La seconda conta sei capitoli che ragionano per problemi, affrontando tutti i temi e dibattiti aperti dell’economia contemporanea (diseguaglianze, lavoro e automazione, tecnologia, ambiente, globalizzazione) riassumendo il relativo dibattito (scordando forse, ed è l’unico piccolo neo del libro, quello sulla “stagnazione secolare”). L’ultima parte consta di un capitolo che riassume le ultime innovazioni tecnico-metodologiche.

Ecco che l’economia ritorna ad essere pienamente una scienza sociale (si vede la mano dello storico  – il Professor Nerozzi – che accompagna e si completa del rigore matematico dell’economista – il Professor Ricchiuti) rinunciando all’arroganza di chi la vorrebbe disciplina progressiva e positiva fatta di verità insindacabili e cumulative (ci torna alla mente la lamentela di un noto docente di economia assiduo frequentatore di TV e social media che si lamentava con la redazione di un programma televisivo che lo invitava ad esporre le di lui teorie: “No signori, le mie non sono teorie!!” asseriva testuale, concludendo implicitamente che fossero la lettura di leggi naturali).

Generazioni di studenti sono stati abituati a studiare la disciplina dell’economia politica sui manuali derivati, per impostazione, dal Samuelson, come ad esempio il celeberrimo Blanchard. Opere rispettabilissime, ma che soffrono per l’appunto proprio di questa impostazione: l’economia politica è un affastellato di equazioni che ci guidano dalle tenebre verso la luce della comprensione delle “leggi” dell’agire economico e del mercato, in una logica progressiva. Non c’è alcun dialogo tra visioni diverse, solo una singola monoteoria possibile che via via evolve in senso positivistico e si accresce di scienza.

In anni recenti, abbiamo avuto lodevoli tentativi di discutere l’economia in modo diverso. Pensiamo ad un testo “reattivo” al Blanchard, l’“Anti-Blanchard” del Professor Brancaccio, che risponde ad alcune questioni poste dal testo dell’economista francese partendo però dalla sua stessa impostazione, e a “L’Economia. Comprendere il mondo che cambia” edito in Italia dal Mulino e prodotto dal Core Team, un gruppo di lavoro transnazionale che, partendo dalle esigenze nate dal dibattito con gli studenti in alcune facoltà e sotto la direzione di economisti di Oxford ed altre istituzioni accademiche, ha prodotto un manuale completamente nuovo che studia l’economia per blocchi di problemi (la diseguaglianza, l’inflazione, la demografia e i fenomeni sociali, etc…), abbandonando l’approccio cumulativo-tecnico à la Samuelson-Blanchard.

Tutti questi tentativi nascono come necessaria reazione intellettuale ad un insegnamento della disciplina divenuto arido, appiattito su di una vulgata neoclassica e post-neoclassica (qualcuno direbbe “neoliberiste”, temine polemico che però non amiamo affatto perché trascende il campo degli studi economici), la quale fa fatto estrema fatica ad accettare voci distoniche che non provengano dal proprio interno – si pensi a Stiglitz o Krugman e includendo veri e propri autodafé come quello dello stesso Blanchard.

Nessuno di questi nuovi manuali ha però calcato il terreno “tremendum et fascinans” dell’approccio storico e di dialettica tra idee differenti, forse per timore da parte degli economisti di perdere l’autonomia della propria disciplina rispetto alle altre scienze sociali e alla Storia. Il testo di Nerozzi e Ricchiuti lo fa, portando la “scienza triste” non a perdere ma a (ri)guadagnare autorevolezza e capacità di dialogo con le altre scienze umane e rompendo il muro di cristallo che separava, anche nelle aule universitarie, la Storia Economica, l’Economia Politica e la Storia del Pensiero Economico – quasi che queste tre discipline dovessero procedere bendate per non correre il rischio di incontrarsi! Sì, vi erano testi che esponevano il pensiero dei vari economisti nel quadro della storia economica: ma sempre in modo narrativo e mai utilizzando il linguaggio proprio dell’economia politica.

Da studioso di geopolitica con formazione e retroterra economico non posso che augurarmi che il testo in esame sia oggetto di massima discussione e dibattito dentro e fuori dall’accademia. No: l’economia non è una scienza esatta, e basta paragonare due autorevoli manuali di economia del lavoro per rendersene conto: il Boeri-Van Ours e il Tridico, laddove il primo esamina il lavoro di fatto come merce sottoposta alle leggi dell’economia neoclassica, il secondo invece come fatto sociale inserito in un paradigma che potremmo definire “sraffiano”, entrambi autorevoli e pregnanti ma figli di impostazioni, approcci e culture diverse. L’economia è una scienza sociale, e anche una scienza storica. L’interdisciplinarietà del testo si estrinseca anche nella chiarezza e rigorosa semplicità del linguaggio che lo rende accessibile anche a sociologi, storici e studiosi di altre discipline umanistiche che vogliano conoscere l’economia per arricchire o consolidare i loro studi.

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Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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