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Italia e Francia alla conquista del Mediterraneo

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Italia e Francia alla conquista del Mediterraneo

Il legame storico che lega Parigi e Roma è una delle costanti nelle relazioni interstatali europee. Questo sentimento di vicinanza ha avuto risvolti importanti sia nell’ambito della cultura sia in quello politico, avendo rappresentato la Francia uno dei principali alleati italiani nel processo di unificazione nazionale. Ciononostante, molto sono gli elementi di frizione che vedono le due repubbliche al di qua e al di là delle Alpi entrare in competizione. Il più evidente di questi è lo scacchiere mediterraneo, dove Roma e Parigi si contendono la posizione di egemone regionale.

La politica commerciale di Roma

L’Italia è una piattaforma immersa nel Mediterraneo. La sua posizione strategica le consente di controllare i movimenti tra est e ovest all’interno del bacino, avendo una condizione di assoluta preminenza nel Mediterraneo centrale. Nel corso dei centosessant’anni che hanno fatto seguito all’Unità nazionale Roma ha sempre avuto come obiettivo quello di porsi come attore egemone all’interno del cosiddetto Mare Nostrum, mal sopportando la presenza di altre potenze europee con interessi configgenti con quelli italiani. 

Lo Stivale si caratterizza per l’essere una delle maggiori potenze economiche al mondo, disponendo altresì di un imponente potere morbido. Questo, legato alla cultura artistica e letteraria di assoluto primo piano che l’Italia ha saputo esprimere nel corso di millenni di storia, ne fanno un Paese di riferimento nella cosiddetta “diplomazia della cultura”. Il dinamismo delle attività produttive italiane e la loro forte diversificazione ne hanno fatto un elemento di vantaggio nelle relazioni che Roma ha instaurato con i Paesi del bacino del Mediterraneo, vista la forte vocazione italiana verso le esportazioni ma la grave carenza di materie prime. 

In questo contesto emerge la posizione italiana come quella di un’economia manifatturiera e importatrice di combustibili fossili, elemento che ne ha guidato le decisioni in politica estera. La necessità di assicurarsi delle stabili forniture di gas e petrolio a prezzi vantaggiosi hanno spinto i palazzi romani a guardare con interesse crescente ai Paesi della sponda sud e est del Mediterraneo. Avvantaggiandosi dell’abilità della maggiore azienda petrolifera italiana, l’Ente Nazionale Idrocarburi, è stato possibile per lo Stivale entrare in numerosi Stati ricchi di risorse energetiche e contrattare successivamente anche per scopi commerciali oltre il settore energetico.

L’obiettivo principale dell’Italia è quello di mantenere una posizione di indiscussa egemonia nel Mediterraneo centrale e di assicurarsi l’accesso agli oceani Atlantico e Indiano tramite il mantenimento di buone relazioni con gli Stati che controllano i colli di bottiglia mediterranei ad est e ovest: il Canale di Suez e lo Stretto di Gibilterra. Da questa condizione di Paese non oceanico e dagli obiettivi geopolitici della libertà dei commerci Roma è stata costretta a calibrare una strategia necessariamente più accomodante rispetto a quella di altre potenze molto più assertive nel perseguimento dei propri obiettivi geopolitici per evitare di vedersi imbottigliata nel Mediterraneo. 

Ciò ha consentito all’Italia una politica maggiormente assertiva solamente verso il suo estero vicino, rappresentato dalla Libia e dall’Albania, e, parzialmente, dalla Tunisia e dall’Algeria, mentre verso l’Egitto ed il Marocco l’atteggiamento italiano è collaborativo ma non si basa su logiche di potenza. Una caratteristica della politica estera del Bel Paese, infatti, è la sua limitazione allo strumento militare derivante dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale e alle restrizioni poste nella Costituzione che vanno, dunque, a sottrarre all’Italia uno strumento fondamentale nelle relazioni con gli altri Stati. Un esempio di questa dicotomia tra la volontà italiana di essere considerata potenza egemone nel Mediterraneo e la sua impossibilità di condurre una politica di potenza a tutto tondo si è visto con i casi Regeni e Zaki, in cui l’Egitto e l’Italia hanno avuto un forte raffreddamento dei rapporti a causa di presunte violazioni dei diritti umani da parte egiziana. A queste l’Italia non ha avuto modo di rispondere in maniera netta e decisiva per la risoluzione delle vicende, con continui ondeggiamenti da parte della magistratura egiziana nel caso Regeni e con l’incarcerazione di Patrick Zaki ancora in atto.

Nei confronti della Libia, tuttavia, l’Italia ha da sempre adottato un approccio differente e basato su un impegno attivo e costante verso la sua ex colonia. Questo è emerso nelle relazioni proficue instaurate tra Roma e Tripoli, da ultimo, dal governo Berlusconi con l’allora pater patriae libico Muammar Gheddafi e riannodate dopo la guerra civile dal governo Draghi. L’azione italiana, comunque, è stata limitata dalle proprie restrizioni all’uso della forza nelle relazioni con la Libia, sicché dopo aver partecipato alla missione che ha portato alla caduta del regime del colonnello Gheddafi, Roma non è stata in grado di farsi guida nel processo di transizione libico. 

In questo contesto si sono avvantaggiati altri attori come la Francia, che hanno visto nella reticenza italiana verso un maggiore impegno nei vari scacchieri una debolezza nel Mediterraneo centrale, da cui passano importanti flussi di gas e petrolio e che occupa un ruolo strategico nelle rotte dei migranti.  

Parigi punta all’equilibrio regionale

La Francia ha sempre vissuto con sospetto le pretese egemoniche italiane nel bacino del Mediterraneo. Interessata a mantenere un rapporto privilegiato con i Paesi dell’Africa nord-occidentale e ad avere libertà di manovra senza dover sottostare alla volontà dell’Italia di controllare il Mediterraneo centrale, Parigi si è sempre mossa per evitare l’emersione di Roma come egemone mediterraneo.

Pedina fondamentale in questo disegno di contrasto all’ascesa italiana nel bacino è stata la Tunisia, occupata nel 1881 con quello che in Italia venne interpretato come lo “Schiaffo di Tunisi”. La posizione di questo Stato africano, proteso verso la Sicilia, consente di proiettare l’influenza di chi lo controlla sui flussi commerciali che attraversano il braccio di mare che separa l’Europa dall’Africa. Segnatamente, qualora fosse stata l’Italia ad occupare questo territorio, sarebbe stato possibile per Roma controllare virtualmente l’intero commercio mediterraneo, con un arco che da Tunisi e Biserta sarebbe arrivato a Trapani e da lì fino a Messina e Reggio Calabria, tagliando di fatto il mare in due bacini. Sebbene vi fosse da secoli una nutrita colonia di pescatori e raccoglitori di corallo lungo la costa tunisina, la strategia italiana tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento è stata orientata prevalentemente alla conclusione di accordi commerciali con il bey di Tunisi. Risultato diretto di questa politica morbida dell’Italia è stato l’intervento francese nell’area, che ha scalzato l’influenza italiana nella regione e ha reso impraticabile l’affermazione di una sola potenza su entrambe le sponde del Canale di Sicilia.

Con la decolonizzazione, tuttavia, l’influenza francese nell’Africa settentrionale è iniziata a calare ed in particolar modo in Tunisia. Complice la vicinanza geografica con l’Italia, Roma è tornata ad essere un partner strategico e gli scambi commerciali tra i due Paesi sono cresciuti sensibilmente nel corso egli anni, con le esportazioni italiane pari a oltre 3 miliardi l’anno tra il 2018 e il 2019 e le importazioni pari ad oltre 2 miliardi annui sempre tra il 2018 e il 2019. Ciò nonostante, Parigi rimane il principale mercato di riferimento per la Tunisia, avvantaggiata in questo dai forti legami esistenti tra le due nazioni, dovuti al passato coloniale e all’immigrazione recente. 

La Francia si è inserita altresì in uno scacchiere tradizionalmente al di là della propria sfera d’influenza: la Libia. Mente della destituzione del generale Gheddafi nel 2011, Parigi ha fin da subito spinto per aumentare la propria influenza nell’area orientale della Cirenaica, gravitante su Tobruk e Bengasi, tramite il sostegno indiretto al generale Haftar. L’uomo forte della Cirenaica, infatti, ha condotto una campagna contro il governo libico di Tripoli sostenuto dall’Italia, e in questo quadro Roma non ha saputo manovrare in modo efficace i due attori per tutelare i propri interessi, inviando pochissimi supporti a Tripoli e rendendo possibile per Haftar la prosecuzione del proprio attacco alla Tripolitania. Questo, oltre a provocare l’intervento di altri attori estranei alla regione come la Turchia e la Russia, ha messo a dura prova la difesa degli interessi italiani nel Mediterraneo centrale, con giovamento della posizione francese nell’area. In ciò, la Francia è stata agevolata altresì dal raffreddamento delle relazioni tra l’Italia e l’Egitto e dal sostegno egiziano al generale Haftar, sicché l’azione francese ha posto serie difficoltà alla stabilizzazione libica desiderata dall’Italia e gravitante su Tripoli. 

Concorrenza o partenariato strategico?

Due potenze cugine, una dall’anima prettamente mediterranea e l’altra al contempo atlantica e mediterranea, fanno la parte del leone nel bacino che condividono. Economie sviluppate e marine militari di assoluto primo piano ne fanno i due punti focali di un sistema multipolare come quello mediterraneo, in cui altre potenze di rango inferiore come la Spagna e la Turchia pure vogliono giocare la propria partita. È indubbio, tuttavia, che gli equilibri regionali siano dettati dalle relazioni tra Parigi e Roma, con buona pace di altre realtà, sebbene quella turca sia in forte ascesa e ad oggi abbia avuto modo di intaccare il predominio franco-italiano.

Le relazioni tra l’Italia e la Francia sul mare sono caratterizzate da una complementarità delle visioni di fondo, legate alla libertà di navigazione e al mantenimento di buone relazioni con i Paesi rivieraschi. Le strategie, tuttavia, collocano le due nazioni idealmente agli antipodi. Roma punta ad essere il baricentro di un sistema regionale che deve necessariamente assicurarle accesso agli oceani, quindi è fondamentale mantenere una condizione di primus inter pares che l’Italia ha cercato di coltivare tramite una diplomazia poco muscolare e molto commerciale e di dialogo. Parigi, d’altro canto, vuole evitare limitazioni al proprio ruolo di gendarme d’Europa e la facoltà di navigare liberamente da Oriente a Occidente, cose che verrebbero messe a rischio da un eccessivo rafforzamento italiano nel Mediterraneo centrale e dall’intensificazione delle relazioni tra l’Italia e la Turchia, ad est, e tra l’Italia e la Spagna, ad ovest. 

Se la Francia mantiene relazioni buone con Madrid, con le dovute proporzioni di una potenza semi-globale che si interfaccia con un attore regionale, con Ankara le cose non vanno altrettanto bene. Divise da una visione di fondo del Mediterraneo e delle società nordafricane e levantine, la Francia e la Turchia hanno avuto negli ultimi anni molte occasioni di tensione. Sul piano opposto si colloca l’Italia, con un passato di relazioni altalenanti con la Spagna ma che negli ultimi anni ha saputo avviare un rapporto proficuo nato anche in seno all’Unione Europea, mentre le relazioni con la Turchia restano molto positive nonostante i cambiamenti in politica estera impressi dal governo Draghi. Questi, infatti, conducendo una politica di riavvicinamento alla Francia, ha duramente criticato il presidente turco Erdogan, lasciando intendere che la comunanza d’intenti tra Roma e Ankara sia solo momentanea e circoscritta, mentre Roma si manterrà saldamente ancorata alle liberal-democrazie occidentali. 

Pur collaborando in seno alla NATO e alle istituzioni europee, strategie diverse ne condizionano le possibilità di cooperazione nel Mediterraneo, contrastandosi  in numerosi scenari. Ma se Roma piange, Parigi di certo non ride: se ciò sia stato realmente compreso a tutti i livelli istituzionali sia in Francia sia in Italia resta tutt’oggi un dubbio.

  1. Il triangolo mediterraneo”
  2. “La guerra sotterranea tra Francia e Spagna”
  3. “Il Nordafrica conteso”
  4. “La rivalità sistemica Italia-Spagna”
  5. “Italia e Francia in Nord Africa”
  6. La Corsica contesa”
  7. “Le prospettive dell’Alleanza Latina”

Laureato magistrale in Studi Internazionali all’Università “L’Orientale” di Napoli con una tesi sull’idroegemonia nel bacino del Syr Darya. Attualmente iscritto al Master di I livello in Sviluppo sostenibile, Geopolitica delle risorse e Studi artici presso la SIOI. Ha studiato e lavorato in Germania grazie alla vittoria di due borse Erasmus, che lo hanno portato prima a studiare a Friburgo in Brisgovia e poi a svolgere un tirocinio presso la Camera di Commercio Italiana per la Germania. Appassionato di Asia centrale ed energia, collabora con alcuni think tank come analista geopolitico.

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