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“Blast from the past”: nostalgia e regressione culturale nell’era globale

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“Blast from the past”: nostalgia e regressione culturale nell’era globale

Una delle principali storture della globalizzazione è stata l’inaspettata regressione che ha colpito due settori in particolar modo: quello intellettual-culturale e quello politico; ci si sarebbe potuti aspettare il contrario, poiché il confronto con altrui culture dovrebbe generare, almeno normalmente, una progressione culturale ed una ibridazione valoriale capace, nel prodotto finale, di espungere gli elementi conservativo-regressivi andando, contestualmente, ad elevare quelli progressisti-progressivi. Perché ciò non è accaduto? Una serie di valide motivazioni, almeno in tema di decadenza degli intellettuali, vengono elencate[1] dal Prof. Aldo Giannuli.

Evidenziato il rimando ad alcuni dei fattori di questo appiattimento occorre focalizzare l’attenzione su alcuni casi di specie che, a cascata, sono emersi recentemente dal mondo dell’intrattenimento (specialmente da quella che viene definita la settima arte, quella cinematografica). Quanti di noi hanno notato la molteplicità di prodotti cinematografici che, negli ultimi anni, si sono limitati a riesumare dal passato pellicole, più o meno di successo, generando nello spettatore un senso di rimpianto per ciò che è stato (e non è più), giungendo all’idealizzazione, se non proprio alla pura idolatria, di tali produzioni?

Questo effetto “ricordo”, tipico di ogni generazione, colpisce generalmente quella fascia d’età che, rievocando romanticamente gli anni spensierati della propria gioventù quali anni d’oro irripetibili (mentalmente associati a determinati film oppure a determinate produzioni musicali), rigetta un presente logicamente minato dalle tipiche tribolazioni dell’età adulta. Qui entra in gioco la sostanziale differenza tra epoche: se ogni generazione adulta ha sempre rimpianto la propria passata gioventù, continuando però a guardare avanti, è caratteristica dell’attuale generazione di adulti “arrivati” (circoscrivendo tale categoria ai nati negli anni Settanta ed Ottanta) quella di non vedere più alcun futuro, per sé e per i proprio figli, a causa di in un eterno limbo, fatto di precarietà ed incertezza, generato da quel rampante neoliberismo fregiatosi dell’aver ottenuto lo scalpo della stabilità (economica e lavorativa) attraverso una serie di riforme volte alla flessibilità.


Zygmunt Bauman ci aveva ampiamente anticipato questo futuro-presente, fluido, instabile e privo di certezze, all’interno di una delle sue opere più note: Modernità Liquida (1999)[2].

Tornando al punto possiamo evidenziare come il grande schermo ci abbia recentemente proposto tutta una serie di prequel, sequel, remake o reboot (nella loro versione peggiorata, a detta di molti critici) quali quel Ghostbusters in salsa rosa (2016)[3], rivisitazione dell’originale uscito nel 1984 o La Cosa di John Carpenter (1982), riproposta nel prequel del 2011; parliamo di opere non casualmente partorite dai prolifici ed indimenticati anni Ottanta. A conferma di ciò, proprio in questa Primavera 2021, è stato pubblicizzato il ritorno di uno dei grandi classici di quel periodo: Il Principe cerca moglie (1988)verrà riproposto nella rinnovata e moderna versione de Il Principe cerca figlio. Lo stesso processo di “riesumazione” lo si può riscontrare nel sicuramente più giovane e frizzante mondo delle Serie Tv; si pensi, ad esempio, al recente revival (datato 2017) di una serie cult quale Twin Peaks, partorita nel 1990 ma idealmente ideata e girata al termine degli anni Ottanta, oppure a nuove serie ambientate proprio in quella decade per strizzare l’occhiolino ai nostalgici (Dark e Stranger Things su tutte).

Il decennio in questione meriterebbe, da un punto di vista storico, politico, economico e sociale, un’analisi separata ed approfondita poiché troppo spesso associato, specie in Italia, ad una fase di spensieratezza voluta (e forse anche necessaria) post crisi energetica e post anni di piombo, una combinazione di negatività tali da minare l’umore di qualunque ottimista che avesse vissuto quei difficili anni.
Tale giustificabile spensieratezza ha, tuttavia, occultato un periodo di semina neoliberista partita prima nel mondo anglo-americano e, successivamente, sviluppatasi sul suolo “coloniale” del continente europeo, continuando a muoversi da occidente verso oriente. Questa semina ideologica ha portato, a partire dai successivi anni Novanta, alla finanziarizzazione della società ed alle politiche di rigore del bilancio a tutti ormai ampiamente note: lo Stato che si fa impresa, la gestione dei conti pubblici parificata a quella spettante al “buon padre di famiglia” ed il conseguente “vincolo esterno” hanno ridotto la Politica ad un mero assemblamento di individui (trasformatisi, peraltro, negli ultimi cinque anni in provetti influencer) senza più alcuna capacità decisionale in ambito finanziario (guai a mettere in dubbio il dogma dell’avanzo primario) e con una parziale sovranità legislativa ancora a disposizione.

Nel 2016 una ferocemente satirica serie tv animata americana (South Park)mise in onda la sua ventesima stagione dedicando tutte le sue puntate alle imminenti elezioni presidenziali. Oggetto di satira non poteva che essere l’eccentrica campagna elettorale portata avanti da colui che sarebbe poi stato dichiarato Presidente ossia Donald Trump. Per spiegare l’enorme successo che il candidato repubblicano stava riscontrando all’interno del paese, specie nell’America più profonda, si utilizzò uno stratagemma tanto sottile quanto divertente. Gli autori, Matt Stone e Trey Parker, decisero di far invadere i campi della ridente cittadina del Colorado da particolari grappoli di acini, per la precisione acini parlanti.

Quest’ultimi, giunti tra le mani del consumatore, iniziarono a blandirlo con romantici ricordi del passato incentrati proprio su quegli anni Ottanta finora citati, attraverso la citazione di film, o scene di essi, entrati nell’immaginario collettivo (evidente era il richiamo alla funzione incantatrice delle mitologiche sirene raccontate nell’Odissea, con la differenza che, nel 2016, non si richiedeva alcuno sbarco su un’isola mortifera quanto un semplice voto favorevole ad un candidato presidente). Il colpo di scena andò successivamente a svilupparsi durante il quinto episodio quando un cittadino, svegliatosi da questa sorta di ipnosi, iniziò a studiare la storia e la provenienza di tali acini arrivando a scoprire come la loro comparsa combaciasse, storicamente, ad ogni tramonto dell’impero in quel momento dominante. Si scoprì come già ai tempi dell’Impero romano fossero comparsi tali acini, andando a delineare una sorta di rilassatezza e pigrizia che, avvolgendo una classe dirigente dell’epoca sentitasi ormai invincibile ed all’apice della propria fase dominante, si sarebbero rivelate prodromiche al prossimo disfacimento dell’impero.

Quello che gli autori cercarono di spiegare ai propri concittadini era che, arrivati in quel 2016 ormai al culmine dell’impero americano, altro non restava che assaporare i propri successi del passato, lasciandosi cullare dai ricordi, prima di iniziare una ripida fase di regressione politica, sociale e culturale; il raggiungimento dell’apice venne rappresentato proprio dalla comparsa dei “ricord-acini” (traduzione, nella versione italiana, dell’originale “member berries”). Tale futura regressione venne rappresentata tramite la volontà di riporre fiducia in Donald Trump, il quale basò l’intera campagna elettorale (questa volta nella vita reale) su uno slogan tanto efficace quanto insidioso: “Make America Great Again”. Quell’again racchiuse tutto ciò di cui finora si è parlato ossia il tentativo dell’elettorato rappresentativo dell’America profonda, ormai fiaccato dalle disuguaglianze amplificatesi con la crisi del 2008 (figlia diretta del neoliberismo), di ripristinare la piena potenza americana, facendo leva sui ricordi di un passato che non sarebbe potuto tornare, investendo la propria fiducia su una figura (di nuovo non casualmente) divenuta famosa durante gli anni Ottanta secondo il criterio del “self made man”. C’è un passaggio chiarificatore in quella puntata, così riassumibile: tutti vorremmo tornare indietro al periodo durante il quale eravamo bambini, un periodo durante il quale tutto era più semplice ed i nostri genitori ci tenevano al sicuro, proteggendoci, per cui quando le cose si fanno difficili preferiamo guardare al passato invece di lavorare tutti insieme per un futuro migliore; quello che facciamo è, dunque, metterci nelle mani di un uomo forte che ci mostri la via, delegando a lui la risoluzione di ogni problematica (concetto che suona in modo sinistramente familiare per un italiano)[4].

Un altro nefasto prodotto della globalizzazione è stato il conformismo e lo spirito di omologazione che ha pervaso la nostra società; tale spirito, in ottica trumpista, è stato riscontrato anche in ambito politico attraverso la riesumazione, da parte dei movimenti populisti, dell’età d’oro degli anni Ottanta. Storicamente parlando quando la Sinistra smette di fare la Sinistra (ideologicamente nata per promuovere il progressismo)[5] giunge il momento della Destra conservatrice e reazionaria (termine, quest’ultimo, caratterizzato dall’ostilità verso il progresso[6]). Le campagne elettorali populiste (almeno lato Destra) degli ultimi anni si sono contraddistinte, come già accennato, per la nostalgia di un passato durante il quale l’Italia giocò un ruolo di maggior peso sia geopoliticamente che economicamente. Ciò non significa che le critiche rivolte all’UE ed all’Euro siano sbagliate o non giustificate, anzi, ma non capire come tali sovrastrutture burocratiche e monetarie non siano la malattia, bensì i sintomi, significa non capire che il problema principale sia il neoliberismo ed il suo più grande successo: la finanziarizzazione della società e la deregolamentazione del mercato. In tal senso ci viene in soccorso un segmento tratto da una puntata del 2016 di Piazza Pulita (pubblicato sul canale Youtube del giornalista Alan Friedman) durante il quale Matteo Salvini, parlando di fiscalità e di Flat Tax, sostenne che: “la mia ricetta, copiata da Ronald Reagan”, “è un’aliquota fiscale unica per tutti”, aggiungendo poi che la Reaganomics (le politica economica e fiscale della presidenza Reagan) si sarebbe contraddistinta per le politiche fiscali di incentivo e di liberazione dai lacci secondo il concetto “meno Stato e più economia”[7].

Tale tesi è sinonimo di puro neoliberismo[8] ossia di tutto ciò che un presunto populista dovrebbe combattere al fine di ripristinare la situazione antecedente (fissabile al 1981, in concomitanza con la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, o al 1992, in concomitanza con la firma di quel Trattato di Maastricht portatore di austerità mediante i noti “criteri di convergenza”, ma non di certo al momento dell’entrata in vigore dell’Euro datata 2002). Giova, infine, corroborare i contenuti finora espressi prendendo spunto dalla iperattiva pagina Twitter dello stesso Salvini che, in data 31 Maggio 2020, pubblicò questo tweet utilizzando i termini chiave “nostalgia” ed “anni ‘80” per ottenere, indirettamente, il consenso di tutti coloro che in questo decennio hanno subito gli effetti nefasti della crisi del 2011 e della pandemia in corso.

Conclusione: la globalizzazione ha avuto effetti negativi andando ad impiantare, per omologazione, sul suolo europeo ed italiano le teorie neoliberiste figlie del binomio anglo-americano, ciò ha comportato una complessiva regressione culturale della società occidentale andando drammaticamente ad alterare le condizioni economiche caratterizzanti l’attuale famiglia media. Tutto ciò, sommato al cronicizzato arresto dell’ascensore sociale ed alla inespugnabilità delle stanze del potere (all’interno delle quali difficilmente si entrerebbe per meritocrazia[9]) ha portato, negli ultimi decenni, alla cristallizzazione di una classe dirigente, politica ed intellettuale nata, cresciuta ed invecchiata sotto la stella polare neoliberista. Questa classe, ormai in totale assenza di sintonia con il “popolo reale”, non potrà che continuare ad applicare, pedissequamente, le stesse ricette fino alla fine dei suoi giorni[10], poiché è peculiarità dei suoi rappresentanti la mancata conoscenza di strade alternativamente percorribili (“There Is No Alternative” cit. Margaret Thatcher).

Se è questa la cosiddetta “Fine della storia” prevista da Francis Fukuyama nell’omonimo saggio del 1992, ed in assenza di una concreta ed immediata exit strategy, non ci resterà che attendere e narrare, in un prossimo futuro, la storia della fine di quello che a tutti gli effetti rischierà di passare agli annali come il quarantennio fallimentare di una intera classe dirigente, politica ed intellettuale capace esclusivamente di guardare se stessa attraverso lo specchietto retrovisore; una classe colpevole di aver somministrato alla cittadinanza occidentale, anche una volta emerse tutte le storture del neoliberismo globalizzato, l’idolatria di un decennio rivelatosi terreno di coltura per le odierne disuguaglianze socio-economiche.


[1] https://www.youtube.com/watch?v=D3U1Hb9Jtko

[2] Qui una apparizione dello stesso Bauman durante la rubrica Rai “Eco della Storia”. https://www.raicultura.it/storia/articoli/2019/01/Eco-della-Storia—Bauman-e-la-modernit224-liquida-f0a3ae88-a84a-4f74-a419-ca887be4bfb8.html

[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/28/ghostbusters-2016-un-brutto-film-che-verra-ricordato-solo-per-la-schifosa-polemica-razzista-sui-social/2940093/

[4] A partire dal minuto 19:05 (possibile attivazione dei sottotitoli in lingua inglese). https://www.southparkstudios.com/episodes/zi1v0u/south-park-douche-and-a-danish-season-20-ep-5

[5] L. CANFORA, La Metamorfosi, Editori Laterza, 2021: “L’attuale semi-sinistra sa bene che l’europeismo, brandito con retorica e fastidiosa insistenza, non è che la figurazione romantica di una realtà intrinsecamente e prosaicamente iperliberista. Il suo fondamento, il cardine del Trattato costitutivo dell’UE, è il divieto degli aiuti di Stato alle aziende nazionali. È cioè la negazione perentoria, e di fatto ricattatoria, di tutta una linea di condotta economica che vedeva nella «partecipazione statale» e nell’«economia mista» la via da seguire”.

[6] https://www.treccani.it/vocabolario/reazionario/

[7] https://www.youtube.com/watch?v=5Bfc3E7OBtQ&t=2s

[8] Le politiche economiche e fiscali messe in atto durante la presidenza Reagan furono influenzate dalle teorie economiche facenti riferimento a quella Scuola di Chicago rappresentata da uno dei principali paladini del neoliberismo, Milton Friedman. https://www.treccani.it/enciclopedia/scuola-di-chicago_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

[9]    Ulteriori considerazioni sul tema, da parte del Prof. Aldo Giannuli, qui https://www.youtube.com/watch?v=0bPD9vWBXSg&t=39s

[10] “Una volta che la ripresa (ndr post pandemica) sarà saldamente avviata gli Stati membri della zona euro dovrebbero far fronte all’aumento dei livelli del debito pubblico attuando strategie di bilancio sostenibili a medio termine”. Così si legge all’interno di un documento concordato dai Ministri delle Finanze dell’eurozona. https://europa.today.it/attualita/popolari-gentiloni-pandemia-patto-stabilita.html

Ligure, laureato in Giurisprudenza presso l'Università di Pisa, ho successivamente preso parte ad un Master in Sport Management presso l'Università di Parma. Coniugo, per passione, conoscenze multidisciplinari in Economia, Politica, Storia e Comunicazione.

Comments

  • Impallomeni
    27 Marzo 2021

    COMPLIMENTI!!!
    COMPLIMENTI!!!
    COMPLIMENTI!!!

  • Graziano Garavaldi
    27 Marzo 2021

    Caro Riccardo, non ti conosco personalmente, ma sono un vecchio amico dei tuoi genitori (tuo padre in particolare). Sono piacevolmente ammirato dal tuo impegno e dalla capacità critica che dimostri nel tuo articolo. La mia generazione (per quel che mi riguarda) si è nutrita di ideali e delle canzoni di De Andrè e Guccini; la tua, grazie a persone come te, può dimostrare che, anche se, come ci dicono, gli ideali non esistono più, ci sono pur sempre giovani di grandi capacità nelle cui coscienze si può riporre quel pò di speranza che ci rimane. Un grande augurio per il tuo futuro.
    Graziano.

  • Graziano Garavaldi
    27 Marzo 2021

    Caro Riccardo, non ti conosco personalmente, ma sono un vecchio amico dei tuoi genitori (tuo padre in particolare). Sono piacevolmente ammirato dal tuo impegno e dalla capacità critica che dimostri nel tuo articolo. La mia generazione (per quel che mi riguarda) si è nutrita di ideali e delle canzoni di De Andrè e Guccini; la tua, grazie a persone come te, può dimostrare che, anche se, come ci dicono, gli ideali non esistono più, ci sono pur sempre giovani di grandi capacità nelle cui coscienze si può riporre quel pò di speranza che ci rimane. Un grande augurio per il tuo futuro.
    Graziano.

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