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La guerra per l’acqua del Brahmaputra

Brahmaputra

La guerra per l’acqua del Brahmaputra

Il conteso uso delle acque del Yarlung Tsangpo/Brahmaputra,[1] fiume internazionale sino-indiano, che sorge dalle altissime vette della catena dell’Himalaya, situate nel Tibet cinese, può riacutizzare lo scontro tra la Cina e l’India, atteso che tra i due Stati asiatici non è stato firmato nessun Trattato di pace dopo la breve eppur violenta guerra di confine del 1962, ma solo un armistizio[2]?

L’ultimo scontro di frontiera tra la Cina e l’India risale appena al giugno del 2020,[3] quando una sessantina di soldati di ambo le parti hanno perso la vita.

La disputa per l’acqua origina dal fatto che lungo l’estesa striscia dell’arco dell’altopiano himalayano, nel displuvio cinese, nascono i grandi corsi transfrontalieri che attraversano gli Stati del Subcontinente indiano e dell’Indocina, tra i quali a nord-est spicca il sistema fluviale Gange-Brahmaputra, sulle cui rive vivono, tra indiani e bangladesi, oltre 625 milioni di persone[4].

Il confronto si è riacceso nel novembre 2020, quando Yan Zhiyong, presidente di Powerchina, uno dei cinque enti elettrici dello stato cinese deputati alla produzione di energia elettrica, ha annunciato alla stampa[5] la costruzione di una diga di imponenti dimensioni sull’alto tratto cinese del fiume Yarlung Tsangpo, denominazione Han del Brahmaputra.

La Cina ha programmato di realizzare il più colossale progetto idroelettrico della Terra. L’opera sarà tre volte maggiore della diga delle Tre Gole, famigerata per essere il più grande sbarramento del Pianeta.[6]

Il Brahmaputra, terreno di scontro

Nel 2008 e nel 2013 la collaborazione tra la Cina e l’India sull’uso congiunto e responsabile delle risorse idriche dei fiumi transfrontalieri è approdata alla firma di un Regolamento tecnico e di un Memorandum of understanding.[7] La Cina non ha siglato con nessun altro Paese confinante Intese in materia idrica. Purtroppo gli scontri di confine hanno esacerbato gli animi e interrotto la ricerca di posizioni convergenti.

Ora l’acqua rischia di essere usata come una sorta di arma impropria.

La realizzazione del gigantesco invaso potrebbe avere un impatto enorme sulla sicurezza idrica, alimentare ed economica dell’India nord-orientale e del Bangladesh, anche alla luce del crescente fabbisogno agricolo, zootecnico e industriale, oltre che umano, delle due assetate potenze asiatiche.[8]

La costruzione di alcune dighe da parte della Cina sul corso superiore del fiume Brahmaputra ha determinato improvvise magre e inspiegabili peggioramenti dei parametri qualitativi dell’acqua, che hanno indotto le autorità indiane a protestare nei confronti di quelle cinesi, le quali non si sentono vincolate da nessun Trattato internazionale, non essendo tale il Memorandum of understanding, a comunicare i loro progetti idrici ai vicini.

L’acqua del fiume, lungo 2900 chilometri e con una portata di 19.300 m³/s, non è sufficiente ai nuovi bisogni della Cina, dell’India, oltre che del Bangladesh.

Le relazioni sino-indiane, già non propriamente amichevoli a causa delle annose dispute di confine, hanno trovato nella realizzazione della mega diga un nuovo oggetto di discordia, raggiungendo il punto più basso dalla guerra del 1962.[9]

La progettazione più estrema del faraonico progetto sarebbe in grado di modificare notevolmente il corso e la portata del fiume per mezzo della costruzione di canali artificiali di derivazione, allo scopo di portare l’acqua nel deserto del Xinjiang. Ciò necessiterebbe della detonazione di mini cariche atomiche.[10] La geoingegneria nucleare a scopi pacifici non è esentata dai severi divieti del Trattato del 1996 sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (in inglese CTBT), come invece aveva chiesto, ma non ottenuto la Cina. Il Trattato non è ancora in vigore. La Cina lo ha firmato, ma non ratificato,[11] tuttavia è sostanzialmente rispettato dalle potenze del  ristretto club atomico, affinché altri Stati non mettano in discussione il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).

L’ultimo test nucleare della Cina risale al 1980, ma i rilievi satellitari mostrerebbero, a partire da ottobre 2017, la costruzione di un lungo tunnel di derivazione delle acque del Brahmaputra.[12]

La grande diga impatterebbe negativamente sull’ambiente e sull’economia delle popolazioni valligiane, private delle risorse idriche di un tempo; darebbe luogo a trasferimenti forzati di milioni di persone.

La natura geografica del plateau del Tibet ha posto la Cina, Paese rivierasco superiore, in condizioni fattuali di vantaggio rispetto all’India, in quanto può assumere decisioni che incidono direttamente sulla portata del fiume a valle: il rubinetto delle sorgenti del Brahmaputra è in mani cinesi.

La Cina non è firmataria della Convenzione di Helsinki sulla protezione e l’utilizzo dei corsi d’acqua transfrontalieri e dei laghi internazionali del 17 marzo 1992; non ha sottoscritto neppure la Convenzione sul diritto relativo alle utilizzazioni dei corsi d’acqua internazionali per scopi diversi dalla navigazione, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 21 maggio 1997; rifiuta anche di stipulare Trattati bilaterali con i suoi vicini sulla condivisione delle acque transfrontaliere per non compromettere la propria egemonia idrica. È improbabile che la Cina riconosca la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia sulle divergenze di ordine giuridico, aventi per oggetto le questioni relative alle risorse idriche transfrontaliere, anche perché esse hanno contenuti politici e tecnici molto pregnanti.

Nuova Dehli non ha una Corte Internazionale alla quale ricorrere per tutelare i suoi diritti.

Prima di valutare se girare la pratica alle forze armate, quale extrema ratio, l’India ha a disposizione un ventaglio di soluzioni che vanno dal pressing diplomatico, alle trattative permanenti, alla devoluzione arbitrale, alle pressioni economiche, alle azioni segrete, alla ricerca di alleanze.

Le autorità indiane temono che i progetti cinesi possano innescare inondazioni improvvise o creare scarsità d’acqua. In risposta, l’India sta considerando un piano per costruire al confine con la Cina nuove dighe sul Brahmaputra.[13]

Sfortunatamente tra la Cina e l’India non c’è un clima di reciproca fiducia, sebbene gli scambi e gli interessi economici comuni siano consistenti.

La costumanza manipolatoria delle diplomazie, così come la postura aggressiva dei due giganti asiatici, non incoraggia l’avvio di un franco dialogo ad alto livello.[14]

I tempi stretti per negoziare

Nell’azione diplomatica l’elemento temporale è cruciale.

Fintato che la grande diga sul Brahmaputra è in progettazione, c’è lo spazio per negoziare da una posizione più forte, che scemerebbe man mano che l’opera venisse costruita, fino ad essere nullo ad opera ultimata.

L’India dovrà decidere celermente se il dossier è importate e merita una risposta adeguata, oppure rassegnarsi a sopportare lo stress idrico come uno dei numerosi punti di frizione con la Cina.

Fonti indiane[15] tendono a ridimensionare di molto la questione delle acque transfrontaliere del Brahmaputra.

La disinformazione[16] sui dati idrici è uno degli strumenti a cui ricorrono entrambe le Parti.

Se la Cina e l’India comprendono che la guerra dell’acqua può essere un azzardo per entrambe, avranno interesse a cooperare e a trovare una soluzione negoziata alla questione idrica transfrontaliera, come le stesse fonti giuridiche internazionali suggeriscono.

Icasticamente è detto al punto 11 della Carta europea dell’acqua, adottata dal Consiglio d’Europa nel 1968, che “L’acqua non ha frontiere. Essa è una risorsa comune la cui tutela richiede la cooperazione internazionale.”

Le Nazioni Unite hanno predisposto la citata Convenzione sulla protezione e l’utilizzazione dei corsi d’acqua e dei laghi internazionali. Essa prevede che, in mancanza di accordi tra le Parti, l’«impatto transfrontaliero» deve essere prevenuto, controllato e ridotto dagli Stati, intendendo per tale “qualsiasi effetto pregiudizievole importante, prodotto sull’ambiente di una zona soggetta alla giurisdizione di un’altra Parte e da una modifica dello stato delle acque transfrontaliere causata da una attività umana la cui origine fisica è interamente o parzialmente situata in una zona soggetta alla giurisdizione di una Parte.” La Convenzione ha ricevuto l’atto di adozione da parte della Comunità Europea con Decisione 95/308/CE del Consiglio, del 24 luglio 1995 (L. 5 agosto 1995, n. 186).

La Convenzione sul diritto relativo alle utilizzazioni dei corsi d’acqua internazionali per scopi diversi dalla navigazione, del 21 maggio 1997 (non ancora in vigore), ratificata in Italia con la L. 31 agosto 2012, n. 165, all’art. 6 indica che per aversi un’equa e ragionevole utilizzazione di un corso d’acqua internazionale bisogna tener conto: “a) dei fattori geografici (es., l’estensione del corso d’acqua internazionale sul territorio di ciascuno degli Stati rivieraschi), idrografici (es., ampiezza, descrizione, rilievo cartografico), idrologici (proprietà delle acque, ivi compresa la loro portata, la loro distribuzione, la parte appartenente a ciascun Stato interessato), climatici, ecologici e altri fattori di carattere naturale; b) dei bisogni economici e sociali degli Stati interessati; c) della popolazione tributaria appartenente ad ogni paese (e del grado o dell’entità di dipendenza); d) degli effetti derivanti dall’/gli uso/i della risorsa da parte di uno Stato nei confronti degli altri paesi che condividono lo stesso corso d’acqua internazionale; e) degli usi attuali e potenziali del corso d’acqua (allo scopo di dimostrare che né gli uni, né gli altri, hanno una priorità); f) della conservazione, la protezione, la valorizzazione e l’economia delle risorse utilizzabili e presenti in un corso d’acqua, oltre ai costi derivanti dall’attuazione di queste misure; g) dell’  esistenza di altre opzioni, di equivalente valore, suscettibili di rimpiazzare un particolare uso, attuale o progettato. I fattori pertinenti devono essere esaminati complessivamente per arrivare ad un quadro complessivo.”

La gestione dei bacini idrici: il caso europeo

Gli Stati Europei sin dall’Ottocento hanno dato vita mediante Trattati ad organizzazioni intergovernative per la gestione condivisa dei due più importanti fiumi transfrontalieri continentali: il Reno e il Danubio.

La Commissione centrale per la navigazione del Reno,[17] con sede a Strasburgo, è l’Istituzione internazionale più antica al Mondo. Si occupa della sicurezza degli equipaggi e della navigazione sul Reno, materie per le quali ha costituito uno specifico Tribunale. Affonda le sue radici storiche negli Accordi del Congresso di Vienna del 1815.

La Commissione internazionale per la protezione del fiume Danubio,[18] con sede a Vienna, fu creata nel 1994, ma divenne attiva dal 1996. È specializzata nella gestione fluviale. Ha competenza sull’intero bacino del grande fiume europeo, anche in tema di prevenzione e di risoluzione delle dispute. Il fiume Danubio fu internazionalizzato a partire dal Trattato di Parigi del 1856.

La direttiva 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 ottobre 2000 istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque. Si occupa anche delle acque transfrontaliere, ma per lo più sotto il profilo ambientale.

Anche il Pontefice ha fatto sentire la sua voce in materia. Sua Santità Papa Francesco ha affermato che “l’acqua è un diritto umano essenziale e universale”. “È imprescindibile, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio di ogni altro diritto e responsabilità”. “Bisogna assicurare un’alimentazione adeguata per tutti attraverso metodi di agricoltura non distruttiva.”[19].

L’Italia non ha contese idriche di confine con gli stati vicini. Il Lago artificiale del Moncenisio, pur essendo entro lo spartiacque italiano, appartiene alla Francia in seguito al Trattato di Pace di Parigi del 1947, dal cui allegato III i rapporti tra i due Stati sono disciplinati.

La diga sul Reno della Val di Lei sorge su una piccola striscia di terreno permutato tra Italia e Svizzera nel 1955 sulla base di una Convenzione internazionale, mentre il bacino lacuale è in territorio italiano. Un Accordo tra Italia e Svizzera assegna al concessionario unico la gestione dell’opera e ripartisce le percentuali di energia elettrica prodotta.[20] L’acqua delle turbine elettriche si sversa nel Reno di Avers e appartiene al bacino idrografico del Mare del Nord.

La diga Punt dal Gal insiste parte in Italia, parte in Svizzera. Sbarra il fiume Spöl, che corre in Val di Livigno per 28 chilometri, costituendo il lago omonimo, anch’esso diviso tra Italia e Svizzera. Lo Spölè affluente dell’Inn, a sua volta tributario del Danubio.

Dopo un decennio di trattative tra Italia e Svizzera circa le modalità di sfruttamento delle acque, nel 1957 fu firmata una Convenzione[21] tra i Governi dei due Paesi, in base alla quale all’Italia è permesso di derivare una certa quantità di acqua, mentre l’energia elettrica prodotta è ripartita tra i due Stati. È stato anche necessario rettificare il confine tra Italia e Svizzera.[22]

Le esperienze internazionali stanno a dimostrare la proficuità dello strumento pattizio, per raggiungere il quale possono essere necessari anche lustri o decadi prima di iniziare i lavori di scavo delle fondazioni di una diga, a patto che, in spirito di collaborazione e senza pretese di egemonia idrica, vi sia convenienza di entrambe le parti nel sacrificare ciascuna una frazione dell’interesse teorico massimo, per raccogliere invece le utilità possibili, senza così paralizzarsi a vicenda. Quel che conta non è la sovranità sull’intero invaso. Sono invece: l’attribuzione e la distribuzione delle diverse utilità fruibili, il controllo della gestione sull’operato del concessionario della diga e la preservazione qualitativa del bene acqua.

La gestione dell’acqua, una questione millenaria

La Cina e l’India sono le culle delle più antiche civiltà fluviali.

Il diritto come strutturazione logico-cognitiva è ivi nato all’ombra dell’unica autorità politica centrale, per regolare, costituire, modificare e conciliare i diritti di uso e di restituzione delle grandi masse d’acque in scorrimento tra proprietari sovrastanti e terzi sottostanti. È stato funzionale alla costruzione delle opere idrauliche singolari e a partecipazione collettiva, per regimentarne il deflusso e le piene.[23]

Nei millenni le problematiche operative relative alla gestione dei grandi corpi idrici permanenti non sono granché mutate, come l’analisi di diritto comparato[24] mostra.

Nel diritto internazionale delle acque, le opposte ed estreme teorie della sovranità assoluta sulle acque a monte, quale libera facoltà sulle opzioni allocative, e della assoluta integrità naturale delle risorse idriche che scendono a valle, sono scartate: piuttosto la sovranità assoluta e l’integrità naturale assoluta sono limitate, in nome dell’utilizzo equo e ragionevole. Infatti, i concetti di sovranità e assolutezza mal si adattano al fluire dell’acqua dei fiumi transfrontalieri, affatto statica, tant’è che normalmente non consente il diritto di apprenderla e di escludere gli altri dal godimento.  Il principio generale enucleabile dalle fonti giuridiche è quello dell’uguaglianza nell’accesso all’acqua da parte degli Stati, i quali devono gestire la risorsa in modo equo, razionale e rispettoso per l’ambiente, dato che sono responsabili verso gli altri Stati ricevitori. Questo diritto ambientale inizia a configurarsi erga omnes relativamente alle acque marine.[25]

Tuttavia, l’analisi giuridica, per quanto illuminante e orientativa possa essere, non è esaustiva delle problematiche legate alle acque transfrontaliere del Brahmaputra. Non lo è neppure l’indagine storica sugli errori e sul pressapochismo dei colonialisti inglesi alla McMahon, ignari delle realtà locali, ma faciloni nel tracciare approssimativamente sulla carta geografica i confini tra India e Cina con la matita colorata, dando luogo alla successiva serie di rivendicazioni di confine.[26]

Cina e India avrebbero interesse a chiudere la questione, anche per non permettere ad altre potenze (Russia, Stati Uniti e Giappone) di interferire nella vicenda. Ma non percepiscono neppure questo dato, perché l’approcciano il problema da cinesi e da indiani.

La Cina e l’India hanno espresso, ed esprimono, due importanti civiltà straordinariamente longeve, perché indipendenti dal punto di vista alimentare, grazie alle alte rese ottenute dalla coltivazione del riso. L’autosufficienza è un concetto che però stride con la globalizzazione, di cui i due Paesi sono grandi beneficiari.

In realtà la Cina e l’India sono due esportatori netti di acqua occulta sotto forma di merci lavorate e hard and soft commodities, per produrre le quali sono necessarie risorse idriche aggiuntive in grandi quantità.

L’acqua, da bene pubblico per eccellenza, sta diventando bene da contendere e accaparrare, come una qualunque merce da vendere in quelle specie di nuovi luoghi sacrali che pretendono assiomaticamente di essere i mercati internazionali.

La mercificazione dell’acqua,[27] unita alla crescente commodizzazione[28] del lavoro, porteranno allo scoppio di disordini sociali e forti contrasti tra Cina e India, ovvero tra tre miliardi di persone, ovvero metà dell’intera popolazione umana, con conseguenze sull’altra metà.

La sfida geopolitica del Brahmaputra

L’accaparramento delle acque può innescare in chi la subisce le pulsioni belliciste, proprie delle civiltà indoeuropee del frumento, nelle quali la guerra, a causa della scarsezza delle risorse primarie, per altro mal redistribuite, è stato il mezzo di risoluzione dei conflitti.

La carenza di buona acqua per le inquinanti “fabbriche del mondo” è originata sul lato della domanda, tant’è che è esplosa preponetemene in tempi relativamente recenti, quando l’Asia orientale ha iniziato ad avere sostenuti e duraturi indici di sviluppo a due cifre. Stando così le cose non c’è da meravigliarsi se la Cina vuole mettere a coltura i deserti. Sarebbe semmai strano il contrario.

La questione idrica è l’epifenomeno. Il fenomeno profondo è causato dalla incontrollata globalizzazione tumultuosa e sregolata, imposta dall’iperliberismo sfrenato, che tratta grossolanamente il lavoro come una qualsiasi merce concorrenziale.

Tutto questo è un buon affare per Gaia?

Il problema dell’insufficienza dell’acqua del Brahmaputra va affrontato anche in prospettiva.

I decisori politici dimenticano troppo spesso che l’ecologia è il limite delle frontiere dell’economia, ovvero che l’acqua scende dal cielo come pioggia.

Non sono solo le irte cime montuose a catturare le nubi o a imprigionare l’acqua nelle nevi perenni, per altro in rapido scioglimento a causa del surriscaldamento globale,[29] ma anche la forestazione di nuovi alberi autoctoni, può aumentare la piovosità locale. I boschi sono inoltre ottimi sequestratori di anidride carbonica, principale gas responsabile dell’effetto serra.

In molti Paesi (Gran Bretagna, Francia, Danimarca, Australia, Kenya, Pakistan, Indonesia, Brasile) le autorità locali hanno deciso la piantumazione di milioni e milioni di alberi, con molteplici effetti benefici sull’habitat e sull’economia, nonché sull’incremento pluviometrico.

L’esempio potrebbe essere seguito anche dalla Cina nel Tibet, dove la deforestazione ha ridotto sensibilmente le aree boschive della regione, e dall’India nella valle del Brahmaputra, ove l’abbattimento illegale di fusti dal legno inizia ad essere un problema grave.

Nelle Relazioni Internazionali la transizione ecologica per lo sviluppo sostenibile e le guerre per l’acqua sono molto più connesse di quanto non si possa sospettare,[30]come l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite ricorda[31]ad ognuno.


[1] Christopher, Mark, “Water Wars: The Brahmaputra River and Sino-Indian Relations (2013).

Hongzhou Zhang, WIREs Water 2016, 3:155– 166. doi: 10.1002/wat2.1123;

Babalova Nora, Scarce Resource Politics in the Brahmaputra River Basin, in AA VV Water Management in South Asia, New York, Springer (2021) p. 9

[2] Sui complessi rapporti tra Cina e India vd. Andrea Muratore, Cina, India ed Alleanze a geometria variabile, in https://aldogiannuli.it/; Id. Cina e India verso il futuro. Quali scenari? in https://aldogiannuli.it/  

[3] https://www.bbc.com/news/world-asia-53061476

[4] https://www.mtholyoke.edu/~tetho20z/classweb/dw1/brahmaputra.htmldecidere

[5] https://www.thehindu.com/news/national/china-hydropower-company-plans-first-downstream-dam-on-brahmaputra/article33206687.ece

[6] https://www.aljazeera.com/news/2021/2/8/china-to-build-the-worlds-biggest-dam-on-sacred-tibetan-river

[7] https://mea.gov.in/bilateral-documents.htm?dtl/22368

[8] https://timesofindia.indiatimes.com/india/china-plans-dam-on-brahmaputra-how-it-may-impact-india-bangladesh/articleshow/79528597.cms

[9] https://indianexpress.com/article/opinion/columns/brahmaputra-river-china-dam-india-china-relation-7061644/

[10] https://www.powermag.com/too-dumb-to-meter-epilogue/

[11] https://www.ctbto.org/the-treaty/status-of-signature-and-ratification/?states=2&region=63&no_cache=1&submit.x=3&submit.y=6

[12] https://www.indiatoday.in/world/story/china-tunnel-brahmaputra-river-india-three-gorges-dam-bangladesh-1078829-2017-10-31

[13] https://www.aljazeera.com/news/2020/12/2/india-plans-dam-on-brahmaputra-to-offset-chinese-plans

[14] Aldo Giannuli, L’India contro la nuova via della seta, in https://aldogiannuli.it/lindia-contro-la-nuova-via-della-seta/

[15] Amitava Mukherjee, China’s Dam Building Is a Security Risk for India’s Northeast, in https://thediplomat.com/

[16] https://www.orfonline.org/expert-speak/chinese-dam-yarlung-tsangpo-brahmaputra-should-india-concerned/

[17]Schenk, J. (2019). The Central Commission for the Navigation of the Rhine: A First Step towards European Economic Security? In B. De Graaf, I. De Haan, & B. Vick (Eds.), Securing Europe after Napoleon: 1815 and the New European Security Culture (pp. 75-94). Cambridge: Cambridge University Press. Doi:10.1017/9781108597050.005

[18] Ardeleanu, Constantin. The European Commission of the Danube and the Results of Its Technical and Administrative Activity on the Safety of Navigation, International Journal of Maritime History 23.1 (2011): 73–94.

[19] Papa Francesco, videomessaggio di Francesco, ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di Ted sul cambiamento climatico in http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2020/documents/papa-francesco_20201010_videomessaggio-ted-clima.html

[20] Recepita con la L. 9 marzo 1955, n. 317

[21] Recepita con la L. 26 febbraio 1958, n. 215

[22] L. 29 maggio 2009, n. 72

[23] Mauro Lanzi, Civiltà d’oriente: Cina (1) in https://www.nelfuturo.com/Civilta-d-Oriente-Cina-1

[24] Diego Bonetto, Property, sovereignty and exclusion in national and international water law in https://www.federalismi.it/   

[25] Paolo Picone, Comunità internazionale e obblighi erga omnes, Napoli, Jovene, 2013, p. 30

[26] Joginder Jaswant Singh, The McMahon Line: a century of discord, New York, HarperCollin, 2019

[27] Karl Polanyi, La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 2000, p. 93

[28] Evju S. Labour is Not a Commodity: Reappraising the Origins of the Maxim. European Labour Law Journal. 2013;4(3):222-229. doi:10.1177/201395251300400305

[29] M. F. Azam, P. Wagnon, E. Berthier, C. Vincent, K. Fujita, J. S. Kargel, Review of the status and mass changes of Himalayan-Karakoram glaciers, J. Glaciol., 61–74 (2018)

[30] UNESCO, Transboundary water governance and climate change adaptation: international law, policy guidelines and best practice application, Paris, 2015

[31]  https://sdgs.un.org/topics/water-and-sanitation

Luca Colaninno Albenzio, già avvocato, è abilitato all'insegnamento di scienze giuridiche ed economiche negli istituti di istruzione secondaria di II grado. Si occupa di Contabilità Pubblica; è' autore sotto pseudonimo di numerosi interventi di politica estera sul sito www.aldogiannuli.it, dove pure si cura della newswire "ACME NEWS".

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