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Il “secolo albanese” è iniziato e cambierà i Balcani

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Il “secolo albanese” è iniziato e cambierà i Balcani

Nei Balcani occidentali sta nascendo un nuovo ordine, albano-centrico, costituito dalla triade Albania–Kosovo–Macedonia del Nord. Nessuno sembra essersene accorto né interessato, ma questa triade riscriverà le relazioni internazionali nei Balcani, o meglio le sta già riscrivendo.

Il 16 settembre di quest’anno ha avuto luogo un evento politico tanto importante quanto trascurato – in Italia come all’estero –, ovverosia la prima riunione intergovernativa di Kosovo e Macedonia del Nord. Il vertice si è concluso con la firma di più di dieci accordi di cooperazione bilaterale e con una promessa che ha l’aria di un giuramento, di un voto inestinguibile: è soltanto l’inizio. I posteri giudicheranno le promesse tra Pristina e Skopje, relegandole all’ambito dei tradimenti o dei compimenti, ma alcuni eventi sembrano suggerire che il percorso tracciato alcuni giorni fa sia destinato a durare.

Prima che le diplomazie kosovara e nordmacedone si incontrassero a Skopje per discutere di collaborazione avanzata, più precisamente all’indomani della fuga in fretta e furia dell’Alleanza Atlantica dall’Afghanistan, dalle vette degli Acrocerauni era stata lanciata un’altra iniziativa all’insegna del concerto: la decisione di accogliere profughi afghani.

Traslando in realtà quel detto albanese per cui “un patto è adesso, un patto è per sempre”, e dando concretezza a quella cultura dell’ospitalità nota come Mikpritja, i governi di Albania, Kosovo e Macedonia del Nord avevano aperto i confini agli afghani in fuga dai talebani. Dietro l’iniziativa, chiaramente, c’era e c’è la volontà di inviare un messaggio all’Unione Europea – alla quale questa triade  desidera aderire – ma ridurre il tutto ad una mera mossa politica sarebbe più che riduttivo: sarebbe sbagliato.

Nessuno sembra essersene accorto, forse perché gli studi di previsione sociale sono in via di estinzione in questo Occidente disinteressato al lungo termine e ancorato ad una visione poststorica delle relazioni internazionali, ma nei Balcani occidentali sta sorgendo un nuovo ordine: l’albanosfera.

Le origini dell’albanosfera sono antichissime – le prime attestazioni sul microcosmo albanese precedono Cristo di due secoli – ma la sua rinascita è relativamente recente – perché scaturita dalla disgregazione della Iugoslavia – ed è destinata ad incidere in maniera profonda, forse indelebile, sulla geografia del potere e delle identità della polveriera d’Europa.

L’albanosfera, come già anticipato, nasce dalle ceneri della Iugoslavia – espressione imperiale della Serbia – e riceve un impulso vitale determinante dalla trasformazione del Kosovo in un intoccabile protettorato occidentale. Ma c’è un altro evento che ha contribuito alla formazione di questa realtà: la demografia.

Se è vero che l’Albania va spopolandosi, lo è altrettanto che gli albanesi non cessano di crescere tra Kosovo e Macedonia del Nord. E il risultato, data la crisi delle culle sperimentata dall’intero vicinato balcanico, è stato l’emergere di un ordine albano-centrico. Prova di ciò, oltre alla vitalità dell’asse adamantino tra Tirana e Pristina, è la situazione della vicina Skopje, sul cui fato vorrebbero decidere Sofia e Atene ma che, lentamente, va trasformandosi in una provincia del micro-universo civilizzazionale albanese a causa della demografia.

Fantapolitica? No, tutt’altro. La Macedonia del Nord ha già vissuto un’insurgenza armata nei primi anni Duemila, favorita dal mancato riconoscimento di diritti alla minoranza albanese da parte della classe dirigente, e ha atteso ben diciannove anni per esperire un nuovo censimento della popolazione a causa della paura. Paura di dover ammettere che gli albanesi, che nel 2002 costituivano un quinto del totale, possano essere diventati molti di più con il tempo, forse un terzo della (multi)nazione.

Paura più che fondata – dato che nel settentrione più di due neonati su tre sono di etnia albanese, mentre a livello nazionale la media è di uno su tre – e che ha favorito la recente apertura di Zoran Zaev verso Kosovo e Albania, due realtà aliene e rivali che vengono percepite in maniera crescente come parenti.

Sarà il censimento della popolazione, attualmente in corso, a dirci cos’è successo in Macedonia del Nord negli ultimi diciannove anni, se uno stallo o un processo di albanesizzazione, ma i più sembrano essere convinti dell’ineluttabilità della sua trasformazione in una “provincia albanese”. Appellativo, quest’ultimo, impiegato di recente dal titolare del Ministero della Difesa di Bulgaria, Krasimir Karakachanov, per descrivere il futuro dell’ex repubblica iugoslava dal passato greco-bulgaro.

Ma che cosa accadrebbe se la Macedonia del Nord diventasse una provincia albanese? Che cosa succederebbe se l’albanosfera, altresì nota come la Cintura delle Aquile – una denominazione oggi in crescente uso al di là dell’Adriatico ed apparsa originariamente su InsideOver – Il Giornale –, diventasse una realtà effettiva e fattiva?

Potrebbero succedere varie cose, a seconda dell’evoluzione delle variabili in gioco in questo teatro che storia e demografia hanno trasformato da un luogo anonimo ad un pivot geostrategico nel cuore d’Europa. Tra i vari scenari, di seguito i più plausibili:

  • Un incremento significativo dell’influenza turca nello spazio balcanico, dati i legami di lunga data con il popolo albanese.
  • Un accerchiamento permanente della Serbia, all’esterno circondata dall’ascendente Cintura delle Aquile e all’interno costretta ad affrontare possibili spinte autonomistiche da parte di bosgnacchi (nella Raska) e albanesi (nella valle di Presevo).
  • Una riduzione dei margini di manovra della Russia nella balcanosfera, come conseguenza dell’accerchiamento serbo e del consolidamento della triade albanese, con l’unica eccezione della Macedonia del Nord, esposta a operazioni di destabilizzazione perché etnicamente e culturalmente divisa.
  • Un approfondimento dell’impronta italiana nei Balcani occidentali, possibile utilizzando l’Albania come trampolino di lancio verso il Kosovo e la Macedonia del Nord.

I cambi di paradigma non avvengono mai pacificamente, questo è scontato e fisiologico, perciò è legittimo attendersi un aumento delle tensioni interetniche in Macedonia del Nord nel prossimo futuro, ovverosia quando la componente albanese raggiungerà, e forse supererà, la massa critica. Tensioni che qualche potenza potrebbe sfruttare per indebolire questo ventre molle dell’Alleanza Atlantica – come la Russia, che non a caso sta soffiando sul nazionalismo slavo, e l’alleata Serbia – e che non farebbero dispiacere né alla Bulgaria né alla Grecia – anch’esse impegnate a fermare il processo di albanesizzazione della Macedonia del Nord tramite influenza culturale e passaportizzazione.

Macedonia del Nord a parte, comunque, fra Albania e Kosovo è già alleanza, è già unione informale – dagli affari esteri alla rete elettrica –, è già Cintura delle Aquile. Chi saprà cogliere questo cambio di paradigma epocale – simile per dimensioni ed impatto soltanto alla concomitante “rivoluzione rom” che sta avendo luogo nell’Europa centro-orientale – avrà il controllo del nuovo nucleo dei Balcani, spostatosi dalla defunta serbosfera – gravemente ferita dalla disgregazione della Iugoslavia e morta con lo scollamento del Montenegro dalla Serbia – alla vibrante albanosfera – sorta dalle ceneri dell’ordine serbo e favorita dalla demografia –, e dunque possederà una leva di pressione utilizzabile in una grande varietà di teatri: Adriatico, Balcani occidentali e orientali, Italia, Grecia e persino Turchia.

Le grandi potenze sono avvisate: non è più Belgrado il luogo del destino dei Balcani, ma Tirana. La Turchia parte avvantaggiata – sebbene le recenti schermaglie con il Kosovo spingano a rivalutare l’influenza americana in loco –, ma anche l’Italia avrebbe tanto da dire, fare e offrire, essendo legata alla nazione albanese da tempo immemorabile e preferibile come faccendiera in loco sia all’Europa sia agli Stati Uniti. Questa è un’ultima chiamata, come avevamo già spiegato nei mesi scorsi, che l’Italia risponda: il secolo albanese è qui ed è in attesa di essere compreso, coltivato e raccolto da qualcuno.

Classe 1992, è laureato in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all’università degli studi di Torino con una tesi sperimentale intitolata “L’arte della guerra segreta”, focalizzata sulla creazione di, e sulla difesa dal, caos controllato. Presso la stessa università si sta specializzando in Studi di area e globali per la cooperazione allo sviluppo – Focus mondo ex sovietico. I suoi principali campi di interesse sono geopolitica della religione, guerre ibride e mondo russo, che negli anni lo hanno portato a studiare, lavorare e fare ricerca in Polonia, Romania e Russia. Scrive per e collabora con diverse testate, tra cui Inside Over, Opinio Juris – Law & Political Review, Vision and Global Trends, ASRIE, Geopolitical News. Le sue analisi sono state tradotte e pubblicate all’estero, ad esempio in Bulgaria, Germania, Romania, Russia.

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