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La grande illusione del leaderismo

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La grande illusione del leaderismo

Il leaderismo sembra decisamente essere la malattia senile dell’a-strategismo, cioè della nostra fase fieramente incapace di pensare in modo strategico e di ragionare in ottica storica. Le nazioni e le società sono intrecci complessi di opinioni delle masse e interessi (spesso confliggenti) delle élites, intrecci dei quali il potere è sempre un mediatore, ora pacifico e conciliante, ora più assertivo ed autoritario. Per spiegare tutto questo servirebbe un’attitudine mentale curiosa e aperta alla complessità, quel che venderà sempre meno della copiosa letteratura scandalistica. Si riduce invece la politica degli stati agli indirizzi ed alle volontà dei loro leader: ne deriva un complesso e ricco filone di pubblicistica giornalistica e saggistico-divulgativa sulle biografie di leader e leaderini veri o presunti.

Del resto, non è forse stato per generazioni che, già dai banchi di scuola, la Storia veniva insegnata come susseguirsi di biografie dei grandi personaggi, e non certo per velature economiche, sociali, financo antropologiche? Quando poi il personaggio storico è un leader autoritario, il “cattivo del film”, il biografismo sconfina ora nel voyeurismo, ora nella divinazione dove la lettura della mente del cattivo assurge ad aruspicina. È tutto un fiorire di articoli su Erdogan e di analisi sulla psiche di Putin, mentre sulla Cina si tace visto che, non avendo molte notizie sui trascorsi di Xi Jinping, non troviamo poi troppo di interessante o profondo da dire sulla traiettoria politica di un paese di oltre un miliardo di abitanti. Pazienza: visto che non si riesce a fare di meglio, giochiamo anche noi, e raccogliamo la provocazione. Immaginiamo che tutta la Russia sia il tinello del Cremlino, che tutta la Turchia il cortile di Ak Saray. Putin viene dipinto dai media occidentali come uno stratega magistrale, dotato di mente diabolica: quanto meno singolare che i nostri organi di stampa, che si vorrebbero a lui avversi, assecondino questa narrazione di Vladimir Vladimirovic come nuovo Grande Padre della Santa Russia. Ad un occhio più smaliziato, appare come invece Vladimir Vladimirovic sia un ottimo pokerista ma uno scacchista mediocre: in altre parole, un maestro di tattica abilissimo nel vincere le singole battaglie, ma che condurrà male il proprio paese alla fine della guerra. 

Se l’obiettivo strategico della Russia è infatti rinforzare la propria frontiera occidentale (e Meridionale, dal Caucaso all’Asia Centrale!) evitando la NATO (leggi: gli USA) nel cortile di casa, sin qui non ha raccolto risultati decisivi. È chiaro che Russia e USA non si fidano l’un dell’altro, e che la fiducia se non c’è non la si inventa ma al massimo la si costruisce nei decenni, tenendo ben presente che le percezioni contano cento volte più dei fatti. Dal 1991, USA e Russia non hanno quasi fatto altro che farsi percepire come inaffidabili l’un dall’altro: su questi passi non ha senso tornare. È però altrettanto chiaro che Putin non ha saputo rompere quel gioco di specchi che vede una Russia spaventata dalla NATO reagire mostrando i muscoli militari, quindi spingendo i paesi dell’Europa Orientale dal Baltico al Mar Nero a rifugiarsi sotto la gonna di Washington. Per rompere un equilibrio a due non gradito (Mosca vede la NATO come una propaggine degli USA, sia questa percezione corretta o meno) di solito si invita un terzo al ballo: gli USA lo fecero con la Repubblica Popolare Cinese quando la Russia si chiamava URSS. Oggi Mosca avrebbe almeno potuto provare a farlo con l’UE, o quantomeno con quei paesi – Francia, Germania, in una certa fase anche l’Italia – potenzialmente meno legati alla politica antirussa di Washington. Non solo: un’UE senza più il Regno Unito è una Unione Europea senza più al proprio interno il ventriloquo di Washington. A cercare un dialogo fattivo con questi tre paesi e con l’UE come istituzione Putin non ci ha nemmeno provato, al di là della retorica dell’amicizia con Francia e Germania. Non ha nemmeno provato a separarli dagli USA, ma ha anzi civettato con i movimenti e partiti antigovernativi all’interno di questi tre paesi, alienandosi una parte sostanziale (LA parte sostanziale) delle loro élites. Quanto all’UE, Putin ha pervicacemente insistito a ritenerla un’ectoplasmatica proiezione di interessi americani. Anche se Putin avesse avuto ragione, avrebbe dovuto fingere che tale non fosse, per rafforzarla come contrappeso a Washington almeno nelle proprie istituzioni più pragmatiche (Commissione e Consigli vari, rispetto al Parlamento). Se una potenza nucleare e militare di primo livello avesse scelto come primo interlocutore l’UE avrebbe oggettivamente rafforzato quest’ultima, creando un contrappeso de facto a Washington: Putin ha preferito mettere tutto il proprio peso nel rapporto con partiti e movimenti anti-UE. Questo oggi porta una Russia lontana non solo dagli USA, ma anche dall’UE e dai singoli paesi, con una sola carta da giocare: quella cinese. Non che questa sia una cattiva opzione per la Russia: il problema è che è l’unica, e sul piano strategico non è mai il massimo avere una sola scelta.

La Russia è un paese che nella propria eurasiaticità il proprio punto di forza: non solo Europa, non solo Asia, è un ponte tra le due. Differente ci sembra il caso di Erdogan: il leader turco dà sempre l’impressione di essere in difficoltà sulla singola mossa, ma sul medio termine (e forse sul lungo) conduce sempre un’ottima partita. Facendosi forte della posizione geograficamente e ineludibilmente centrale del suo paese, egli tira la corda con tutti, sapendo che difficilmente la spezzerà. Gli Europei sono ricattabili coi migranti, e per i membri orientali dell’UE la Turchia è un bastione antirusso da coltivare; gli Americani non lo puniranno mai oltre un certo limite per le sue intemerate, visto che non vogliono “regalare” Erdogan ai russi, nei confronti dei quali (e degli iraniani!) serve anzi un contrappeso nel Vicino Oriente. Buoni ultimi, i russi hanno mangiato la foglia ed hanno tutto l’interesse ad avere amico – o non del tutto nemico – l’enfant terrible della NATO: la Turchia è potenzialmente l’avversario totale dei russi, dal Vicino Oriente al Caucaso all’Asia Centrale al Mar Nero, visto che il mondo turco penetra la sfera di sicurezza russa su tutti questi teatri. Trasformare un nemico in un “semplice” concorrente è già un risultato non da poco. Se l’obiettivo strategico di Recep Tayyip Erdogan è prendere un paese privo di materie prime, dal non esaltante indice di sviluppo umano e che ha perso il proprio impero da un secolo a questa parte per rifarne una grande potenza con il quale il mondo intero deve confrontarsi, ebbene egli ha conseguito un indubbio successo. Chi oggi vuole muoversi dal Vicino Oriente all’Asia Centrale, dal Corno d’Africa all’Europa Orientale, inciampa nelle aziende turche, nelle armi turche, nell’intelligence turca. La sfida sarà tradurre questa potenza in atto, e cioè in benessere per la propria popolazione. Se invece del benessere della propria popolazione ad Erdogan non importa, ebbene egli ha già vinto. Del resto, non tutti i paesi in cui si vive male sono potenze, ma in tutte le potenze si vive male (ebbene sì, anche negli USA, basta dare un’occhiata alle statistiche sulla distribuzione della ricchezza negli States). Quando invece in un paese si inizia a vivere bene, la gente (ohibò!) smette di sognare la gloria e si accontenta del weekend al mare. Può essere per questo che i leader, alla fine, contano piuttosto poco rispetto alla Storia ed ai suoi corsi, o può essere per questo che ad Erdogan regnare su un paese impoverito e che sogna le glorie passate dei sultani è già una vittoria. Ovviamente tutto questo è solo un gioco, un divertissement, un passatempo. Una facezia. Non sono i leader a delineare le traiettorie politiche dei propri paesi: non solo loro, almeno. Un leader, anche quando all’apparenza è un dittatore onnipotente, in realtà è sempre un mediatore di interessi e di complessità. Che poi per mediare scelga la fucilazione – come Stalin – di privilegiarne alcuni rispetto ad altri o di conciliarli, o ancora di nasconderli sotto il tappeto illudendosi di essere davvero onnipotente (come Mussolini) è un altro discorso, un discorso che si impara studiando la storia. Il piccolo paese in mezzo al mediterraneo che in queste ore trattiene il fiato attendendo in misterica devozione l’elezione del proprio Capo di Stato farebbe bene a capirlo una volta per tutte. Specie perché il proprio enorme debito pubblico lo pone alla mercé di interessi ESTERNI ad esso.

Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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