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Lo spettro del socialismo in America

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Lo spettro del socialismo in America

Diamo il benvenuto oggi su Osservatorio Globalizzazione a due nuovi collaboratori: Pasquale Noschese e Aurelio Poles, giovani promesse che con un lungo approfondimento ci parleranno dei movimenti politici a trazione socialista nell’America di oggi. Buona lettura!

Uno spettro si aggira per l’America: lo spettro del socialismo. Per quanto surreale tale affermazione possa sembrare, proponimento dello scritto che segue è proprio quello di argomentare a favore di questa pretenziosa parafrasi del celebre incipit del Manifesto marxiano. Per fare ciò sarà tuttavia opportuno iniziare con una breve introduzione storica: solo analizzando perché negli Stati Uniti non sono mai sorti movimenti politici di ascendenza socialista risulterà infatti possibile comprendere il motivo per cui oggi la tendenza è stata invertita. In secondo luogo saranno avanzate alcune considerazioni sulle possibilità e i limiti di tale movimento, ponendo l’attenzione sui fattori in gioco ed azzardando alcune previsioni approssimative sui possibili esiti del fenomeno. Infine si potranno provare a trarre delle conclusioni, spiegando in special modo la rilevanza di tutto ciò anche per l’Italia.

Si è speculato molto sulle ragioni del perché il socialismo non abbia mai preso piede negli Stati Uniti. La spiegazione che qui si fornisce è tanto semplice quanto fedele alla lezione marxiana impartita nell’Ideologia tedesca: in America non si è mai dato il socialismo in quanto non si sono mai presentati i suoi presupposti materiali. Assieme alla condizione materiale, deve poi essere considerato anche il forte (fortissimo) stigma ideologico che il socialismo sconta in America: non solo come eredità del conflitto bipolare, ma anche a causa di una sorta di incompatibilità antropologica con i valori tradizionali dell’identità nazionale. 

La mancanza dei presupposti materiali può essere illustrata in maniera estremamente semplice: storicamente il capitalismo americano è stato in grado di produrre un grado di benessere e ricchezza tale da permettere la formazione di un’ampia classe media e da garantire un elevato grado di mobilità sociale; tutto ciò ha impedito da un lato l’approfondirsi delle differenze di reddito (ampia classe media), e dall’altro il cristallizzarsi dei rapporti sociali entro rigide differenze di classe e di reddito (elevata mobilità sociale). In termini marxiani ciò ha agito come fattore depotenziante della forza e della radicalità del contrasto tra capitale e lavoro, specialmente nei suoi effetti principali sulle forme di coscienza. Le condizioni sopra esposte permettono infatti di spezzare quel circolo vizioso che, aumentando la polarizzazione sociale e politica (come accaduto in Europa nella prima metà del Novecento), alimenta il conflitto di classe e l’antagonismo tra capitale e lavoro. A tutto ciò, come accennato, si somma poi il tradizionale antagonismo ideologico radicatosi negli Stati Uniti nei confronti di qualsiasi posizione politica vicina, anche solo lontanamente, alla sensibilità socialista. Il “socialismo” viene infatti concepito come radice di ogni male, non solo e non semplicemente a causa del retaggio del conflitto bipolare, ma anche, più subliminalmente, a causa di una percepita incompatibilità con i valori tradizionali dell’identità americana. L’idea di un qualsiasi coinvolgimento dello Stato nell’economia, o addirittura dell’azione statale come strumento di ridistribuzione della ricchezza, sono osteggiati in quanto ritenuti di strumenti di oppressione della libertà e della democrazia, nocivi nei confronti del modello meritocratico incentrato sul mito del self made man che, grazie al proprio duro lavoro, è capace di realizzare il sogno americano e di godere dell’american way of life

Il quadro sopra ritratto attraversa oggi un momento di importante crisi: il capitalismo statunitense non sembra più in grado di garantire quelle condizioni di benessere che hanno tenuto alla larga le forme più acute di lotta sociale dal panorama politico americano. Sebbene le premesse di questa crisi siano state poste tra gli anni Settanta e Duemila, apogeo dell’ideologia e della pratica neoliberiste, la crisi del 2008 fa da spartiacque nel segnare la vera e propria inversione di tendenza. La mobilità sociale e la solidità della classe media, elementi decisivi per la stabilità di una società liberal-democratica come quella statunitense, sono oggi minacciati. Crescono le disuguaglianze e la disoccupazione; aumenta il fenomeno della precarizzazione del lavoro; l’incremento della produttività non si traduce in un aumento dei salari; i costi dell’istruzione e della sanità subiscono vistosi incrementi; le nuove generazioni vivono peggio delle precedenti, anche se maggiormente istruite; aumenta il pessimismo verso il futuro. Fenomeni che, per di più, si abbattono con violenza su di una società priva della protezione offerta dallo Stato sociale ed in cui i risparmi privati sono pressoché nulli. Per la prima volta nella storia sembrano dunque iniziare ad emergere i presupposti del conflitto di classe tra capitale e lavoro. 

Nonostante si sia osservato come i presupposti materiali per l’emergere del conflitto di classe sono oggi più consistenti che mai sul suolo statunitense, la battaglia decisiva per le sorti di un qualsiasi movimento di ispirazione socialista si gioca in realtà sul piano ideologico. Non bastano infatti le semplici premesse materiali: senza la conquista delle coscienze non potrà mai sorgere un movimento politico che si intesti la difesa dei lavoratori. La posta in gioco dunque è quella che si è soliti definire con il noto termine di “coscienza di classe”. Centrale sarà  la capacità di intercettare il malcontento e l’insoddisfazione diffusi, evitando allo stesso tempo che questi siano cavalcati da movimenti populisti che non hanno alcun interesse nel difendere i cosiddetti diritti sociali.

Proviamo allora ad avanzare alcune previsioni sui possibili esiti di tale fenomeno, anche partendo dai modi e limiti dell’attuale movimento dei Democratic Socialists (che sarà oggetto della seconda parte). Bisogna innanzitutto riconoscere l’enorme ostilità diffusa a livello popolare contro tutto ciò che afferisca anche solo lontanamente alla dimensione del “socialismo”: per questo motivo i movimenti in questione sono spinti ad adottare, da un punto di vista della retorica politica, linguaggi e simboli che si discostano da quelli della classica tradizione europea, possibilmente vicini al modello del New Deal rooseveltiano. Altrettanto chiaro è il fatto che questi movimenti, anche entro le frange più radicali, tenderanno ad intestarsi obiettivi caratteristici delle politiche socialdemocratiche europee: bisogna cioè tenere a mente la profonda differenza di intensità ideologica rispetto alla tradizione politica del Vecchio Continente. Poste queste premesse, è estremamente probabile che i successi del movimento dipenderanno dall’intensità del conflitto con le forze politiche antagoniste, oltre che, ovviamente, dal perdure o acuirsi della crisi economica. In caso di una polarizzazione del dibattito, verosimilmente si assisterebbe, come spesso accade, all’aumento del consenso della galassia del socialismo americano; viceversa, cioè nel caso di un successo di forze moderate, magari capaci di prendere in controtempo le richieste di redistribuzione tramite una qualche soluzione palliativa, il movimento perderà inerzia, diminuendo il proprio supporto. Entro questo quadro l’arrivo di Biden alla Casa Bianca, rientra nella seconda tipologia di scenario (viceversa una vittoria di Trump avrebbe contribuito all’affermarsi di uno scenario più vicino alla prima tipologia). Ciò che è sicuro è che, a seconda del peso che il movimento sarà in grado di assumere, avverrà un qualche forma di ripensamento del modello economico, con una maggiore attenzione al tema della redistribuzione della ricchezza. Difficile prevedere l’entità di questo cambiamento, che potrebbe essere più o meno radicale oppure solo simbolico. A questo proposito risulterà interessante osservare gli esiti dell’annunciato piano di aumento della tassazione per le fasce più abbienti propugnato dalla nuova presidenza. Ciò che è certo, tuttavia, è che la battaglia si giocherà sul lungo periodo, e che l’intensità dei risultati dipenderà dalla pressione che le forze socialiste sapranno acquistare nel panorama politico americano, in particolare all’interno del partito democratico.

Le dinamiche e gli esiti della crisi del modello economico-sociale americano, con annessa ascesa di movimenti di stampo socialista, sono fenomeni di rilevanza mondiale. Gli Stati Uniti infatti costituiscono il centro di un Impero geopolitico di stazza mondiale, il quale ha come chiave di volta del sistema l’immenso mercato interno del Paese. Ogni scossa che percorre il cuore dell’Impero finisce inesorabilmente col ripercuotersi in tutte le province e le periferie, coinvolgendo tanto gli alleati quanto gli avversari. 

Sono due le considerazioni fondamentali che devono allora essere svolte. In primo luogo bisogna comprendere che qualsiasi tipologia di instabilità interna finirà col ripercuotersi in differenti forme come instabilità periferica: ciò implica l’apertura di inediti spazi di azione per altri attori, Italia compresa. La necessità di dedicare maggiori attenzioni alle questioni di politica interna potrebbe cioè comportare una diminuzione degli sforzi in politica estera, lasciando così un certo grado di libertà per l’azione di ulteriori soggetti geopolitici, soprattutto in aree di forte instabilità. In secondo luogo è opportuno notare come sia il cuore dell’Impero a dettare le mode nelle province, anche in ambito economico. Ciò è esattamente quello che accaduto con il successo del paradigma neoliberista, il quale si è diffuso su scala globale anche e soprattutto attraverso gli strumenti del Washington Consensus. Non è da escludere che un ripensamento del modello capitalistico negli USA abbia una forte ripercussioni anche nel contesto europeo.

Chi sono i Democratic Socialists

La questione del socialismo in America ha diversi e intricati presupposti storici, ma è bene o male incarnata da una soggettività politica ben precisa: i Democratic Socialists of America. Organizzazione in crescita e benedetta, per il momento, dalla luce dei riflettori, il DSA dà forma e indirizzo alla diffusione del socialismo negli USA, meritando senza dubbio la palma di associazione più rappresentativa del fenomeno.

Come spesso accade nella vita delle organizzazioni politiche, la storia dei Democratic Socialists è significativamente più lunga del loro successo, almeno di una generazione. L’organizzazione affonda le proprie radici nella fusione, avvenuta nel 1982, di due movimenti, il New American Movement e il Democratic Socialist Organizing Committee, e all’inizio contava appena seimila iscritti. L’idea alla base della nascita di un’organizzazione unitaria consisteva nella fusione di due ben distinte anime della sinistra americana: la prima legata al mondo sindacale e lontana dalle lotte per i diritti civili e la seconda nata proprio dalle lotte femministe e antirazziste che avevano infiammato gli animi della gioventù americana nel decennio appena trascorso. Gran parte della Old Left americana era relativamente disinteressata ai diritti delle minoranze, le cui battaglie erano anzi accusate di frammentare le organizzazioni dei lavoratori, e distante dalle posizioni pacifiste, che invece rappresentavano una caratteristica cruciale del pensiero della New Left. Il progetto di unione concepito dal fondatore Michael Harrington non era dunque nulla di banale o scontato. Inoltre, il DSA nacque in uno dei decenni più difficili per la sinistra americana, segnato dal dominio reaganiano, col risultato che la crescita numerica del movimento non segnò particolari progressi. Già dai primi anni, tuttavia, è interessante osservare il particolare rapporto sviluppato con il Partito Democratico americano. Alla scelta di non supportare alcun candidato alle primarie democratiche del 1984 seguì, nel 1988, il supporto per la “Rainbow Coalition” guidata dal reverendo Jesse Jackson. Nel corso del tempo la postura del DSA non è cambiata: tuttora il movimento non esprime candidati presidenti propri né ha mai tentato di costituirsi in partito, preferendo esprimere di volta in volta le proprie posizioni in merito ai candidati democratici e alle eventuali presidenze democratiche.                                                                                                                                                          Gli anni ’90 hanno rappresentato un periodo di timida crescita per il DSA, che fece propria una delle battaglie più discusse nel panorama politico americano e che ancora adesso rappresenta un aspetto primario dell’identità democratico-socialista negli States: la copertura sanitaria universale. Il rapporto fortemente conflittuale rispetto alle due presidenze Clinton è stato importante per il consolidamento dell’ideologia del DSA, che si trovò all’opposizione rispetto alla formula blairiana della “terza via socialdemocratica” e sviluppò posizioni tendenzialmente anti-austerity e anti-liberiste. Il conflitto latente con le amministrazioni Clinton non ha tuttavia rappresentato la rottura dello schizofrenico rapporto con il Partito Democratico: nel 2004 arrivò l’endorsement per John Kerry e nel 2008 quello per Obama.         

Nonostante la partecipazione al movimento Occupy Wall Street, una delle proteste più significative della storia recente americana,all’inizio degli anni ‘10 il DSA sembrava essere ripiombato nella stagnazione. Come si intuisce dal rilievo mediatico recente, le cose sono andate in maniera diversa. L’uomo della Provvidenza dei democratic socialists fu Bernie Sanders, che nel 2014 decise di correre alle primarie democratiche. Sebbene mantenendo alcune riserve, i dem-soc sostennero attivamente il senatore del Vermont, strategia rivelatasi un toccasana per la crescita numerica del movimento: dai 6500 membri del 2014 si è giunti agli 85000 del Novembre 2020. Inoltre, la campagna “WeNeedBernie” ha segnato una svolta decisiva nella composizione demografica della base militante: l’età media, intorno ai 68 anni nel 2013, si è attestata a 33 anni nel 2017. La forza attrattiva che esercita sui giovani americani è un nuovo aspetto fondamentale dell’esperienza democratico-socialista recente. La maggioranza degli americani tra i 18 e i 34 anni dichiara di avere una visione più positiva del socialismo che del capitalismo. “Socialismo” che assume molti significati diversi, certo, ma questo dato basta e avanza per scatenare interessanti reazioni nella classe dirigente americana. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 2019, Trump ha sentito la necessità di parlare esplicitamente del tema, denunciando il ruolo crescente del socialismo nel dibattito nazionale e sentenziando “L’America non sarà mai socialista”, mentre le telecamere della CNBC inquadravano, eloquentemente, Bernie Sanders. Non si tratta, insomma, di un dibattito per pochi appassionati.

Chiarito il passato del DSA, proviamo a raccontarne il presente. Si è detto che i dem-soc non si sono mai costituiti in partito, né questa idea sembra essere nell’aria. Tuttavia, in maniera indiretta, esiste una rappresentanza democratico-socialista alla Camera dei Rappresentanti. Quattro membri del DSA sono stati eletti tra le fila del Partito Democratico, fungendo quasi da cavallo di Troia all’interno delle istituzioni, in precedenza impenetrabili, e scatenando occasionalmente reazioni stizzite da parte della maggioranza centrista. In particolare, la donna che meglio rappresenta la doppia veste, istituzionale e movimentista, che i democratici legati al DSA devono indossare, è Alexandra Ocasio-Cortez, enfant prodige del movimento. Reduce da un’importante vittoria alle elezioni con oltre il 70% delle preferenze, la Cortez è una figura chiave per chiunque voglia approfondire la tematica del socialismo negli Stati Uniti.        

La recente esperienza di partecipazione istituzionale alla vita politica americana ha per la prima volta spinto il partito a fare i conti con le proprie priorità ideologiche. È sorto cioè il bisogno di conciliare la necessità di un programma immediatamente spendibile nel contesto del sistema economico-politico americano con le aspirazioni più antistemiche e radicali presenti nel movimento stesso. Cosa vogliono i democratic socialists? Un percorso di riforme in senso socialdemocratico che avvicini gli Stati Uniti al Canada o alla Scandinavia, o un completo cambiamento del paradigma capitalista? È difficile fornire una risposta univoca, ammesso che ve ne sia una. La Costituzione del DSA, stesa nel 2019, recita “siamo socialisti perché condividiamo la visione di un ordine sociale umano, basato sul controllo popolare delle risorse e della produzione, sulla pianificazione economica, su una distribuzione equa”. Il contenuto resta vago anche se la direzione potrebbe sembrare chiara: è intuitivo, per chi conosce la storia, associare il “controllo popolare della produzione” a modelli già noti, come quello sovietico o cubano. Tuttavia, gli stessi democratic socialists, definendo il socialismo democratico sul proprio sito ufficiale, rivendicano come i socialisti siano stati “Tra i critici più severi dei regimi autoritari comunisti. […] Noi lodiamo le rivoluzioni democratiche che hanno trasformato l’ex blocco sovietico”. Non c’è dunque un rapporto nostalgico, romantico, con il modello sovietico. D’altra parte, esiste una relazione complessa anche con un modello ben diverso, e tuttavia molto in voga nella sinistra radicale americana: quello scandinavo. Sanders, che in ogni caso rappresenta una buona parte dei democratic socialists, ha dichiarato che, quando parla di socialismo, non pensa al Venezuela ma piuttosto alla Danimarca o alla Norvegia. In generale, è difficile trovare una critica organica mossa dal DSA al modello scandinavo, e gran parte delle proposte di riforma sono palesemente legate alle esperienze socialdemocratiche europee. Tuttavia, sarebbe sbagliato interpretare la prospettiva socialista democratica come la ricezione americana del modello scandinavo, riducendo il dibattito sul DSA ad un’ovvia reazione scandalizzata della cultura individualista americana posta di fronte al mondo socialdemocratico. Sul modello scandinavo (chiamato “nord-europeo”), i dem-soc sostengono che “con la globalizzazione del capitalismo, il vecchio modello socialdemocratico diventa ancora più difficile da sostenere. La dura competizione dei mercati del lavoro a basso costo nei paesi in via di sviluppo e la costante paura che le industrie delocalizzeranno per aggirare tasse e forti regolamentazioni sul lavoro ha diminuito (ma non eliminato) la capacità delle nazioni di lanciare da sé ambiziose riforme economiche. […] Le multinazionali devono essere portate sotto il controllo democratico”. Non è una presa di distanze argomentata e profonda, ma è una spia di come provare a fornire un’interpretazione del fenomeno democratico-socialista limitandosi a fare paragoni con formule già note sia quantomeno impreciso. Ad ulteriore conferma, si legga come il DSA interpreta, almeno in linea di massima, la conciliazione tra battaglie momentanee, di natura fondamentalmente socialdemocratica, e il superamento del paradigma capitalista: “Nel breve termine [corsivo nostro] non possiamo eliminare le aziende private, ma possiamo condurle sotto maggiore controllo democratico”. Cosa si intende con questa democratizzazione progressiva del sistema industriale? Una risposta relativamente soddisfacente può essere tratta da un articolo pubblicato nel 2019 su Jacobin Magazine a firma di Saoirse Gowan, un membro di spicco del DSA. Nell’articolo, emblematicamente intitolato “Un piano per conquistare il socialismo negli USA”, Gowan fornisce un indirizzo abbastanza preciso del piano per socializzare l’economia: quello concepito dall’economista svedese Rudolf Meidner nel 1976. Il piano Meidner, a grandi linee, prevedeva che per legge le aziende con più di 50 dipendenti avrebbero dovuto destinare annualmente una certa quota di azioni alla creazione di un “fondo dei lavoratori”, gestito dalle rappresentanze sindacali. Con l’aumento progressivo del profitto dell’azienda e con le adeguate lotte sindacali, lentamente le aziende coinvolte sarebbero dovute convergere verso una forma sociale della proprietà, gestita dai lavoratori, o comunque verso forme molto spinte di cogestione. Almeno, questa era la teoria: il piano Meidner fu attuato solo in parte a partire dall’84, per poi sparire negli anni ’90; non possiamo dunque considerarlo parte del “modello scandinavo”: resta per ora un modello teorico, forte candidato per un possibile programma più chiaro del DSA, con i gusti e la retorica del quale è facilmente compatibile. Ciò non significa che i socialisti democratici disdegnino le più note nazionalizzazioni, che sono esplicitamente appoggiate per alcuni settori. Il forte ambientalismo dell’area democratico-socialista, ad esempio, è alla base della condivisa convinzione che le aziende del settore petrolifero andrebbero nazionalizzate, come espresso dallo stesso Gowan o dall’autrice democratico-socialista Meagan Day. Anche in questi casi, tuttavia, sarebbe più corretto dire che il modello è più vicino all’Europa keynesiana che alla Russia sovietica, ed in ogni caso non esiste una posizione condivisa dall’intera membership del DSA. Se si dovesse indicare un tema sul quale il consenso è consapevole oltre che uniforme, bisognerebbe guardare alle tematiche civili. Femminismo ed uguaglianza razziale sono assi portanti del movimento, quasi religione civile dell’organizzazione, che riflette questi valori anche nella propria struttura: dei sedici membri del Comitato Politico Nazionale, almeno otto devono essere donne e almeno cinque devono essere persone di colore.

Ad ogni modo, welfare state, ambientalismo, democratizzazione dell’economia (piano Meidner o simili), nazionalizzazioni e lotte civili non vanno considerati come punti programmatici chiari di un’identità stabile, quanto piuttosto ampi contenitori dai quali una collettività in continuo ripensamento attinge per definire e ridefinire la propria attività e il proprio posizionamento politico. Per alcuni democratic socialism significa modello scandinavo, per altri il sovvertimento del capitalismo, per altri il superamento del liberismo reaganiano, per altri ancora ha ulteriori significati. Ciò che comunque va tenuto presente è che l’ambiguità di una soggettività politica non è garanzia di vita breve o di inefficacia, per cui è necessario tenere d’occhio una delle realtà più curiosamente innovative (oltre che più giovani) del panorama americano.

Pasquale Noschese, 20 anni, frequenta il terzo anno di filosofia all'Università di Padova. E' nato a Salerno, dove si è diplomatico al liceo classico F. De Sanctis. Collabora con “Gazzetta filosofica” e “La Fionda”. I suoi interessi vanno dall’arte alla geopolitica passando, ovviamente, per la filosofia.

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