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Il Montenegro e trappola del debito cinese: uno scenario strategico per l’Italia

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Il Montenegro e trappola del debito cinese: uno scenario strategico per l’Italia

Qualcuno aiuti il Montenegro: ne varrà la pena!

Negli ultimi giorni è emersa la notizia che il Montenegro ha un debito da un miliardo di dollari con la Cina che non ha modo di ripagare. Il dramma finanziario è scaturito da accordi presi tra Podgorica e Pechino per la costruzione di un’autostrada di 165 chilometri pensata per collegare l’entroterra con il porto di Bar.

L’autostrada non è ancora stata completata, ma la posizione debitoria montenegrina è andata peggiorando con lo scorrere del tempo. Oggi, Podgorica deve a Pechino un miliardo di dollari – cioè l’equivalente di un quinto del pil nazionale – e non ha modo di trovare quella cifra. Il governo montenegrino ha chiesto aiuto all’Unione Europea, che, però, al momento, non sembra interessata a farsi carico dell’estinzione del debito.

La cifra, del resto, è astronomica. Ma qualcuno ha pensato al ritorno in termini economici e geopolitici? Bruxelles probabilmente no, ma Pechino sì. Questo è il motivo per cui le autorità europee stanno agendo in maniera indifferente, facendo orecchie da mercante alla chiamata di aiuto proveniente da una nazione che, tagliando i ponti con il proprio passato e la propria identità, ha persino aderito all’Alleanza Atlantica. E questo è il motivo per cui i cinesi hanno trasformato un’autostrada in un’arma: un’arma puntata più verso Bruxelles che verso Podgorica. Un’arma che si scrive Bar, ma si legge proiezione sull’Adriatico. Un’arma il cui utilizzo si inquadra nel contesto della Nuova via della seta.

Il debito è uno strumento di ricatto, tanto nel mondo del crimine organizzato quanto nelle relazioni internazionali, perciò colui che deve denaro a qualcuno non ha che due modi per fuggire al proprio destino di assoggettato totale: denunciare o restituire. Nel caso in questione, la denuncia è stata inoltrata a vuoto – all’Ue – e il ripagamento della somma è impossibile. Cosa fare, dunque? Intervenire. L’Italia potrebbe e dovrebbe intervenire, raccogliendo in futuro i frutti maturati da questa semina di cui soltanto la Cina sembra aver compreso le potenzialità.

Perché dovremmo intervenire noi? Molteplici e validi i motivi: il Montenegro è parte del nostro estero vicino, è un alleato Nato, è un punto di connessione con l’ex Iugoslavia e siamo un loro partner fondamentale. Per comprendere la nodalità delle relazioni bilaterali italo-montenegrine urge uno sguardo ai numeri:

  • L’Italia è il secondo partner commerciale del Montenegro, subito dopo la Germania.
  • L’Italia è il primo investitore straniero nel settore energetico del Montenegro, dove è presente attraverso l’Eni ed altre realtà, come A2A e Terna.
  • L’Italia riveste un ruolo determinante nell’intero sistema-paese montenegrino, essendo attiva in una posizione di primo piano nelle costruzioni, nel turismo, nel bancario e nella finanza, nonché nelle infrastrutture strategiche – di recente, come ricorda la Camera di commercio italiana per la Serbia e il Montenegro, “il Consorzio triestino Ocean Interlog ha rilevato l’intero capitale di Pomorski Poslovi, titolare dei servizi marittimi nel porto di Bar”.

Che cosa attendiamo? Se il governo montenegrino dovesse fallire nel pagamento delle rate – la prima è prevista a luglio – la Cina avrebbe il diritto, maturato dalle condizioni stipulate nel contratto, a chiedere “la terra montenegrina come garanzia“. Non è da trascurare, inoltre, che Pechino detiene un quarto del debito montenegrino. Podgorica, in breve, è in procinto di diventare uno stato fallito, un satellite del pianeta Cina nel cuore dei Balcani.

L’Unione Europea non ha intenzione di intervenire, sebbene si tratti di salvare un alleato Nato, perciò è imperativo che lo faccia qualcun altro. Potrebbero arrivare i tedeschi? È possibile, del resto sono i primi partner commerciali del Montenegro e hanno silenziosamente penetrato i Balcani – a danno dell’Italia. Potremmo inserirci noi? Sì, potremmo e dovremmo. Perché il Montenegro è parte integrante dell’estero vicino dell’Italia, quell’estero vicino al quale il governo Draghi ha promesso di dedicare maggiore attenzione, ed è una testa di ponte multidirezionale in grado di proiettare il custode di questa piccola terra verso Serbia, Albania, Bosnia ed Erzegovina e Adriatico.

L’Italia abbisogna di sviluppare una propria diplomazia economica per i Balcani occidentali, affiancando lo strumento creditizio al commercio e agli investimenti, nonché di traghettare le proprie eccellenze nel campo delle infrastrutture, facendo concorrenza ai cinesi, ai turchi e ai tedeschi, perché qui si gioca una parte della nuova guerra fredda, sì, ma anche il futuro dell’estero vicino italiano. Agire ora, trovando un modo di supportare il Montenegro, prima che lo facciano altri o, peggio, prima che diventi un satellite del pianeta Cina.

Classe 1992, è laureato in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all’università degli studi di Torino con una tesi sperimentale intitolata “L’arte della guerra segreta”, focalizzata sulla creazione di, e sulla difesa dal, caos controllato. Presso la stessa università si sta specializzando in Studi di area e globali per la cooperazione allo sviluppo – Focus mondo ex sovietico. I suoi principali campi di interesse sono geopolitica della religione, guerre ibride e mondo russo, che negli anni lo hanno portato a studiare, lavorare e fare ricerca in Polonia, Romania e Russia. Scrive per e collabora con diverse testate, tra cui Inside Over, Opinio Juris – Law & Political Review, Vision and Global Trends, ASRIE, Geopolitical News. Le sue analisi sono state tradotte e pubblicate all’estero, ad esempio in Bulgaria, Germania, Romania, Russia.

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