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Perché muore un ambasciatore

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Perché muore un ambasciatore

L’omicidio politico della inviolabile e immune persona di un ambasciatore da sempre e ovunque è un crimine contra jus gentium, perché legati arma non capiunt.

Lo Stato accreditante, se proprio non sopporta la presenza di un ambasciatore, non ha bisogno di ricorrere ad una pratica così barbara e controproducente come l’omicidio: semplicemente gli nega il gradimento. Sarà inviato un altro ambasciatore al suo posto. Non c’è necessità di eliminarlo fisicamente, anche per non incorrere in pratiche ritorsive, prima di tutto verso il proprio ambasciatore, e in danni di immagine.

Sono semmai le organizzazioni non propriamente e compiutamente statuali, come i movimenti di liberazione e gli insorti, che spettacolarizzano violenze simili contro lo Stato col quale sono in lotta, del quale l’ambasciatore colpito è rappresentante. Occorre solitamente una strutturazione organizzativa complessa per supportare e portare a termine operazioni simili, rispetto al corrispondente crimine comune. Di solito questo tipo di attentati viene rivendicato per attirare l’attenzione delle opinioni pubbliche sulle ragioni che sono a monte. Le capitali ne sono i luoghi di elezione a causa della compresenza dei maggiori mass media locali e internazionali, che coprono l’avvenimento.

La figura tardo ottocentesca dell’omicida solitario, mosso da motivi ideali, è recessiva, perché la cifra oscura di questo tipo di crimini è bassa, in quanto scatena le migliori energie investigative dello Stato ospitante per scaricarsi quanto meno dal sospetto di collusioni con gli esecutori e dall’accusa di mancata protezione.

Proprio perché provoca una pressione poliziesca non comune, il locus commissi delicti, insieme alla rivendicazione, o alla sua assenza, ne sono le firme.

La periferia dello Stato ospitante è il luogo privilegiato da fazioni i cui membri hanno la necessità di utilizzare il diaframma della frontiera, onde sottrarre gli esecutori ultimi alla immediatezza delle indagini domestiche per vanificarle.

In questo secondo caso la firma è dei gruppi che non vogliono la pacificazione. Preferiscono un atto di guerra non dichiarata, qual è il “sacrilego” assassinio di un ambasciatore, pur di non cedere il potere, secondo regole che invece intendono violare.

Un ambasciatore viene soppresso, se diviene il latore operativo della legalità internazionale, dove essa è assente. Questo tipo di imboscate dalle connotazioni incerte, usualmente non viene rivendicato, perché ha una matrice interna alle compagini statuali. I mandanti non devono assolutamente essere conosciuti. Restano segreti e impuniti, affinché non siano imbarazzanti.

Luca Colaninno Albenzio, già avvocato, è abilitato all'insegnamento di scienze giuridiche ed economiche negli istituti di istruzione secondaria di II grado. Si occupa di Contabilità Pubblica; è' autore sotto pseudonimo di numerosi interventi di politica estera sul sito www.aldogiannuli.it, dove pure si cura della newswire "ACME NEWS".

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