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Boris Johnson, il coronavirus e la sottile linea rossa del Regno Unito

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Boris Johnson, il coronavirus e la sottile linea rossa del Regno Unito

Cosa sta accadendo nell’Isola? Boris Johnson ha detto che farà di tutto per evitare il lockdown ma richiama i concittadini a comportamenti auto-controllati più seri. Poiché sa che tale auto-controllo mancherà, ha avanzato la possibilità dell’uso di polizia ed addirittura esercito per contenere chi non si auto-contiene. È un passare la sottile linea rossa delle regole di convivenza civile e democratica, nel paese che poco più di tre secoli fa pose il parlamento al posto del re, inaugurando quella forma poi detta “democrazia liberale”. Il fatto quindi merita attenzione. Partiamo dall’inizio.

B. Johnson, nell’anno della transizione che doveva portare all’effettiva uscita dalla Unione europea, prende in considerazione il virus Sars-Cov-2 tardi. Ne minimizza la portata per evitare -in tutti i modi- di turbare il normale andamento economico della sesta potenza economica del mondo da poco superata dall’India (ripeto: India) per dimensione di Pil. Il normale andamento economico si temeva già venisse perturbato dalla transizione alla Brexit.

Sulla Brexit, va ricordato che il referendum relativo, si tenne nel 2016 ed il quadro geopolitico e geostrategico di allora era molto diverso dal successivo segnato dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Sebbene qui molti abbiano letto la Brexit in chiave spiccatamente anti-europeista, il senso strategico della mossa condivisa da una parte delle élite che contano nel Paese britannico, era volto a posizionare UK come riferimento banco-finanziario per molti paesi ex Commonwealth e più in generale, come “consulente tecnico” (in virtù dell’obiettivo know how e capacità operativa banco-fianziaria-valutaria-assicurativa) per molti paesi afro-asiatici. Per ragioni giuridiche, tale ruolo libero da vincoli certo non si poteva svolgere stando nell’UE. La Brexit cioè, presupponeva una globalizzazione attiva e crescente.

Johnson minimizza a forza i rischi connessi all’epidemia, e la comunità scientifica britannica -che quanto a biologia e medicina è forse la prima al mondo e lo è per tradizione storica- è visibilmente dissonante col leader britannico. Presto Johnson si accorge di aver sbagliato clamorosamente diagnosi. Gli effetti del SC2 come ancora molti si ostinano a non voler considerare, non si conta in morti (i morti SC2 non sono molti, sempre “relativamente” perché il concetto di morte ha una sua gravità intrinseca), ma in termini di quel 15%-20% tra i contagiati che rischia di richiedere assistenza ospedaliera. Ospedali che in UK risentono di anni ed anni di cura conservatrice-liberale in termini di fondi tagliati ed affiancamento del privato al pubblico. Unica forma di comunicazione pubblica al mondo, lo slogan del governo per comunicare al popolo le notizie della SC2, invita a “stare a casa” per “proteggere il National Health System”, quindi “salvare vite”. Quindi, non “state a casa altrimenti vi prendete il virus” in senso generico, ma “state a casa altrimenti affollate gli ospedali e facciamo bancarotta sanitaria, facendo più morti del dovuto”.

Qui occorre una nota di colore per cogliere il surrealismo dei tempi. Un vecchietto di 99 anni (il capitano Tom Moore), lancia un suo privato TELETHON promettendo di girare in tondo nel suo giardinetto col deambulatore fino a raccogliere mille sterline per aiutare la sanità pubblica. Ne ha poi raccolte 33 milioni di sterline, la gente può esser meravigliosa, ma l’assurdità dell’evento non è stato colto per niente. Va bene votare tagliatori della spesa pubblica, poi quando servono soldi si va in beneficienza, ovviamente fatta dalla povera gente. Il collasso comunque ci sarà e ci sarà il geronticidio nelle case di cura, fino a che il Governo decide di non dare più i dati.

Ne viene fuori, il dato “sottostimato volutamente” di 615 morti per milione di abitanti (ad oggi), solo l’altro ieri superato dall’America di Trump e qualche giorno prima, dal Brasile di Bolsonaro. Una catastrofe. Ma UK è anche il Paese tra i “grandi” col peggiore dato di crollo di Pil nel secondo trimestre, oltre -20%. Nel frattempo, giunge recentemente dall’Isola, la notizia che i britannici hanno 185.000 tamponi fatti che però non riescono ad analizzare (Sunday Times, Liberation). Pare abbiamo chiesto aiuto a Germania ed Italia, ma se fai il tampone e ottieni i risultati 15 giorni dopo, è come se non li avessi fatti, gli infetti sono in giro da giorni comunque.

Nel frattempo, un Johnson duramente provato dal Covid dal quale pare non essersi pienamente ripreso, oltre che da fatti personali che anche la stampa britannica conservatrice (The Times, The Spectator) agita a minare la credibilità nel leader, alza la posta sulla Brexit. Vuole andare ad una Brexit ruvida, andar oltre i limiti giuridici del patti concordati a procedura del processo di scioglimento dei vincoli. Viene il dubbio voglia agitare la bandiera identitaria-nazionalistica per compattare un Paese che secondo alcuni sondaggi, non gli darebbe più del tutto la maggioranza nel Paese. Ma chissà se una parte di quelle élite che contano, quelle brexiters non quelle europeiste comunque da sempre contropelo, non si stiano domandando cosa fare.

A parte la tenuta psicofisica del Primo ministro, il quadro geopolitico del mondo è molto mutato dal referendum del 2016 e il SC2 ed il come è stato gestito, stanno dissipando la potenza britannica dalle fondamenta. Ci sono molti nodi giuridici nella Brexit che comportano innumerevoli problemi per aziende e privati, oltre ai noti problemi doganali nell’Irlanda del Nord e questo lo si sapeva anche prima, ma oggi tale prezzo rischia di esser pagato non proprio utilmente, soprattutto se ci saranno altri quattro anni di Trump.

Negli ultimi giorni, la curva dei contagi ricomincia prepotentemente a ricrescere. Un nuovo lockdown, prima viene decisamente escluso perché affonderebbe l’economia britannica per anni mentre oggi sono pochi coloro che lo escludono da qui a qualche settimana. L’NHS non è stato certo potenziato nel frattempo. Prima del 4 novembre, cosa sarà il mondo dei prossimi quattro anni nessuno lo sa, ma forse non lo si saprà neanche dopo anche dovesse vincere Biden. Molti analisti pensano che molte delle strategie di Trump riguardo Cina e globalizzazione delle merci (non quella dei capitali che né Trump, né nessun altro si sogna di moderare, ovviamente), saranno perseguite, magari con diverso look ma identica sostanza, anche da Biden. Se gli americani ordineranno a gli europei di fare “West vs the Rest”, una UK che da isolana diventa isolata, che senso ha?

Giù nei sondaggi e con un Labour non più in mano al socialista Corbyn (ce ne sarebbe addirittura uno di giugno che darebbe il 56% dei britannici favorevoli a fare marcia indietro sulla Brexit), con la brace secessionista in casa sempre accesa, con una economia devastata con strascichi di disoccupazione già altissima nel settore ospitalità, con il salvifico vaccino lontano, pressato da Trump nella guerra alla Cina e quindi all’Asia che invece era la terra promessa della strategia Brexit, col servizio sanitario a pezzi mentre i consulenti scientifici del governo profetano 50.000 casi al giorno da metà ottobre e 200 morti al giorno entro novembre (Financial Times), con malumori nel suo campo già uso al regicidio (vedi Cameron, May etc.), stanco e provato, Boris minaccia l’esercito per le strade.

Stiamo parlando del Regno Unito, la madre del sistema occidentale delle società ordinate dall’economico e regolate dal politico espresso dagli interessi economici che chiamiamo “democrazia liberale”. Vale la pena seguire come andrà a finire. Tra minacce di guerra civile in USA e l’esercito per le strade di Londra, i tempi si fanno problematici, il rischio del “momento Weimar”, cresce?

61 anni, professionista ed imprenditore per 23 anni. Da più di quindici anni ritirato a "confuciana vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente.Si occupa di "complessità", nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica, culturale e soprattutto filosofica. L'applicazione più estesa è in geopolitica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre testate on line). Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità.

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