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Petrodollari e fondamentalismo: il gioco pericoloso dei sauditi

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Petrodollari e fondamentalismo: il gioco pericoloso dei sauditi

La questione politica che maggiormente ha interessato le cronache a partire dall’inizio del nuovo millennio è quella relativa al fondamentalismo islamico. Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno drammaticamente posto, all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, le problematiche e i sommovimenti interni al mondo musulmano, non più limitate ai confini del Medio Oriente. La necessità di comprendere cosa vi sia alla base del terrorismo di matrice islamista porta a porre in primo piano quelle che sono le responsabilità dell’Arabia Saudita nel finanziamento delle organizzazioni estremiste. Ciò che, però, risulta ancora poco chiaro è come il sostegno dei sauditi ai gruppi terroristi sia da ricondurre ad un progetto di più ampio respiro, volto a porre Riyadh sempre più al centro del frastagliato mondo islamico e ad aumentarne il peso geopolitico, che trae le sue origini agli eventi legati alla guerra dello Yom Kippur combattuta tra Israele e la coalizione formata da Siria, Giordania ed Egitto nel 1973. Senza passare in rassegna l’intera storia del radicalismo islamico, e senza approfondire le correnti dottrinarie fondamentaliste, occorrendo a tal proposito uno spazio di gran lunga superiore a quello di un articolo, ci proporremo, in questo lavoro, di fornire una disamina sintetica ma esaustiva del percorso storico, e delle logiche politiche che hanno portato l’Arabia Saudita a trasformarsi nello stato protettore dei movimenti radicali e terroristici islamici.    

Il 23 settembre 1932, ha avuto inizio la storia contemporanea dell’Arabia Saudita, con la fondazione del regno da parte del sultano del Najd Abd-Al Aziz Ibn Saud, e che fin dai primordi è stata strettamente intrecciata con le vicende legate alle sue risorse petrolifere. Il primo passo in tal senso è stato compiuto il 29 maggio 1933, quando il governo saudita ha firmato una concessione con la compagnia petrolifera americana Standard Oil of California per poter permettere ad una sua consociata controllata, la California-Arabian Standard Oil, di esplorare il petrolio nel suolo saudita. Dopo quattro anni di esplorazioni, la compagnia scopre il primo giacimento a Dhahran nel 1938.

Questo pozzo ha prodotto immediatamente oltre 1.500 barili al giorno (240 m3 / d), dando fiducia all’azienda per continuare. Il 31 gennaio 1944, il nome dell’azienda fu cambiato da California-Arabian Standard Oil Co. ad Arabian American Oil Co. (o Aramco). Nel 1973, in seguito al sostegno degli Stati Uniti a Israele durante la guerra dello Yom Kippur, il governo dell’Arabia Saudita acquisì un “interesse di partecipazione” del 25% nelle attività di Aramco. Ha aumentato la sua quota di partecipazione al 60% nel 1974 e ha acquisito il restante 40% nel 1976, ottenendone così il pieno possesso. Se la scoperta del giacimento petrolifero di Dhahran ha costituito la prima svolta nella storia non solo dell’Arabia Saudita, ma dell’intero Medio Oriente (e per certi versi, del mondo intero), la seconda svolta si è avuta quando, in seguito alla guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur del 1973, come ritorsione per l’appoggio fornito a Israele, l’Arabia Saudita ha decretato un embargo petrolifero nei confronti di Stati Uniti, Olanda, Rhodesia, Sudafrica e Portogallo. Gli effetti dell’embargo furono immediati.

L’OPEC ha costretto le compagnie petrolifere ad aumentare drasticamente i pagamenti. Il prezzo del petrolio è quadruplicato nel 1974 da 3 a quasi 12 dollari al barile (75 dollari al metro cubo), equivalente in dollari del 2018 a un aumento dei prezzi da 17 a 61 dollari al barile.[1] Ciò ha posto gli stati musulmani esportatori di petrolio in una “chiara posizione di dominio all’interno del mondo musulmano”, e il più dominante di essi era l’Arabia Saudita, essendo il maggior esportatore. Le casse saudite hanno, così, cominciato a riempirsi come non mai, e le grosse quantità di petrodollari accumulate sono state utilizzate in programmi di espansione della dottrina wahhabita nel mondo islamico e nel finanziamento di organizzazioni radicali.

Secondo stime attendibili, l’Arabia Saudita ha speso oltre 100 miliardi di dollari nei decenni successivi per aver contribuito a diffondere la sua interpretazione fondamentalista dell’Islam, nota come wahhabismo, in tutto il mondo, attraverso enti di beneficenza religiosi come la Fondazione al-Haramain, che spesso ha anche distribuito fondi a gruppi estremisti sunniti violenti come Al-Qaeda e i talebani.[2]

L’afflusso dei petrodollari nelle casse dello stato ha, inoltre, permesso all’Arabia Saudita di vincere la sua battaglia per l’egemonia nel mondo arabo con il panarabismo secolare promosso dall’Egitto fin dalla rivoluzione dei liberi ufficiali del 1952, e che aveva portato ad una contrapposizione, seppur indiretta, nella guerra civile combattuta in Yemen dal 1962 al 1970 tra la monarchia yemenita (sostenuta dai sauditi) e i ribelli repubblicani (sostenuti dall’Egitto di Gamal Abd Al Nasser, anche con l’invio di truppe). Per combattere il panarabismo, l’Arabia Saudita aveva organizzato, nel maggio 1962, una conferenza alla Mecca per discutere i modi per combattere la laicità e il socialismo, che ha portato alla fondazione della Lega Islamica Mondiale.[3] Per diffondere l’Islam e “respingere tendenze e dogmi ostili”, la Lega Islamica Mondiale ha aperto filiali in tutto il mondo, sviluppando una più stretta associazione tra wahhabiti e leader salafiti e facendo causa comune con la Fratellanza musulmana revivalista islamica, Ahl-i Hadith e la Jamaat-i Islami per combattere il sufismo e pratiche religiose popolari “innovative”.[4]

Con la ricchezza derivata dall’embargo petrolifero del 1973, più di 1.500 moschee sono state costruite in tutto il mondo dal 1975 al 2000 pagate con fondi pubblici sauditi, mentre la Lega Islamica Mondiale ha svolto un ruolo pionieristico nel sostenere associazioni islamiche, moschee e piani di investimento per il futuro, aprendo uffici in “ogni area del mondo dove vivevano i musulmani.[5] Un meccanismo per la ridistribuzione di alcuni proventi petroliferi dall’Arabia Saudita e da altri esportatori di petrolio musulmani, alle nazioni musulmane più povere dell’Africa e dell’Asia, e per il finanziamento di programmi volti alla diffusione della dottrina wahhabita, è stata la Banca Islamica per lo Sviluppo, fondata a Jeddah nel 1975. Secondo un stima del Parlamento europeo, l’Arabia Saudita ha speso 10 miliardi di dollari, nel corso degli anni, per promuovere il wahhabismo attraverso fondazioni di beneficenza come l’Organizzazione internazionale di Soccorso Islamico, la Fondazione al-Haramain, la Medical Emergency Relief Charity(MERC), la Lega Islamica Mondiale e l’Assemblea Mondiale della Gioventù Musulmana.[6] Secondo un’altra stima, dalla metà degli anni Settanta fino al 2002, i finanziamenti elargiti dall’Arabia Saudita a programmi volti ad espandere la dottrina wahhabita e a sostegno di gruppi integralisti ammontano a settanta miliardi di dollari.[7]

In seguito al ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, avvenuto nel febbraio 1989, i jihadisti arabi afghani sono tornati nei rispettivi paesi per unirsi a gruppi islamisti locali nelle lotte contro i governi ritenuti apostati. Tra costoro, vi erano anche il fondatore e capo di Al Qaida, Osama Bin Ladin, e Khalid Sheikh Muhammad, organizzatore degli attentati dell’11 settembre 2001. Ripercorrere la storia di Al Qaida ci porterebbe troppo lontano, qui ci limiteremo a dire quel che compete al nostro discorso. Al Qaida si è formata in un incontro dell’11 agosto 1988 tra capi della Jihad egiziana guidati da Ayman Al Zawahiri, il teorico della guerra santa islamica Abdullah Azzam, e Osama Bin Ladin, nel corso del quale è stato deciso di unire i soldi di quest’ultimo con la competenza acquisita sul campo dai mujahhiddin e le risorse messe a disposizione dal governo saudita per proseguire la causa jihadista altrove dopo il ritiro sovietico dall’Afghanistan.

Ufficialmente, i rapporti tra Bin Ladin e il governo saudita si sono guastati quando, in seguito all’invasione irachena del Kuwait del 7 agosto 1990, re Fahd ha richiesto l’invio di truppe americane sul territorio saudita per sventare quella che veniva percepita come una possibile minaccia da parte di Saddam Hussein alla sicurezza del regno, infliggendo, a parere del fondatore di Al Qaida, uno sfregio al principio in base al quale non si sarebbe dovuto consentire a truppe di infedeli di mettere piede nella terra santa dell’Islam. All’atto pratico, i legami sono rimasti intatti. Nei giorni seguenti all’11 Settembre, si è scoperto che la figlia di re Faysal Bin Abdul Aziz Al Saud (che aveva regnato dal 1964 fino al suo assassinio avvenuto nel 1975) e moglie dell’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, Haifa Bint Faysal Al Saud, aveva effettuato dei bonifici bancari, per un totale di 75.000 dollari, a favore dell’agente dei servizi segreti Omar Al Bayoumi, il quale, a partire dal 15 gennaio del 2000, aveva offerto supporto logistico a due dei dirottatori, provenienti da un incontro organizzato da Al Qaida in Malesia, nella sua abitazione di San Diego, per poi aiutarli a trovare una propria sistemazione.[8]

Una commissione d’inchiesta sugli eventi dell’11 settembre, istituita dal senato degli Stati Uniti nel febbraio del 2002 (subito secretato, e pubblicato solo il 15 luglio 2016 per volontà del Comitato Permanente della Camera sull’Intelligence), ha stilato un rapporto di ventotto pagine, nel dicembre dello stesso anno, in cui è stato messo nero su bianco che i dirottatori hanno ricevuto sostegno finanziario dai servizi segreti sauditi, i cui ufficiali che referenti erano a propria volta strettamente legati ad Al Qaida.[9]      Gli intrecci tra lo stato saudita e il salafismo jihadista sono proseguiti fino ad oggi, e vedono la Siria come teatro principale delle manovre di Riyadh. Nella prospettiva del rovesciamento del legittimo governo di Bashar Al Assad, “colpevole”, nell’ottica wahhabita, di praticare politiche progressiste in materia di laicità dello stato, di parità di genere e di tutela e inclusione delle minoranze religiose, l’Arabia Saudita è assurta al rango di principale sostenitore del sedicente Stato Islamico del Levante fin dalla sua apparizione sulla scena nel giugno del 2014, mentre il ministro della difesa e principe ereditario, Muhammad Bin Salman, all’inizio del 2015 (in concomitanza con l’avvio dell’offensiva terroristica in Francia) si è impegnato in prima persona nella creazione dell’Esercito della Conquista, composto principalmente da aderenti al gruppo Al Nusra, già affiliata ad Al Qaida, e che nei primi tempi aveva conseguito una serie di vittorie contro l’esercito siriano nella provincia di Idlib..[10]                                         

Per il momento, l’evoluzione della politica estera saudita, e della sua strategia di espansione della dottrina wahhabita per mezzo della quale affermare la propria egemonia nel mondo islamico, è ancora in divenire, per cui trarre delle conclusioni definitive non è ancora possibile. I recenti sviluppi, che hanno visto la normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi e Israele, un punto su cui l’Arabia Saudita non è ancora ufficialmente giunta, ma che sta perseguendo in maniera piuttosto evidente (il riconoscimento da parte di Muhammad Bin Salman, nell’aprile del 2018, del diritto di Israele ad esistere come stato ebraico è estremamente significativo in tal senso), disegnano degli scenari del tutto inediti rispetto a quella che è stata la storia contemporanea del Medio Oriente, e delle prospettive imprevedibili. Indubbiamente, il fatto che i maggiori attori della regione, insieme a Israele e Stati Uniti, siano accomunati dal fatto di condividere gli stessi nemici, ovvero la Siria, ultimo baluardo del nazionalismo arabo, e l’Iran (e nel caso specifico dell’Arabia Saudita, il nemico è l’intero mondo sciita) può costituire un’efficace leva per l’Arabia Saudita per dare forma concreta ai propri piani. Quello che, al termine di questo articolo, ci sentiamo di pronosticare, alla luce dei recenti sviluppi e della volontà dei governi occidentali di rendere sempre più stringenti i rapporti con Riyadh, è che il peso geopolitico dell’Arabia Saudita è destinato ad aumentare. E con esso, anche la destabilizzazione del Medio Oriente e la radicalizzazione interna al mondo islamico.


[1] The price of oil – in context in https://web.archive.org/web/20070609145246/http://www.cbc.ca/news/background/oil/, 18 aprile 2006

[2] Yousaf Butt, How Saudi Wahhabism Is the Fountainhead of Islamist Terrorism, in https://www.huffpost.com/entry/saudi-wahhabism-islam-terrorism_b_6501916, 20 gennaio 2015

[3] David Commins, The Wahhabi Mission and Saudi Arabia, Londra, I.B.Tauris, 2009, pp. 151–52

[4] Hamad Algir, Wahhabism: A Critical Essay, Oneonta, NY: Islamic Publications International, 2002, p. 49.

[5] Gilles Kepel, Jihad: the trail of Political Islam, Londra, I.B. Tauris, 2006, p. 72

[6] AAVV, “THE INVOLVEMENT OF SALAFISM/WAHHABISM IN THE SUPPORT AND SUPPLY OF ARMS TO REBEL GROUPS AROUND THE WORLD in https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/etudes/join/2013/457137/EXPO-AFET_ET(2013)457137_EN.pdf, giugno 2013

[7] David Jonsson, Islamic economics and the final jihad, Salem Communications, Carmelito, 2006, p. 249

[8] Amita Sharma, Questions Linger Over San Diego 9/11 Hijackers’ Ties to Saudi Government, in https://www.kpbs.org/news/2011/sep/07/questions-linger-over-two-san-diego-september-11th/, 7 settembre 2011

[9] Congresso degli Stati Uniti, https://web.archive.org/web/20160715183528/http://intelligence.house.gov/sites/intelligence.house.gov/files/documents/declasspart4.pdf

[10] Patrick Cockburn, Prince Mohammed bin Salman: Naive, arrogant Saudi prince is playing with fire, in https://web.archive.org/web/20160110132143/http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/prince-mohammed-bin-salman-naive-arrogant-saudi-prince-is-playing-with-fire-a6804481.html, 10 gennaio 2016

Sono un ricercatore in storia contemporanea presso l’Università di Reading, nel Regno Unito, per la quale sto portando avanti una ricerca sui rapporti intercorsi tra gli Stati Uniti e la destra italiana negli dell'amministrazione guidata da Richard Nixon (1969-74). Posseggo, inoltre, un master in cooperazione allo sviluppo, conseguito presso lo IUSS di Pavia, e una laurea specialistica in studi Afro-Asiatici, ottenuta nell'ateneo della stessa città. A livello professionale, ho lavorato presso la missione condotta dalla ONG COSV in Macedonia e Montenegro, occupandomi di un progetto volto all'integrazione delle minoranze etniche nei Balcani, con la mansione di effettuare il monitoraggio e la valutazione delle attività ad essa correlate, come i corsi di alfabetizzazione. In Montenegro, inoltre, ho avuto modo di indagare in prima persona sulla condizione della minoranza Rom nel suddetto paese, intervistando il presidente della comunità Rom locale, e di trasmettere i dati e gli elementi raccolti al Desk Officer dei Balcani della ONG a Milano. Per quanto concerne le mie successive esperienze professionali, da aprile 2012 a luglio 2012 ho lavorato come assistente del consigliere presso la rappresentanza italiana all'OCSE a Parigi, con il compito di scrivere i rapporti delle conferenze tenutesi nella sede dell'organizzazione da inviare al ministero degli affari esteri, mentre da settembre 2012 a luglio 2017 ho lavorato come Policy Officer per una società no profit chiamata Shared Development Consulting Group, con sede a Bruxelles, svolgendo ricerche e analisi politiche su tematiche riguardanti i paesi in via di sviluppo.

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