Gli attacchi alle barche di Trump come i droni di Obama
Una guerra invisibile, asimmetrica e condotta con istinti “polizieschi”: la campagna anti-narcos dell’amministrazione americana di Donald Trump condotta nel Mar dei Caraibi e estesa nei giorni scorsi all’Oceano Pacifico orientale rappresenta una grande novità nelle operazioni degli Stati Uniti e ogni episodio di affondamento di barche indicate come legate ai cartelli pone problematiche politiche, giuridiche, strategiche.
Politiche, perché colpendo le barche come fatto finora Washington si fa applicatrice di un diritto all’azione militare sostanzialmente senza limiti in acque internazionali, come hanno dichiarato le Nazioni Unite. Giuridiche perché, nonostante i tentativi dell’amministrazione di provare a mettere il cappello su queste operazioni, è ancora dibattuto se si possa parlare di “guerra” o di vere e proprie esecuzioni extragiudiziali. Strategica perché la scelta di posizionare assetti aerei e navali nel Mar dei Caraibi interseca tanto l’operazione anti-cartelli quanto la possibilità di un intervento militare in Venezuela contro il regime di Nicolas Maduro. Per Trump e i suoi non c’è differenza: formalmente Maduro è il capo di una gang di narcotrafficanti e non un presidente nel pieno dei suoi poteri. Ma chiaramente questo pone profonde riflessioni in essere.
Qual è il confine tra difesa delle priorità della sicurezza nazionale (e non c’è dubbio che la lotta al narcotraffico sia parte di questa sfera), unilateralismo e arbitrio? Che messaggio mandano gli Usa dichiarando di poter affrontare a livello militare un’emergenza di stampo criminale e poliziesco? Soprattutto, posto che molti cartelli sono paragonati a organizzazioni terroristiche dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, chi vaglia l’effettiva proporzionalità dei target e le scelte degli Stati Uniti? Questi dilemmi ci riportano indietro di una quindicina d’anni, agli attacchi coi droni ordinati da Barack Obama al confine tra Afghanistan e Pakistan per colpire bersagli legati a Al-Qaeda o ai Talebani.
Il processo decisionale degli attacchi coi droni, che causarono secondo le stime tra i 4mila e i 10mila morti in Afghanistan e tra i 2.500 e i 4mila in Pakistan, spesso richiedeva una catena di comando che arrivava direttamente alla Casa Bianca, mentre nell’era Obama questi dava l’assenso per ogni operazione in Paesi esterni come Somalia o Yemen. Il dibattito fu serrato: esecuzioni extragiudiziali o atti di guerra? E le vittime civili innocenti come andavano conteggiate? L’ondata di drone strikes non è servita, in fin dei conti, a consolidare l’Afghanistan, tornato nel 2021 nelle mani dei Talebani. E una volta di più si pensa che una guerra-ombra, una guerra sporca possa portare a disarticolare un fenomeno ostile tramite atti di forza diretti. Ieri colpire i santuari jihadisti non ha fermato i fautori della rivolta anti-americana tra Pamir e Hindu Kush, oggi colpire le barche potrebbe non bastare a fermare il narcotraffico. E rischia solo di rendere più arbitraria e unilaterale l’immagine degli Stati Uniti.