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Da Boko Haram a Al Shabaab: come si finanzia il jihadismo in Africa

Da Boko Haram a Al Shabaab: come si finanzia il jihadismo in Africa

Parafrasando la frase del giudice Giovanni Falcone “Segui il denaro e troverai Cosa Nostra”, potremmo dire che comprendere quali siano le metodologie attraverso cui si finanzia il jihadismo nell’area subsahariana sarebbe di grandissimo aiuto per capirne meglio il funzionamento e approntare delle efficaci strategie per affrontarlo.

Nel corso di questa breve analisi cercherò di illustrare quali siano i principali meccanismi con cui si finanziano le formazioni terroristiche continentali, alcuni dei quali trasversali e comuni a tutte le compagini, altri tipici e peculiari di un dato territorio e di una determinata realtà alla quale la singola organizzazione è stata capace di adattarsi, riuscendo a trarne un vantaggio economico.

Un primo meccanismo con cui possono giungere fondi alle formazioni terroristiche è quello della hawala.

La parola hawala significa trasferimento in arabo, in alcuni contesti è usata come sinonimo di fiducia, facendo riferimento alla relazione personale tra i partecipanti all’operazione ed alla natura informale della transazione, che è priva di una documentazione scritta atta a dimostrarla.

In sostanza la hawala è un trasferimento o una rimessa di denaro tra due soggetti, spesso residenti in paesi distinti, senza l’utilizzo di un istituto finanziario formale come una banca, che avviene attraverso una rete di intermediari, gli hawaladar.

Facendo un esempio pratico per illustrarne meglio il meccanismo possiamo immaginare che un soggetto A, residente in Europa, voglia fare arrivare del denaro ad un soggetto B, che vive in Nigeria.  Per compiere questa operazione si rivolgerà ad un hawaladar nel paese in cui vive, gli pagherà in contanti la somma pattuita nella valuta concordata e l’hawaladar a sua volta contatterà un suo collega nel paese di destinazione della transazione perché effettui la rimessa al soggetto B. Con questo forma di pagamento informale fisicamente i soldi non escono da un paese all’altro e non esiste una documentazione scritta che provi l’operazione. Si tratta di un sistema più veloce ed economico delle banche e delle agenzie di money transfer, completamente basato sulla fiducia. Non adempiere ad un obbligazione per un hawaladar comporterebbe l’ostracismo della società e la fine della possibilità di operare sul mercato.[1]

Accanto a questo mezzo informale per far affluire donazioni e finanziamenti, i jihadisti hanno iniziato ad avvalersi anche di altri mezzi più moderni ed attuali, come le criptovalute, i mobile money transfer, carte prepagate e tutto ciò che consenta di aggirare il controllo e la tracciabilità dei circuiti bancari nazionali ed internazionali.[2]

Lo sfruttamento delle risorse naturali dei territori su cui insistono le varie formazioni terroristiche rappresenta una voce importante dei loro bilanci.

Gli Al Shabaab somali (AS) traggono parte dei loro lauti proventi dal traffico di carbone e dal commercio di avorio.  Dal carbone, tassato ed esportato illegalmente in diversi paesi limitrofi, si stima che traggano profitti per circa 7 milioni di dollari l’anno, con una forte ricaduta ambientale nel paese, con più di un milione e mezzo di alberi di acacia abbattuti a causa di questo traffico annualmente.[3]

L’avorio, la cui vendita ai mercanti cinesi frutta oltre 3.000 dollari al chilo, rappresenta uno dei traffici storici della formazione; nel 2013, secondo dati diffusi dalla Elephant Action League, i terroristi si erano resi responsabili della morte di 30.000 pachidermi e di 60 guardie forestali, colpiti nel confinante Kenya.[4]

In Mozambico, nella regione settentrionale di Cabo Delgado, i miliziani di Ansar al-Sunna contrabbandano legno e rubini per un controvalore di decine di milioni annui ed in futuro potrebbero mirare a mettere le mani sulle ingenti risorse di gas e petrolio dell’area.[5]

Nel Sahel a cavallo tra Burkina Faso, il paese più colpito da fenomeno, Mali e Niger miliziani legati ad Al Qaida, dei quali è difficile stabilire i gruppi di appartenenza, hanno preso possesso di una parte delle miniere “abusive” dell’area, usandole per nascondersi, come magazzini di stoccaggio d’armi e per estrarre il prezioso materiale. I danni di questo commercio illegale per i paesi coinvolti, si ritiene che possano arrivare a circa 2 miliardi di dollari; non è dato sapersi quale sia la reale percentuale della somma di cui riescono ad avvantaggiarsi i terroristi. [6]

Altri proventi per le formazioni terroristiche provengono dai traffici derivanti dal controllo del territorio.

Le formazioni terroristiche nigeriane e somale traggono profitti dalle rotte internazionali del traffico della cocaina, in particolare quelle che hanno origine in Venezuela e Brasile ed hanno come passaggio intermedio l’Africa Occidentale per giungere infine in Europa. In questo traffico internazionale, i gruppi terroristici hanno un ruolo marginale in quanto i principali cartelli della droga li usano per garantire il passaggio in sicurezza della merce nei territori da loro controllati.[7]

Una lucrosa fonte di guadagno è rappresentata dai rapimenti.  Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), AS e più recentemente Boko Haram (BH) esternalizzano questi incarichi a bande criminali locali alle quali chiedono una percentuale una volta che sia stato pagato il riscatto.[8]

BH si è macabramente distinto per utilizzare gli ostaggi con molteplici scopi: giovani donne a volte vengono vendute come schiave sessuali, altri ostaggi sono stati impiegati per compiere attacchi suicidi oppure come merce di scambio per chiedere la liberazione di combattenti del gruppo.[9]

Il controllo capillare di alcune zone del sud e del centro della Somalia, ha permesso ai jihadisti somali di organizzare una vera e propria tassazione, la zakawat, riscossa dai suoi esattori solitamente nel mese del Ramadan. Gli esattori rilasciano anche regolare ricevuta agli estorti.

Figlio di questo controllo territoriale così minuzioso è anche il sistema dei numerosi checkpoint, presso i quali tutte le merci ed i mezzi in transito vengono tassati e si effettuano i controlli suoi regolari pagamenti della zakawat da parte dei privati.[10]

Sempre nella stessa ottica di sfruttamento del controllo del territorio rientrano altri traffici sui quali   Aqim e BH riescono a lucrare e sono nello specifico rappresentati dal contrabbando di sigarette, di armi, dal traffico di auto di lusso rubate e soprattutto dalla tratta di esseri umani, nel quadro del più ampio business dell’immigrazione illegale.[11]

Oltre a trarre profitto della tratta di essere umani internazionale, BH mette a frutto quella interna al paese, reclutando forzatamente bambini e ragazzi per procurarsi manodopera da usare all’interno dell’organizzazione in qualità di cuochi, spie e combattenti e di donne per lavori domestici e matrimoni forzati con i membri del gruppo. [12]

Un forma di finanziamento peculiare dei terroristi somali è quella di estorcere denaro ai pirati, chiedendo loro una tassa del 20% sui bottini di guerra. Secondo un’inchiesta condotta dalle Reuters AS ha un vero e proprio ufficio marittimo che funziona da esattoria per le azioni piratesche.[13]

Se all’inizio di questa analisi mi sono soffermato sulle modalità con cui arrivano nelle tasche dei terroristi i soldi, di seguito prenderemo in considerazione chi siano i finanziatori di questi gruppi.

Tra questi possiamo annoverare quasi sicuramente le monarchie del Golfo, spesso in guerra tra di loro per ampliare le rispettive sfere di influenza sul continente africano. Le prove di questi finanziamenti ovviamente non sono alla luce del sole, i donatori per coprire le loro tracce ricorrono a fondi neri, fondazioni religiose, associazioni caritatevoli, Ong, società di copertura e tutto ciò che possa rendere difficoltoso ricostruire il percorso del denaro.

In ultima analisi non troveremo mai prova di un finanziamento diretto del fondo reale saudita indirizzato a qualche organizzazione terroristica, ma sono molteplici le inchieste che gettano ombre sull’atteggiamento dei paesi del Golfo in tal senso.

Secondo un’indagine del New York Times in Somalia sarebbe in atto una guerra fredda tra Qatar ed Emirati Arabi Unit (EAU) per il controllo di alcuni porti ed infrastrutture del paese. Il Qatar avrebbe offerto finanziamenti ed armi ad AS per compiere attentati, come quello del luglio 2019 nel porto di Bosaso, gestito da una società emiratina, con il fine di spaventare la società di Dubai ed indurla ad abbandonare l’area, per poi poter subentrare ad essa nella gestione.[14]

Secondo un’analisi di Alain Chouet, ex capo del DGSE, il servizio di intelligence francese ed esperto di terrorismo islamico, ingenti finanziamenti a Boko Haram sarebbero pervenuti dalle petrol-monarchie del Golfo. Le ragioni di questi finanziamenti sarebbero di natura squisitamente economica e non religiosa. In Nigeria storicamente le elite musulmane del nord hanno avuto un ruolo di preminenza nelle istituzioni, nel controllo dei pozzi petroliferi e nell’Esercito a svantaggio della popolazione del sud di religione cristiana ed animista. La progressiva erosione di questo potere del nord musulmano ad opera del sud, iniziata con le elezioni del 1999, ha rappresentato un campanello dall’allarme per le petrol-monarchie, timorose che il cambiamento di equilibri potesse comportare un allontanamento del paese (sesto produttore al mondo di petrolio) dalla sfera di influenza dell’Opec o che si corresse il rischio di una nazionalizzazione degli impianti petroliferi.

Finanziare e sostenere un movimento terroristico come Boko Haram, nato intorno al 2002, che rappresentava un elemento destabilizzatore nel paese capace di inibire ogni avventurismo politico o economico del debole governo centrale, sarebbe stato di grande utilità per i paesi del Golfo secondo la ricostruzione di Chouet.[15]

Fondi a BH sono giunti anche da finanziatori interni al paese come il governatore di Kano, Ibrahim Shekaraue, e quello di Bauchi, Alhaji Isa Yuguda, in aperto dissenso con le politiche del governo centrale.[16] Episodi di vendita di armi e munizioni ai terroristi nigeriani sono stati contestati anche a soldati ed ufficiali dell’esercito nigeriano.[17]

Secondo dei rapporti dell’Onu, fortemente indiziata di aver finanziato economicamente AS ed altre milizie somale come Ras Kamboni, in funzione anti etiope, è stata l’Eritrea. I fondi sarebbero stati fatti pervenire attraverso le ambasciate eritree nei paesi limitrofi e con una rete di corrieri. Questi finanziamenti sembrano essere divenuti sempre meno consistenti e frequenti nel corso degli ultimi anni, dato anche il nuovo clima di distensione politica tra Etiopia ed Eritrea iniziato nel 2018.[18]

Al ruolo degli stati nel foraggiare il terrorismo, si affianca anche quello dei privati cittadini, come quelli della diaspora somala residenti nella cittadina svedese di Rinkeby che, grazie a campagne avviate sui social network hanno organizzato raccolte fondi per i biglietti aerei di chi volesse andare in Somalia a combattere nelle fila di AS.[19]

Nel corno d’Africa si sono venute a creare collaborazioni tra diversi gruppi terroristici sulle rotte dei traffici illegali usati per finanziarsi, come nel caso della joint venture tra AS e la Allied Democratic Forces (ADF) congolese. Punti d’incontro di queste organizzazioni sono state le moschee radicalizzate, divenute dei centri di diffusione di ideologie jihadiste e luoghi di irraggiamento di strategie per realizzare reti di traffici illeciti e tattiche per ampliarne il raggio di azione.[20]

Questo fenomeno di “impollinazione” terroristica, operato da un gruppo maggiormente consolidato ed organizzato nei confronti di uno più giovane e piccolo, potrebbe venire mutuato con facilità in altre regioni del continente.

Un altro aspetto da tenere in considerazione per i gruppi terroristici più importanti del continente è quello relativo alla scelta di aver formalmente aderito a network internazionali del terrore, come Isis nel caso di BH ed Al Qaida per AS.

Alla base di queste scelte non ci sarebbero tanto motivazioni di natura ideologica o religiosa quanto ragioni meramente utilitaristiche ed economiche: la maggior esposizione mediatica dovuta alla formale adesione a gruppi con una consolidata fama internazionale rende semplicemente più facile intercettare fondi e finanziamenti di investitori internazionali.[21]

Per concludere, vorrei evidenziare che nei paesi afflitti da anni dalla piaga del terrorismo, si è venuta a creare una vera e propria industria della sicurezza che trae profitto dall’instabilità e dalla pericolosità del territorio. Basti pensare alle compagnie che forniscono contractor per scortare convogli o per proteggere il personale straniero o alle squadre di pronto intervento che puliscono, rimuovono le macerie e rattoppano le strade nei luoghi dove si è appena verificato un attentato o un attacco suicida. Questa industria della sicurezza muove centinaia di milioni di dollari all’anno; un giorno di scorta armata per le strade di Mogadiscio costa 2000 dollari.[22]

È facilmente intuibile che gli attori nazionali ed internazionali direttamente coinvolti in questi lucrosi affari abbiano tutto l’interesse a preservare questo status quo di instabilità causato dalla presenza di compagini terroristiche attive nei loro paesi.


[1] https://mepc.org/journal/hawala-terrorists-informal-financial-mechanism e https://s3.us-east-2.amazonaws.com/defenddemocracy/uploads/documents/CSIF_Boko_Haram.pdf

https://rusi.org/sites/default/files/201412_whr_2-14_keatinge_web_0.pdf

[2] https://www.fatf-gafi.org/media/fatf/documents/reports/Emerging-Terrorist-Financing-Risks.pdf e https://www.theeastafrican.co.ke/business/Mobile-money-has-taken-root-in-Somalia/2560-4822066-udya4kz/index.html

[3] https://www.maritime-executive.com/article/charcoal-smuggling-finances-somali-terrorist-groups

[4] https://www.analisidifesa.it/2020/01/somalia-la-lunga-guerra-ad-al-shabab/ e https://www.cfr.org/blog/al-shabaabs-ivory-trade-continued

[5] https://jamestown.org/program/ansar-al-sunna-a-new-militant-islamist-group-emerges-in-mozambique/ e https://idsa.in/africatrends/radicalisation-in-south-east-africa

[6] https://www.internazionale.it/notizie/david-leiws/2019/12/19/sahel-jihadisti-oro e https://it.insideover.com/terrorismo/le-mani-della-jihad-sulle-miniere-doro-dafrica.html

[7] http://www.realinstitutoelcano.org/wps/portal/rielcano_en/contenido?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/elcano/elcano_in/zonas_in/ari79-2018-olson-gordon-shifting-trafficking-illicit-narcotics-spain-us-cooperation e “Terrorist financing West Central Africa” disponibile su https://www.fatf-gafi.org/publications/methodsandtrends/documents/tf-west-africa.html e https://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/approfondimento_75_ispi_il_nuovo_jihadismo_in_nord_africa_e_nel_sahel_0.pdf

[8]https://www.cfr.org/blog/nigerias-national-kidnapping-crisis-expanding e https://www.newsmax.com/Newsfront/al-Qaida-kidnapping-ransom-finance/2014/07/30/id/585691/

[9] Ibiden

[10] “The AS Finance System” disponibile su https://hiraalinstitute.org/the-as-finance-system/

11https://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/approfondimento_75_ispi_il_nuovo_jihadismo_in_nord_africa_e_nel_sahel_0.pdf.

12 https://www.hrw.org/sites/default/files/report_pdf/nigeria0819.pdf e https://humantraffickingsearch.org/beyond-boko-haram-human-trafficking-in-nigeria/

13https://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE79J0G620111020?sp=truehttps://www.newsweek.com/who-pirate-kingpin-us-investigating-ties-isis-al-shabab-647262

[14] https://www.nytimes.com/2019/07/22/world/africa/somalia-qatar-uae.html

[15]https://www.laplumeagratter.fr/2014/06/04/a-quoi-sert-boko-haram-par-alain-chouet/

[16] https://www.nigrizia.it/notizia/il-denaro-di-boko-haram

[17] https://www.money.it/boko-haram-finanzia-cosa

[18] https://rusi.org/sites/default/files/201412_whr_2-14_keatinge_web_0.pdf

[19] Ibiden

[20] https://jamestown.org/program/the-cross-pollination-of-east-africas-armed-groups/

[21] https://rusi.org/sites/default/files/201412_whr_2-14_keatinge_web_0.pdf

[22] Mary Harper “Everithing you have told me is true, the many faces of Al Shabaab “ Hurst & Co., London 2019, pagine 213 e seguenti

Laureato in scienze storiche. Aree di interesse e di studio: Africa Sub-sahariana e Mena.

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