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Che fine ha fatto la Sinistra?

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Che fine ha fatto la Sinistra?

Il soggetto è la “Sinistra”, i fini sono l’aspirazione alla “libertà sostanziale a fini di eguaglianza” presi dall’articolo postato che li riprende dal Bobbio di “Destra e Sinistra” (Donzelli 1994), i mezzi si son persi. Perché si son persi i mezzi?

Alla domanda finale, i pensatori che si sono cimentati nell’analisi critica, hanno per lo più risposto rifacendo la storia della sinistra degli ultimi trenta anni, convenendo sulla cronologia che vede il punto critico nel ’89-’91 detto “Crollo del Muro di Berlino” a cui però andrebbe aggiunto “Implosione dell’Unione Sovietica”. Da lì parte una descrizione sostanzialmente unitaria di degenerazioni, sbagli, inavvertiti deragliamenti che ha portato la “sinistra” maggioritaria a porsi sul versante di sinistra del paradigma liberale che però di suo è di “destra”. Tutto giusto, ma la domanda “perché?” chiama ad una diagnosi, non solo ad una descrizione. Perché ciò è avvenuto? perché un tradizione politica nota per la fioritura plurale di intelletti e studiosi acuti, ha smarrito così inconsapevolmente i suoi fini? A mio avviso, perché ha smarrito i mezzi.

“Sinistra” si dice in molti modi, come “Destra” del resto. A destra possiamo individuare almeno la tradizione anti-democratica in varie forme anche quando si definisce “populista”, quella conservatrice e reazionaria e quella liberale. A sinistra possiamo individuare la socialdemocrazia da Bad Godesberg del ’59 che ha abiurato i presupposti marxisti e quella molto variegata che va da un socialismo costruito per via parlamentare ai vari marxismi, marxismi-leninismi, maoismi.

Questa seconda rimane sostanzialmente marxista nella convinzione che la società sia determinata dai rapporti di produzione, modificati i quali, si modificherà la società. In più, rimane di base la convinzione che il mondo delle idee e dei sistemi di pensiero sia la semplice proiezione di quello sociale in senso materiale ovvero economico, una partizione della società in due classi (borghesia – proletariato) la cui definizione precisa è introvabile nel corpus marxiano, la credenza nella guida della logica dialettica (valida nel reale non meno che nell’ideale) formato Hegel ma a “testa in su”. Sullo Stato le idee sono vaghe e confuse anche per le concessioni teoriche fatte da Marx a l’anarchismo nelle dispute interne alla Prima Internazionale. Quanto a mezzi, questa secondo modo di intendere sinistra (che è poi cronologicamente il primo), data l’estrema lontananza da ogni possibile e concreto compito trasformativo del potere politico e sociale, è rimasto assai vago. Di base è rimasta l’idea sentimentale della trasformazione radicale e subitanea (rivoluzione), anche se -nei fatti- si è accettata razionalmente la convenzione democratica sebbene con poca convinzione e senza neanche questionare sul concetto di “democrazia” che con la democrazia in quanto tale ha ben poco a che fare come segnalano i più lucidi teorici democratici non di stampo liberale. In attesa di porsi di questi decisivi problemi che non avevano attualità cogente, rimaneva la “lotta di classe” ma con fini non più che ridistributivi, in fondo, socialdemocratici-agonistici. Quest’ultima impostazione è anche connotata da una mistica del conflitto. Non conta niente socialmente e politicamente ma è convinta che dove c’è conflitto c’è la speranza della ribellione. Ma per portarla poi dove, non si sa.

Non nell’’89 ma nel ’91, questa seconda sinistra scoprì di colpo alcune cose drammaticamente contrarie al suo impianto di pensiero e stante che una parte politica discende direttamente da un impianto di pensiero senza il quale non può interpretare, progettare e perseguire nelle prassi il proprio progetto politico. I russi avevano cambiato i modi di produzione ma non funzionavano, come non funzionavano in Cina. Le due società non si erano trasformate in senso di libertà sostanziale mentre l’eguaglianza era a volte formale e per lo più al ribasso. Le due classi dei dominanti e dei dominati si erano riprodotte con il “partito” nel ruolo di dominante. La pluralità e ricchezza dei sistemi di pensiero era stata potata d’imperio per corrispondere alla teoria presupposta. La “rivoluzione” si fa in una notte o in un mese, ma poi rimangono decenni di trasformazione in cui non si sa come agire, non certo come hanno agito i sovietici ed i maoisti. I sovietici erano stati non meno imperialisti senza essere alla “fase suprema del capitalismo”. Lo Stato era ipertrofico, burocratico e sostanzialmente kafkiano. Un secondo dopo il crollo del PCUS suonò il “tana libera tutti”, sia nelle varie province dell’impero, sia nella società stessa che dopo settanta anni di comunismo, si metteva ordinatamente in fila da McDonald e riapriva festante le chiese di culto ortodosso. Nel frattempo (dai primi anno ’80), si era fatto finta di non notare che in Cina da Mao si era passati a Deng e la sua strana teoria del gatto. Non era una teoria ideale di perseguimento dell’uguaglianza, era una teoria realistica di perseguimento dell’aumento della ricchezza totale, sistemica, di un dato paese, perché se non c’è torta non c’è il problema della ripartizione delle fette. Ma i cinesi, da Deng a Xi, mostravano anche un’altra strategia, temporale: le società si trasformano lentamente e cautamente in decenni, molti decenni.

La prima sinistra, quella di Bad Godesberg, aveva in tutta fretta abbandonato i numi tutelari ma aveva davvero sostituito quel potente impianto con un altro? No, ed infatti è finita col scivolare gradatamente in un liberalismo meno darwiniano, stante che l’essenza della meccanica sociale liberale è darwiniana di sua imprescindibile natura. Così, di dilemma in dilemma, non avendo una sua chiara e corposa teoria di mondo, e capendo anche molto poco di economia e finanza, si è logicamente adeguata alle evoluzioni teorico-pratiche del liberalismo ora in versione “neo”, finendo col diventare “liberalismo di sinistra” che è un ossimoro.

Quindi perché la “sinistra” non c’è più mentre ci sono belle vive e combattenti ben tre destre? Perché la sinistra ha ricevuto la palese falsificazione del suo impianto teorico, non nei fini ma nei mezzi e non è stata in grado di scendere nella sala macchine del pensiero per creare un nuovo motore che non fosse quello di centocinquanta anni fa di un tedesco geniale che col suo individuale “Io penso” aveva fatto a tavolino il sistema descrittivo-normativo di riferimento. Si sono ignorate le sue stesse prescrizioni di verificare le teorie nelle prassi e cambiarle in ragione dei risultati di queste, nonché l’invito a cambiare il mondo nel concreto e non solo nell’ideale, nonché il problema della storicità che fa di un pensiero di metà del XIX secolo un pensiero storicamente superato in molte sue parti, inevitabilmente. Senza una teoria generale, oltretutto in un mondo che nel frattempo è passato da 1 a quasi 8 miliardi di persone, capendo bene cosa è del sistema occidentale e cosa è del resto del mondo, cosa è del 1850 e cosa del 2020, cosa è individuale e cosa sociale, assumendo nel pensiero i potenti sviluppi avvenuti in sociologia, antropologia, psicologia, geopolitica, scienze dure varie e successive filosofie, storia soprattutto occidentale e postcolonialismo dell’ultimo secolo e mezzo, non si danno fini chiari e tanto meno mezzi.

La sinistra non si è suicidata perché il suicidio presuppone una intenzionalità. La sinistra ha perso la sua intenzionalità perché non ha più un sistema coerente di pensiero che la guidi, se non nell’esausto esercizio in favore dei diritti individuali da una parte e della forbita critica al neoliberalismo dall’altra. Non è autonoma (auto-nomos / αὐτο-νόμος) cioè auto centrata, si posiziona a seconda di quello che dicono o fanno gli altri. Non avendo cose da dire, se le dice addosso ed ha perso così anche gli interlocutori, la gente comune nell’accezione mediana che è l’unica che conta come “massa critica”. E se si vuol trasformare il sistema sociale, se non si ha massa critica, non si va da nessuna parte.

La partizione “destra-sinistra” o “molti – pochi” in termini di potere sociale e politico non è affatto morta, tesi surreale che fa il pari con quella della “fine della storia”. E’ sede vacante in attesa di interpreti che però prima si debbono definire nel pensiero poiché è il pensiero che guida l’intenzionalità nella faccende umane, individuali e collettive.

61 anni, professionista ed imprenditore per 23 anni. Da più di quindici anni ritirato a "confuciana vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente.Si occupa di "complessità", nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica, culturale e soprattutto filosofica. L'applicazione più estesa è in geopolitica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre testate on line). Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità.

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