C’è speranza in un mondo in frantumi
L’avvento di Papa Leone 14° al soglio pontificio riporta all’attualità nella scelta del nome il ruolo che l’essenza trascendente e spirituale dell’uomo ha come fondamento di ogni decisione relazionale, familiare, di amicizia, politica ed economica.
La scelta del nome è motivata dalla volontà di richiamarsi alla figura di Leone XIII, che posto di fronte ai prodigiosi sconvolgimenti della sua epoca tracciò una via tra un progresso senza sviluppo prospettato dall’anarchia valoriale del liberal-capitalismo della sua epoca e le suggestioni messianiche del socialismo che all’umanità prometteva una vita senza dolore e un’umanità in pace.
L’antinomia irrisolta
Tra questa antinomia insanabile tra il capitale e il lavoro, tra la libertà dell’individuo e la sicurezza garantita dalla centralizzazione delle risorse nelle mani del proletariato, Leone XIII scelse di non risolvere in modo semplicistico questa tensione tra libertà e sicurezza, ma di accettare e di attraversare questa frattura, come costitutiva dell’umano.
La soluzione non era scegliere tra uno dei due corni dell’alternativa, la soluzione non era eliminare la proprietà personale trasformandola in collettiva. In una direzione diversa va la posizione storica non solo della Chiesa ma della filosofia di matrice aristotelica per le quali la ricchezza prodotta dal lavoro non deve trasformarsi in un possesso egoistico e veicolo di sfruttamento ma deve essere un mezzo attraverso cui 《da ciò che è proprio e ciò che caro》 si possano esprimere e incontrare le molteplici identità e capacità creative di ogni uomo.
A questo proposito Leone XIII nella Rerum Novarum sottolinea che:
《Ben diversa è la natura dell’uomo. Possedendo egli la vita sensitiva nella sua pienezza, da questo lato anche a lui è dato, almeno quanto agli altri animali, di usufruire dei beni della natura materiale. […] E appunto perché ragionevole, si deve concedere all’uomo qualche cosa di più che il semplice uso dei beni della terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che l’uso non consuma》.
Dall’altra parte irrazionale ed egoistico è chiudere le recinzioni della proprietà privata all’altrui usufrutto, anticamera di ogni conflitto come di ogni stagnazione e regresso economico. Potrebbe essere interessante adottare nell’attuale contingenza politica ed economica, uno sguardo realistico sulla condizione umana, mai scevra dal male ma sempre tesa al bene.
《La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali》. Dunque per Leone XIII è importante guardare al lavoro intellettuale o materiale come un mezzo per far emergere la creatività e l’ingegno proprie dello spirito umano e che per il cristianesimo sono segno di partecipazione all’attività creatrice di Dio.
In caso contrario gli atti umani se disorientati possono essere forieri di divisione, fratture e ferite difficilmente ricomponibili. Questo sembra accadere quando la sete di infinito dell’uomo si ripiega su sé stessa in un egoismo ipertrofico. Per Leone XIII, vedendo solo sé stesso, l’uomo cancella il volto dell’altro e si mette a 《trafficare sulla miseria del prossimo》, suggendo il frutto del suo lavoro, la 《giusta mercede》.
Libertà come esigenza, oltre ogni determinazione finita
Come scrisse Florenskji nella lettera ottava della “colonna e il fondamento della verità”. 《L’ideale, cioè l’esigenza dell’infinito, quando è proiettato nel finito, crea l’idolo, il quale rovina l’anima scindendo l’aseità dalla sua autocoscienza e quindi privando l’uomo della sua libertà》.
Gli atti umani dunque per loro natura esorbitano da ogni misura precostituita, dunque incanalati in uno schema prefissato e rigido come un ideale politico totalizzante, finisce per soffocare ogni progresso. Il progresso, infatti, per il pluralismo ontologico e politico di stampo aristotelico si dice in molti modi e in modo analogo a seconda delle circostanze concrete e incarnate.
Per questa scuola di pensiero il progresso non è uniformità e non è a una sola dimensione ma è incontro di differenze e giace esanime e senza vita nell’uniformità di un’idea astratta e disincarnata, di una razionalità troppo esatta, e di una previsione troppo accurata.
Una grande attenzione è data dalla tradizione filosofica classica e cristiana ai fattori extrateorici come l’imprevidibilità della volontà, il volo dell’immaginazione e la ricettività creativa dei sensi e dell’intelletto. Ogni verità compresa ha sempre una misura personale, individuata dalle condizioni concrete in cui ogni uomo si trova.
A proposito della libertà umana, in una linea simile si muove Isaiah Berlin soprattutto in “Due concetti di libertà”, filosofo britannico di orientamento liberale, il quale ritiene che centrale nella definizione della vita politica non debba essere un’idea concettualizzata e definita di libertà ma al contrario le condizioni per l’esercizio della libertà (la cosiddetta libertà negativa).
La libertà come contenuto predeterminato è per Isaiah Berlin, filosofo e politologo britannico di orientamento liberale, l’anticamera di ogni totalitarismo, di ogni società chiusa e organica, che non lascia cioè respiro alla persona singola, individua ma la sistema come tassello di un puzzle di un edificio sociale che si ritiene definitivo.
In questa direzione va la riflessione di Maria Zambrano, filosofa spagnola, teorica di un nuovo liberalismo meno astratto e formale e più aderente al particolare e al concreto. Questo suo orientamento è evidente nel saggio 《Persona e Democrazia》 per cui la persona di fronte a una società, a un mercato o a uno Stato totalizzanti e uniformanti, è costretta a indossare una maschera, a nascondere le proprie fragilità, a diventare vittima o carnefice.
Contro l’organicismo
Questa pretesa di organicità monumentale si trova, secondo la tradizione neo-tomista, avanzata in ogni riduzione dello Stato a strumento servile non di una comunità, dei suoi interessi e delle sue aspirazioni reali, ma di un’idea totalizzante si chiami essa liberalismo, comunismo, fascismo e così via.
Questa idea tenderebbe dunque a monopolizzare lo spazio del politico annullando le differenze e uniformando le singolarità concrete a un’astrazione, l’uomo singolo all’umanità.
Quale speranza?
L’alternativa radicale per l’uomo contemporaneo sembra essere tra una speranza totalizzante per cui l’individuo è sacrificabile o una speranza che è una chiamata a essere in modo diverso prima che ad agire in modo rinnovato.
In Tommaso centrale è il tema della Speranza, ma una speranza qualitativamente diversa perché parla alla persona concreta, in situazione, alle sue incertezze e angosce prima fra tutte quella del male e del suo corollario la morte. Una ferita quella del male e della morte che non può per il pensiero cristiano essere superata, sintetizzata, assorbita in un fine superiore. L’atteggiamento cristiano è “spes contra spem”, speranza contro ogni speranza, quando tutto sembra perduto, fiducia in un Incondizionato che travalica le circostanze esteriori e che invita la Persona a viverle fino in fondo. Per ogni filosofia che riconosca i diritti del finito, è indispensabile uno spazio d’azione, di assenza di controllo e di indeterminazione da parte del potere centrale “tra i molti e gravi doveri dei governanti solleciti del bene pubblico, primeggia quello di provvedere ugualmente ad ogni ordine di cittadini, osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva”( S. Th. II-II, q. 61, a. 1 ad 2). I principali diritti stabiliti dallo stesso potere normativo della natura umana e dunque doveri di ogni uomo verso l’altro uomo sono per Tommaso d’Aquino il rispetto della vita che è diritto all’autoconservazione, dell’istituto familiare, della ricerca autonoma della verità.
La Persona al centro
La persona, dunque per la tradizione tomista è radicata nell’eterno oltre l’orizzonte mercantile di questo mondo in cui si cerca invano di vendere o comprare l’anima sulla piazza del mercato. La realtà ontologica del Singolo viene definita come irriducibile, non assimilabile e non concettualizzabile” triplex incommunicabilitas est de ratione personae: scilicet partis, secundum quod est completum; et universalis, secundum quod est subsistens”(Super Sent., lib. 3 d. 5 q. 2 a. 1 ad 2 ). La persona per Tommaso non può essere assimilata da alcuna totalità non si dissolve nelle relazioni sociali perché ha realtà sostanziale, ma è aperta all’altro da sé dall’infinità intenzionale della propria mente e della propria volontà. Per Tommaso la Verità per cui è fatto l’uomo è incontro volontario con una Persona, è l’oggetto del suo desiderio fondamentale, l’amore che lo muove ad indagare il reale(link).
A proposito ricorda Papa Leone XVI° che la ogni dottrina politica e sociale della Chiesa è una realtà viva, dinamica, mai irrigidita in posizioni di staticità, di fissismo o di dogmatismo pregiudiziale: “L’indottrinamento è immorale, impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà della propria coscienza – anche se erronea – e si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento, il cambiamento o l’evoluzione delle idee di fronte a nuovi problemi”.
La radice metafisica dell’unità oltre il disordine dei fenomeni umani
Il mondo che sembra frammentato e lacerato dall’ordinamento spesso disordinato, confuso, contraddittorio delle azioni umane è tale secondo la filosofia di ispirazione cristiana solo se visto da una prospettiva limitata, assorbita dai gorghi e dai flutti di un male che è sì reale ma che non ha alcun supporto sostanziale. Il male non esiste al di là delle apparenze, degli incubi che si agitano nelle menti degli uomini e che rendono confuso il loro agire. Il male in fondo non è che un parassita del Bene, ha bisogno della luce per agitare l’ombra, dei dati di realtà per costruire l’illusione, di frammenti di verità per architettare la menzogna, di azioni buone nella loro radice per pervertirne lo sviluppo e farle appassire.
Al di sopra dell’ordine agito vi è per la tradizione di pensiero tanto agostiniana quanto tomista come per il pensiero greco, un principio metafisico di unità, di concordia e di pace che è sostanza di ogni speranza, radice di ogni progetto di bene comune. “Quaecumque autem sunt a Deo ordinem habent ad invicem et ad ipsum Deum”, tutte le realtà create dice Tommaso, rinviano ad un centro unico e divino e allo stesso modo sono coordinate tra loro stesse e dirette verso una perfezione trascendente. Questa contingenza del creato fa spazio alla libertà umana che può essere orientata alla verità, così come alla menzogna e alla schiavitù.
La tentazione più grande è per il pensiero biblico quella di Babele e dell’intento umano di costruire l’univocità linguistica, politica, tecnica, culturale, economica dell’umanità, di far parlare tutti gli uomini ad una sola voce.
La bellezza come generatrice di unità e armonia umana.
Diversa è per la filosofia tomista la forza e la santa audacia di un’unità sociale ottenuta rispettando la pluralità ontologica propria della realtà creata, a tal proposito nota Sanguineti(uomo e cosmo nella filsofia di San Tommaso, in la creazione e l’uomo, ed messagero, padova 1992)”Se esiste un cosmo e non una sola natura o un insieme di enti sconnessi e isolati, è per consentire il bene della comunicazione e dell’ordine|…| Una pluralità ordinata è più nobile, dei singoli considerati da soli. Nell’ottica del creatore|…| la pluralità nell’ordine cinsente che nel mondo sia imitata la libertalità divina, poiché alcune cose possono perfezionarne altre”. All’uomo è dato un potere causale su tutto ciò che lo circonda e come Dio ha creato per condividere la propria Bellezza: “Deus, est causa effectiva et motiva et continens, amore propriae pulchritudinis. Quia enim propriam pulchritudinem habet, vult eam multiplicare, sicut possibile est, scilicet per communicationem suae similitudinis”. Per Tommaso l’uomo,immagine di Dio, è chiamato a custodire la bellezza del creato a lui affidata e a farsi egli stesso creatore di bellezza, intessendo il creato con giustizia, amore e creatività. Come per il cristianesimo Dio ha svuotato sé stesso per donarsi “tutto in tutti”, così l’uomo è chiamato per il personalismo cristiano a donarsi agli altri, “la prima esperienza della persona è l’esperienza della seconda persona, il tu, e in lui il noi, precede l’io|…| l’ascesa della rinuncia a sé stessi, è l’ascesa centrale della vita personale, soltanto colui che ha liberato in tal modo se stesso può liberare gli altri e il mondo”(il personalismo. P. 60-61, AVE 1964). Questa prospettiva ci restituisce un’etica estetica, sensibile tanto al grido inarticolato di dolore del disperato, quanto all’urlo di sublime bellezza di una vita che nasce. La Bellezza, come splendore del Bene( immagine di tradizione neoplatonica e cristiana) sembra essere l’unica guida affidabile per il cammino dell’uomo.