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Underdog al potere! Sei romantiche storie di successo del calcio moderno

Underdog al potere! Sei romantiche storie di successo del calcio moderno

La Treccani definisce il miracolo primariamente come un evento straordinario, estraneo alle leggi della natura e attribuito a forze o eventi soprannaturali. Nel calcio non esistono miracoli. Esistono eventi eccezionali ma che hanno sempre dietro una preparazione e uno studio. Del resto è difficile vincere competizioni, come campionati e coppe, senza avere una pianificazione. Di questi trionfi inaspettati ai più, ma che non sorprendono chi si segue il calcio più da vicino, è piena la storia. Da dire c’è che con la progressiva razionalizzazione e finanziarizzazione del pallone, da 40 anni a questa parte, i cosiddetti miracoli calcistici sono sempre più rari. I campionati e le coppe sono sempre più appannaggio dei grandi, storici, club, tanto che la UEFA, per avere introiti e dare visibilità alle realtà medio piccole, ha istituito la Conference League, dopo aver abolito, o mai riconosciuto, tutta una serie di trofei (Coppa delle Alpi, Coppa Intertoto e Coppa delle Coppe). Fortunatamente nel calcio, sebbene meno che in altri sport, permane ancora quella emozione legata alla sorpresa di imprese insperate, che sembrano fuori dalla storia e che passeranno per essere eterne, almeno finché durerà questo sport. L’ultima in ordine di tempo è la vittoria del campionato svedese 2025 da parte del Mjallby.

Sebbene questi eventi si stiano sempre più rarefacendo, vorremmo raccontarne alcuni, tralasciando i più noti Leicester e Nottingham Forest, su cui sono stati scritti fiumi di inchiostro. Ne racconteremo due per gli anni ’80, due per gli anni ’90 e due per il nuovo millennio, facendo un giro per l’Europa continentale, mostrando che dietro ogni impresa c’è un progetto.

Iniziamo dal Bel Paese per raccontare l’impresa inaspettata ma a ben vedere perfettamente costruita, dell’Hellas Verona, che vinse il titolo nazionale 1984-1985. Diciamo che il Verona aveva condotto un decennio dignitosissimo in Serie A negli anni ’70, retrocedendo nel 1979 e rischiando la Serie C1 nel 1981. A Saverio Garonzi era subentrato il duo Chiampan-Guidotti. Si procedette, dunque, a prendere come allenatore il “Mago della Bovisa”, il 46enne Osvaldo Bagnoli, reduce da una promozione in massima serie con il Cesena. Poi si ringiovanì la rosa: vennero presi, nel giro di 3 anni, il portiere Garella dalla Samp, Volpati dal Brescia e Iorio dalla Roma, gli esperti Gibellini e Penzo davanti, il regista Di Gennaro (riserva di Antognoni a Firenze), Sacchetti e Fanna (rispettivamente da Fiorentina e Juventus) e il brasiliano Dirceu dall’Atletico Madrid. L’anno del secondo scudetto giallorosso vide la formazione di Bagnoli perdere contro la Juventus la finale di Coppa Italia. Ma qualcosa era nell’aria: arrivò Galderisi per Penzo e l’anno successivo (dopo una nuova finale persa in Coppa Italia contro la Roma) giunsero alla corte scaligera Briegel e Elkjaer, partito Dirceu. Quel mitico campionato vide un Verona giovare di un po’ di fortuna: Milan e Inter non erano in ottime condizioni, la Juventus era concentrata in Coppa dei Campioni (che avrebbe vinto nella triste notte di Bruxelles), la Roma aveva esaurito un la spinta. Insomma, era l’anno buono per il colpaccio: Garella parava anche coi piedi, in difesa esplose il giovane veterano Tricella e l’attacco poté giovare della potenza fisica di Elkjaer e dell’agilità di Galderisi. Un progetto iniziato negli anni ‘70, fatto oculatamente con acquisti mirati e scambi e un pizzico di fortuna per le circostanze e gli obiettivi degli avversari.

Per il nostro secondo finto miracolo degli anni ’80, restiamo nell’Europa meridionale e ci spostiamo in Grecia. Stiamo parlando del Larissa che vinse l’Alpha Ethniki nel campionato 1987-1988. Il calcio ellenico era, e poi sarebbe stato, appannaggio di tre formazioni Olympiacos, Panathinaikos, AEK Atene più due talora incomodi PAOK Salonicco e Aris Salonicco. Quell’anno però lo scudetto andò in Tessaglia ma non fu un caso. Anche qui è frutto di una preparazione decennale. Innanzitutto partiamo dal nuovo presidente Antonios Kontanias, magnate della catena Biokarpet, che si occupa tuttora di bricolage, che garantì l’indipendenza economica del club e iniziò ad affiancare giovani talenti a giocatori con esperienza, strategia che portò, nel 1979, alla promozione dalla Beta Ethniki. Nel 1982, alla guida di Antonis Georgiadis, raggiunsero la finale di Kypello Elladas, perdendola contro il Panathinaikos. Dopo un secondo posto in campionato, il “Piccolo Amburgo” (soprannome dato ai Vyssini per via del gioco veloce, come quello della formazione tedesca) raggiunse ancora la finale di coppa, persa ancora contro i Tryfilli. Il trionfo in coppa fu rimandato all’anno successivo (1985) contro il PAOK, appena laureatosi campione di Grecia. Il Larissa giocava, a detta di molti, il miglior calcio del paese con una intensità che richiamava quella dei Lanceri di Amsterdam. I tempi erano maturi per ambire al campionato. Venne acquistato il giovane trequartista Vasilis Karapialis che affiancò il veterano Giannis Valaoras e l’ormai consolidato Michalis Ziogas. E sì che quella stagione iniziò con una penalizzazione di 4 punti, perché l’attaccante bulgaro Tsingov fu trovato positivo alla codeina (sostanza eccitante ma che non migliora le prestazioni). La città si rivoltò e dopo cinque giorni di blocco stradale, i quattro punti vennero riaccreditati perché si ritenne il club non responsabile di condotte individuali dei giocatori. Alla penultima giornata contro l’Iraklis, i Vyssini si presero il titolo con un acrobatico gol di Mitsibonas. Il Larissa è tuttora l’unica squadra al di fuori delle solite 5 ad aver vinto il titolo di Grecia (diciamo, tuttavia,  che l’Aris è sparito dai vertici dopo gli anni ’40).

Per il decennio successivo ci muoviamo in Francia, dove nella stagione 1995-96 a trionfare fu l’Auxerre (Association de la Jeunesse Auxerroise, a dirla tutta), squadra dell’omonima sfiziosa cittadina medievale della Borgogna. Qui addirittura il progetto era stato trentennale e la guida ha un nome e un cognome, quello di Guy Roux. L’alsaziano, dopo aver terminato la carriera da giocatore nel 1962, iniziò, per 600 franchi, ad allenare proprio i borgognoni con cui aveva chiuso la carriera. La squadra militava nelle serie regionali e lui iniziò a coltivare il vivaio. Una politica, quella di seguire le sezioni giovanili e inserire gradualmente i nuovi giocatori che portò, nel 1974, la squadra in Seconda Divisione. Nel 1979, ancora in seconda divisione, perde la Coppa di Francia in finale contro il Nantes. L’anno successivo vinse la seconda divisione e ottenne la prima storica promozione in massima serie. Terzo nel 1984, mosse i primi passi in Coppa Uefa; in quegli anni maturarono Boli, i fratelli Basile e Bruno Martini e ottimi giocatori come Scifo non si fecero problemi a tesserarsi nelle terre dello Chablis. Nel 1993 l’Auxerre arrivò in semifinale di Coppa Uefa, eliminando l’Ajax e cedendo ai rigori al Borussia Dortmund. Il primo trofeo arrivò l’anno successivo, quando al Parco dei Principi sconfisse il Montpellier con un netto 3-0. La stagione della vita fu il ‘95-96: accanto a veterani come Taribo West, Alain Goma, Moussa Saib, Corentin Martins si affiancarono, proprio grazie a Roux, Laurent Blanc, Stephane Guivarc’h, Sabri Lamouchi. Al giro di boa aveva 10 punti di distacco dal PSG, che però iniziò a perdere colpi proprio dopo l’eliminazione in Coppa di Francia per mano dei borgognoni, che li batterono anche nello scontro diretto in campionato, riducendo le distanze. L’Auxerre era così in gara sia per il campionato che per la Coppa, trionfando in entrambe le competizioni: in Coppa di Francia contro il Nimes e in campionato sopravanzando Metz e PSG. Un lungo percorso con una strategia chiara che portò l’Auxerre a una storica, e mai più ripetuta, doppietta.

Il successivo caso è appena oltre il Reno, in Germania nella stagione 1997-1998. Stiamo parlando del Kaiserslautern, nobile tedesca, che era incappata due anni prima in una rocambolesca retrocessione in Zweite Liga, nonostante la vittoria in Coppa nazionale. Il presidente, ed ex giocatore Friedrich, scelse Otto Rehhagel, suo ex compagno di squadra, fautore di un calcio coriaceo e che aveva fatto la storia del Werder Brema il decennio precedente. Era stata una retrocessione improvvisa e inaspettata per i due volte campioni di Germania.  Il ritorno in Bundesliga fu immediato. Del resto c’erano giocatori come Pavel Kuka, Andreas Brehme, Michael Schjonberg, Miroslav Kadlec e la squadra era nettamente fuori categoria. Una volta tornato in massima serie Rehhagel chiese, e ottenne, un giovane Michael Ballack e il suo pupillo, lo svizzero Ciriaco Sforza, che aveva già allenato nella sua esperienza fallimentare al Bayern Monaco e che veniva da un non brillante anno all’Inter (Ronaldo non c’era). C’erano sicuramente squadre più attrezzate, a partire dal Borussia, fresco campione d’Europa e dal Bayern Monaco di Trapattoni, cui vanno aggiunti lo Stoccarda di un giovane Low e il Leverkusen. Dalla quarta giornata i Diavoletti Rossi si piazzarono in testa e non cedettero mai la posizione. Non fu un miracolo sportivo ma la vittoria (con soli 68 punti) fu il frutto della tattica di Rehhagel: posizionare Kadlec come libero vecchio stampo e un pressing asfissiante sul portatore di palla, cui si aggiunsero continui palloni dati alla punta Olaf Marschall, nato e cresciuto nella DDR, nella Lokomotive Lipsia, che siglò 21 gol in 24 presenze. Una annata che non si ripeterà mai più e la squadra, dopo l’addio di Rehhagel nel 2001 e dopo aver rischiato il fallimento nel 2020, ha alternato presenze tra seconda e terza divisione.

Giunti nel nuovo millennio andiamo in uno dei campionati più monotoni del vecchio continente, quello Lusitano, che salvo il 1964, quando a trionfare fu il Belenenses, a vincerlo sono sempre state solo tre squadre: il Benfica, il Porto e lo Sporting Lisbona. La monotonia si ruppe per un attimo nel nuovo millennio, quando ad alare il trofeo fu la seconda squadra di Oporto, il Boavista. “Le Pantere”, stabilmente in Primeira Liga dal 1969, avevano vinto 5 Coppe di Portogallo e due Supercoppe. Negli anni precedenti c’era comunque stato un crescendo per la formazione dalla divisa a scacchi bianco-nera: Coppa di Portogallo e Supercoppa nella stagione 1996-1997 e secondo posto nel 1998-1999, proprio dietro ai cugini del Porto. Per il nuovo millennio non ci furono fuoriclasse, ma la squadra si presentava ai blocchi di partenza con ottimi elementi: Ricardo in porta, un giovane promettente terzino, Pedro Emanuel (che sarebbe stato poi campione d’Europa col Porto), Petit a centrocampo (ruolo le cui sorti avrebbe successivamente retto a lungo nel Benfica) e Erwin Sanchez, detto il Platini della Bolivia. Guidate da Jaime Pacheco, le Pantere giocavano un calcio offensivo e di carattere, le quali cose le rendevano pericolose in molte situazioni. Dopo una stagione al cardiopalma, il Boavista, dopo 97 anni di storia, conquistò il suo primo e unico titolo del Portogallo, sopravanzando di un punto i cugini del Porto e di 15 i Leoni dello Sporting, vincitori l’anno precedente. Il risultato non si sarebbe più ripetuto, il Boavista declinò fino a retrocedere, complice anche il coinvolgimento del presidente nello scandalo del Fischietto d’Oro.

Ed eccoci alla fine di questo viaggio romantico nel mondo del pallone, con la squadra con cui abbiamo iniziato, il Mjallby, squadra dell’omonima area urbana di 1379 abitanti nel comune di Solvesborg (che ne fa sui 17000 circa). Una squadra che non ha mai raggiunto grandi risultati nella Allsvenskan e ha sempre navigato nelle cadetterie, tra il dilettantismo e il semiprofessionismo. Nel 2015 la squadra rischiò la retrocessione in quarta divisione e nel 2016 fu sull’orlo della bancarotta. Ma niente si improvvisa. La squadra venne salvata da Magnus Emeus, ex dirigente d’azienda, che, memore delle sue esperienze lavorative in Giappone per la Toyota, decise di applicare la filosofia kaizen, fatta di piccole tappe e obiettivi (anche il Svezia come in Germania vale la regola del 50+1, che garantisce che almeno la maggioranza delle quote di un club resti in mano ai soci). Ha iniziato così una compravendita mirata, con ottime plusvalenze, una cura per il settore giovanile con i giocatori nati nella regione, riuscendo a coinvolgere la gente di Mjallby e Halleviks, che si è attivamente impegnata nel progetto calcio. L’esempio è l’allenatore, Anders Torstensson vice-preside del liceo, che ha portato una filosofia calcistica ancora acerba in Svezia: costruzione dal basso e scambi rapidi, coadiuvato in questo dal vice Karl Marius Aksum. Il DS e osservatore è Hans Larsson, proprietario di una azienda agricola di fragole, che ha lavorato anche gratis nei momenti più difficili del club. Ora, il club ha vinto con tre turni di anticipo la Allsvenksan e ambisce a battere il record di punti. In Svezia, forse, una vicenda sportiva di questo genere è più possibile che altrove, perché le società sono spesso di proprietà collettiva, i diritti televisivi sono distribuiti in maniera equilibrata e la forbice economica tra grandi e piccole è controllata. Insomma, la globalizzazione si è fermata. Certo, Malmo e Goteborg hanno un bilancio 8 volte più grande. Ma voi ve la immaginate (con le dovute proporzioni di popolazione) l’Arquatese contendere il titolo all’Inter?  

Laureato magistrale in Scienze Filosofiche all'Università degli Studi di Milano, è attualmente consigliere comunale nel paese di Cesano Boscone.

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