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Commercio, sicurezza, geopolitica: la svolta euroasiatica del Pakistan

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Commercio, sicurezza, geopolitica: la svolta euroasiatica del Pakistan

Il rilancio del collegamento ferroviario ITI (Islamabad – Tehran – Istanbul) col patrocinio dell’Economic Cooperation Organization (struttura interstatale nata nel 1985 dall’accordo trilaterale tra Turchia, Iran e Pakistan, e successivamente allargatasi ai Paesi dell’Asia Centrale post-sovietica ed all’Afghanistan) si inserisce in un programma di interconnessione commerciale eurasiatica volto a superare il sistema di blocchi e contrapposizioni costruiti per mantenere inalterato il controllo egemonico nordamericano in Europa e Medio Oriente, e per ritardare l’evoluzione dell’ordine globale verso un modello realmente multipolare. In questa analisi si cercherà di comprendere quali siano le prospettive reali del progetto di integrazione eurasiatica partendo proprio dal rinnovato slancio cooperativo all’interno dell’ECO.

Ad oggi, il Pakistan non ha ancora ceduto alle pressioni delle Monarchie del Golfo e degli Stati Uniti per ufficializzare la normalizzazione dei rapporti con Israele attraverso i cosiddetti “Accordi di Abramo”. A prescindere dagli aspetti prettamente ideologici sottolineati dal Primo Ministro Imran Khan e legati all’eredità politico-intellettuale dei padri fondatori della Nazione Muhammad Ali Jinnah e Muhammad Iqbal, la ragione di fondo si potrebbe ricercare più prosaicamente nel fatto che gli Stati Uniti non hanno, al momento, qualcosa di realmente concreto da offrire in cambio ad Islamabad (al contrario, di quanto avvenuto col Marocco attraverso il riconoscimento della sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale). 

Di fatto, le uniche carte che Washington potrebbe giocare per la conversione totale del Pakistan alla propria causa, in questo preciso momento storico, sembrano essere estremamente ridotte e quasi tutte (dal Kashmir all’Afghanistan) rischierebbero di mettere in crisi i reiterati tentativi degli Stati Uniti di avvicinarsi all’India e di trasformare il Subcontinente in quel “pivot” asiatico anti-cinese di cui il Pentagono ha ribadito la necessità sin dal mandato presidenziale di Barack Obama.

Appare dunque evidente, come l’India di Narendra Modi, votata ad una rapida perdita della propria tradizionale autonomia strategica, risulti fondamentale per gli obiettivi geopolitici nordamericani non solo in termini di contenimento di Pechino ma anche di potenziale proiezione militare nello Xinjiang. L’India, infatti, in linea teorica e considerata la già avviata cooperazione economico-militare tra Islamabad e Pechino, rappresenterebbe l’unica via terrestre per un possibile attacco alla Cina.

È noto come i rapporti tra Stati Uniti e Pakistan siano rapidamente deteriorati a partire dall’ingresso nordamericano in Afghanistan. Ciò è avvenuto soprattutto a causa del continuo doppiogiochismo dell’ISI (il servizio segreto di Islamabad) che ha proseguito per vie traverse a sostenere la guerriglia talebana per tutta la durata del conflitto ed al fatto che il Pakistan ha mantenuto posizioni politiche per il riassetto istituzionale del Paese centroasiatico spesso in aperto contrasto con i desideri di Washington.

Il progressivo allontanamento del Pakistan dal “blocco occidentale” ha conosciuto una notevole accelerazione nel corso degli ultimi anni. Islamabad, infatti, ha espresso in più di un’occasione la volontà di diversificare le proprie forniture in ambito energetico per ridurre le propria dipendenza da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait[1]. In questo contesto deve essere interpretato il rinnovato interesse pakistano per il progetto di creazione di un mercato unico per beni e servizi  attraverso la piattaforma dell’ECO: un’organizzazione votata alla cooperazione industriale ed agricola il cui scopo finale sarebbe la costruzione di un vero e proprio blocco commerciale centroasiatico.

Oltre al collegamento ferroviario ITI, che dal 2021 comincerà a lavorare a pieno regime con la possibilità di espandersi oltre Istanbul e verso l’Europa, trasformandosi in un ramo del progetto infrastrutturale della Nuova Via della Seta[2] (evenienza non del tutto gradita a chi aveva costruito l’Iniziativa Tre Mari e gli stessi Accordi di Abramo come blocco di interposizione tra Europa, area mediterranea, ed il resto dell’Eurasia)[3], la rinnovata vitalità dell’ECO ha dato alla luce altri progetti infrastrutturali inerenti lo sviluppo di oleodotti e gasdotti sulla base di accordi bilaterali tra i diversi membri.

Di particolare interesse, in questo senso, sono sia i potenziali accordi di libero scambio tra Turchia e Pakistan (Ankara ha già fatto sapere che l’accordo sulla vendita di 30 elicotteri T129 per il valore di 1.5 miliardi di dollari ad Islamabad non verrà messo in discussione dalle sanzioni nordamericane alla Turchia collegate all’acquisto del sistema di difesa missilistico russo S-400) o tra Afghanistan e Pakistan, sia la costruzione di gasdotti tra Iran e Pakistan[4], tra Turchia ed Iran (si pensi allo sviluppo del gasdotto Ankara-Tabriz la cui realizzazione rientra nell’accordo di cooperazione strategica tra Pechino e Tehran)[5], e tra Pakistan ed Azerbaigian.

Le potenzialità di sviluppo insite in questi progetti potrebbero conoscere un ulteriore incremento qualora venissero direttamente collegati alle ramificazioni della Nuova Via della Seta (in particolare al Corridoio Economico Sino-Pakistano) o al Corridoio Nord-Sud attraverso il quale la Russia mira a quella proiezione geopolitica nei “mari caldi” che rimane uno degli storici obiettivi strategici di Mosca.

A questo proposito merita particolare attenzione la costruzione del North-South Gas Pipeline (ribattezzato Pakistan Stream Gas Pipeline Project): un progetto di cooperazione energetica tra Russia e Pakistan che sta portando ad un rapido riavvicinamento tra Mosca e Islamabad ed alla graduale spinta verso una reale cooperazione strategica tra i due Paesi.

Nel giro di pochi anni si è avuto modo di notare come le relazioni tra i due Paesi abbiano fatto un notevole salto di qualità passando dalla semplice cooperazione in ambito anti-terroristico ad investimenti per svariati miliardi. Durante la visita in Pakistan nel dicembre del 2019, il Ministro dell’Industria e del Commercio Denis Manturov, accompagnato da un’ampia delegazione di personalità legate al commercio della Federazione russa, ha promesso investimenti nel settore energetico per oltre 14 miliardi di dollari[6] aprendo la via a quello che risulta essere il più grande accordo russo-pakistano dai tempi degli aiuti forniti dall’URSS per lo sviluppo delle acciaierie pakistane a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del XX secolo in un periodo di relativo raffreddamento della tensione tra due Paesi sostanzialmente rivali nell’era della Guerra Fredda[7].

Ora, si rende necessario aprire una breve parentesi proprio su questo punto. Oggi, Russia e Pakistan non si trovano più su fronti opposti come ai tempi della dittatura di Zia ul-Haq e dell’intervento sovietico in Afghanistan. Oggi, Russia e Pakistan, proprio in Afghanistan, si trovano dalla medesima parte. L’obiettivo finale, infatti, è la definitiva stabilizzazione del Paese, la lotta all’ISIS, ed il ritiro del contingente militare nordamericano. Obiettivi che risultano in aperto contrasto con quelle che costituiscono le mire indiane sull’Afghanistan. Nuova Delhi, infatti, preferisce di gran lunga uno Stato fallito a Kabul, con un’ampia presenza statunitense, piuttosto che un potenziale governo afghano alleato di Islamabad o, peggio ancora, della Cina.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali, il rapido deteriorarsi dei tradizionali ottimi rapporti tra Russia ed India è un dato di fatto. In questo senso, l’avvicinamento della Russia al Pakistan si può anche interpretare con la volontà di Mosca di dimostrare a Nuova Delhi di possedere un’alternativa qualora questa decida definitiva di svolgere il compito che Washington le ha assegnato nella sua strategia asiatica.

Ad onor del vero, esistono già diversi indicatori in questo senso. Oltre alla drastica riduzione nell’acquisto di tecnologia militare dalla Russia in favore di importazioni da Israele, e gli accordi di intelligence con gli Stati Uniti[8], ha fatto particolare scalpore la tesi di Subramaniam Swamy (uno dei principali ideologi del BJP di Narendra Modi, nonché delle “affinità elettive” tra sionismo ed hindutva) secondo la quale la Russia non sarebbe affatto un’amica dell’India. La Russia, nelle parole di Swamy, non sarebbe altro che una dittatura votata all’espansionismo (idea non particolarmente originale visto che i documenti prodotti dal Dipartimento della Difesa USA e dai Think Tank ad esso collegati affermano più o meno le stesse identiche cose) il cui attuale rapporto privilegiato con la Cina (Swamy fa preciso riferimento al fatto che Xi Jinping abbia definito Vladimir Putin come uno dei suoi “migliori amici”) impedirebbe ogni tipo di relazione amichevole con l’India. La Russia, continua l’ideologo, è stata al massimo amica della famiglia Nehru ma mai dell’India[9]. Lo stesso acquisto del sistema S-400 (costruito con componenti cinesi) da parte dell’India avrebbe, secondo Swamy, ritardato il definitivo allineamento di Nuova Delhi con la strategia anti-cinese di Washington.

Conoscendo la capacità persuasiva degli strumenti di propaganda in mano al Partito al potere in India, non ci si dovrebbe meravigliare se una simile tesi venisse rapidamente accettata e diffusa tra le masse. Lo storico indiano Abraham Eraly ha affermato a più riprese come gli Indiani moderni non dovrebbero affatto riconoscersi in un’immagine della loro storia che è stata continuamente distorta tanto dall’imperialismo britannico quanto dal nazionalismo indiano[10].

A differenza della teoria sincretica Samyavada del pur controverso Subhas Chandra Bose che riconosceva nell’Era Moghul una delle più alte manifestazioni della storia indiana[11], gli ideologi della dottrina hindutva, ad esempio, hanno scientemente preferito produrre una visione nazionalista (oggi largamente accettata) in cui l’Islam veniva percepito come un nemico anche peggiore dell’imperialismo britannico.

Le capacità di persuasione e penetrazione culturale della rete collegata al BJP ed a Narendra Modi (già in ottimi rapporti con la compagnia lobbistica nordamericana APCO Worldwide), anche a livello internazionale, è stata provata dalle campagne di disinformazione e di costruzione del consenso legate all’ambiguo Srivastava Group (a sua volta in stretti rapporti sia con l’Asian News Agency che con l’Agenzia Reuters). Tale gruppo si è reso protagonista di operazioni lobbistiche presso le sedi ONU ed UE per screditare il Pakistan a livello internazionale (attraverso la produzione di falsi documenti di altrettanto inesistenti organizzazioni non governative) e per garantire sostegno alle scelta indiana di revocare l’articolo 370 della Costituzione che garantiva una precisa autonomia alla regione del Jammu e Kashmir, optando, nel mentre, per un bilanciamento demografico della stessa che ne favorisca la colonizzazione indù[12] (pratica che ricorda da vicino quelle attuate dal sionismo in Palestina).

Un fatto che ha portato Imran Khan a definire l’India di Modi alla stregua di Paese esportatore di estremismo. Accusa (forse) non del tutto accettabile da un Paese come il Pakistan che si è reso colpevole a più riprese del medesimo crimine, ma che rende bene l’idea della parabola “occidentalista” che sta conoscendo l’India.

Di fatto, ad oggi, il Pakistan, qualora risulti capace di mantenere le attuali posizioni e di perseguire con costanza il proprio reale interesse nazionale (come affermato dal Ministro dell’Energia Omar Ayub Khan)[13], potrebbe svolgere concretamente un ruolo fondamentale nel processo di integrazione eurasiatica consentendo, tramite il Corridoio Economico Sino-Pakistano ed i progetti di cooperazione con la Russia, quell’accesso ai “mari caldi” che consentirebbe all’Unione Economica Eurasiatica ed alla Cina di eludere il contenimento nordamericano.


[1]Si veda Away from Gulf. Pakistan set to import oil and gas from Central Asia, www.tribune.com.pk.

[2]Islamabad – Tehran – Istanbul train to launch in 2021 connecting Asia to Europe, www.islamabadscene.com.

[3]Il collegamento ferroviario, di fatto, riduce i tempi di viaggio delle merci dal Pakistan all’Europa a 11 giorni contro i 45 della tradizionale navigazione via mare.

[4]L’Iran, dopo i continui tentennamenti di Nuova Delhi (più aperta alla collaborazione con l’asse Riad-Tel Aviv), ha fatto sapere di aver rinunciato al sostegno indiano per la costruzione del progetto ferroviario nella città portuaria di Chabahar. Si veda India dropped from Iran’s Chabahar railway project, www.middleeastmonitor.com.

[5]Si veda a questo proposito Il declino USA e l’asse islamico-confuciano, www.eurasia-rivista.com.

[6]Russia looks to invest in Pakistan in a big way, www.rt.com.

[7]Sulla cooperazione tra URSS e Pakistan nello sviluppo dell’industria dell’acciaio si veda il sito ricco di preziose informazioni al riguardo www.paksteel.com.pk.

[8]Si veda Stati Uniti, India e l’accordo sull’intelligence anti-Cina,  www.startmag.it.

[9]Si veda S. Swamy, Russia is not a friend, www.sundayguardianlive.com.

[10]A. Eraly, Il trono dei Moghul, Il Saggiatore, Milano 2013, p. 16.

[11]Si veda S. Chandra Bose, The Indian Struggle 1920-42, Bose Sugata 1997, pp. 32-33.

[12]Sul ruolo del Srivastava Group si vedano The dead professor and the vast pro-India disinformation campaign, www.bbc.com; EU NGO report uncovers Indian disinformation campaign, www.aljazeera.com

[13]Si veda Pakistan Stream Gas Pipeline Project: Pak-Russia Strategic Partnership, www.dailynews.com.pk.

Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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