India-Cina: cooperazione pragmatica per non cedere al bullo statunitense
I dazi di Donald Trump stanno ottenendo i primi risultati concreti, anche se probabilmente non quelli sperati dal dealer della Casa Bianca. Una delegazione guidata da Wang Yi, Ministro degli Esteri cinese, è stata in visita in India il 18 e il 19 agosto. I tre incontri principali sono stati con S. Jaishankar, omologo indiano di Yi, con Ajit Doval, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, e con il Primo Ministro Narendra Modi.
La visita è avvenuta in occasione del ventiquattresimo Round di colloqui tra Pechino e New Delhi sulla disputa territoriale, quello che è in tutti i sensi il più profondo punto di rottura tra i due colossi asiatici. L’incontro ha segnato una tappa importante nel processo di riavvicinamento e riallineamento tattico tra le due potenze. Entrambe, infatti, condividono la volontà di fronteggiare il tentativo statunitense di ristrutturare unilateralmente l’ordine globale attorno a relazioni bilaterali in cui Washington rappresenta il centro nevralgico.
La disputa territoriale
La contesa sui confini tra Cina e India affonda le radici in retaggi coloniali, in particolare nella Linea McMahon stabilita nel 1914 durante la Convenzione di Simla tra l’India britannica e il Tibet. La Cina, non riconoscendo l’indipendenza del Tibet, ha sempre rifiutato quel confine. La situazione si complicò nel 1950 quando l’Esercito Popolare di Liberazione della neonata Repubblica Popolare Cinese annetté il Tibet e Pechino e New Delhi si ritrovarono a condividere un confine diretto.
Il primo conflitto aperto scoppiò nell’autunno del 1962, dopo il fallimento delle trattative tra Mao Zedong e il primo premier dell’India Jawaharlal Nehru per il controllo di una parte di territorio himalayano. Lo scontro durò poco più di un mese e si concluse con un cessate il fuoco dichiarato unilateralmente dalla Cina. Da allora i territori sono delimitati dalla cosiddetta “Linea di Controllo Effettivo,” un confine informale che non è segnato né sul terreno né sulle mappe e che dunque continua a essere causa di scontri tra i due eserciti. L’ultimo episodio, nonché il più grave tra i due Paesi in oltre mezzo secolo, è avvenuto nel giugno 2020 nella valle di Galwan, dove venti soldati indiani persero la vita. Da allora le relazioni sono deteriorate drasticamente, almeno fino all’ottobre scorso.
Pace o tregua
“Le nostre nazioni devono guardare avanti. Dobbiamo essere guidati dai tre principi di reciprocità: rispetto, sensibilità e interesse reciproci. Le differenze non devono diventare contese e la competizione non deve trasformarsi in conflitto.” Così ha dichiarato il Ministro degli Affari Esteri indiano di fronte alla sua controparte cinese durante il discorso di apertura il 18 agosto. Dal lato cinese, Wang Yi ha menzionato pace e rinascita come fattori cruciali per un successo reciproco (https://www.youtube.com/watch?v=BG0QrSvw_Vg). Le parole dei due ministri segnalano una forte volontà di consolidare, almeno per il momento, una coesistenza pacifica che possa supportare questa ricalibrazione delle relazioni internazionali. Entrambi i Paesi sono consapevoli che il rafforzamento dei loro legami è una risposta necessaria per fronteggiare quelli che la diplomazia cinese ha definito “atti di bullismo unilaterale”.
Resta però difficile credere che questo riavvicinamento tra India e Cina possa essere permanente. Come osserva lo stratega cinese Andrew Kapilong, le concessioni permanenti sulle questioni territoriali sono altamente improbabili (https://www.youtube.com/watch?v=swIh5d5qiGc). Quello che si prospetta è un congelamento delle tensioni dettato dalla necessità di affrontare l’attuale situazione globale, ma senza vera fiducia reciproca.
Confine sotto controllo, ma la fiducia è ancora lontana
“Ho avuto un incontro meraviglioso l’ultima volta a Pechino e sono felice che da quel momento ci sia stata una tendenza al miglioramento. I confini sono stati tranquilli. C’è stata pace e tranquillità.” Con queste parole il Consigliere per la Sicurezza Nazionale indiano ha aperto il suo dialogo con la delegazione cinese. Doval ha ricordato il ventitreesimo round di colloqui sulla disputa territoriale tra India e Cina avvenuti a Pechino lo scorso ottobre, quando era stata concordata una parziale demilitarizzazione lungo la Linea di Controllo Effettivo. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha confermato il trend positivo riassumendo così le trattative degli ultimi giorni: “Le due parti hanno raggiunto una nuova intesa comune, concordando di attuare una gestione e un controllo normalizzati, mantenere pace e tranquillità nelle aree di confine, affrontare in modo appropriato le questioni sensibili e avviare negoziati sui confini nelle aree in cui le condizioni lo consentono.”(https://www.youtube.com/watch?v=JIeLFLusbQE ).
Se la questione territoriale appare in via di normalizzazione, un altro nervo scoperto impedisce all’India di fidarsi della Cina: la questione del terrorismo. Per New Delhi, terrorismo significa principalmente Pakistan e l’amicizia tra Pechino e Islamabad è estremamente duratura e solida, con il Dragone che continua a garantire copertura diplomatica e fondamentale supporto militare all’alleato storico.
Tuttavia, la mancanza di fiducia non è unilaterale. Negli ultimi 25 anni di relazioni bilaterali, Washington ha lavorato per consolidare i rapporti con l’India in chiave anti-cinese. La preoccupazione di Pechino è che la durata di questo disgelo con l’India dipenda tutto dal futuro delle relazioni di New Delhi con Washington. “Quando una donna orgogliosa litiga con il suo corteggiatore, può flirtare con un altro — non per autentico interesse, ma per mettere sotto pressione il primo e rafforzare la propria posizione negoziale. Se però il secondo corteggiatore non vuole essere usato come strumento di pressione, farebbe bene a non scambiare quei segnali per un impegno reale,” metafora con cui Zhanf Sheng, un osservatore di lunga data dell’Asia Meridionale, ha descritto il triangolo India-Stati Uniti-Cina.
In questa relazione complessa, un dato appare chiaro: India e Cina stanno entrando in una forma di cooperazione pragmatica. Non si fidano ancora l’una dell’altra ma dialogano molto di più. Entrambe mosse della loro ricerca di salvaguardia degli interessi nazionali e della determinazione a non permettere più a un singolo Paese di dettare unilateralmente le regole del gioco.