Cina, quindici anni avanti a noi tra disciplina e contraddizioni
Shanghai. 25 milioni di abitanti.
«Dopo il Covid siamo diventati poveri», racconta la guida in un ottimo italiano – impressionante come tutte le guide più giovani lo abbiano studiato in Cina, all’università, e non in viaggio. La crisi ha colpito duro: molte aziende private hanno licenziato, i giovani si sacrificano per conseguire una laurea e logicamente rifiutano i lavori manuali, mentre migranti dalle campagne riempiono fabbriche – e cucine, e hotel.
Il mercato immobiliare è proibitivo. In centro, il prezzo medio sfiora i 12.500 euro al metro quadro, con punte doppie; per dimezzarlo serve andare ad un’ora di metropolitana dal centro città. I tassi dei mutui sono scesi dal 4-5% al 2,8%, ma per la maggior parte della popolazione l’acquisto di una casa resta un sogno lontano. Intanto, il debito cresce senza freni nonostante questa deflazione dei tassi (meccanismo rischioso, se si avvita su sé stesso e sulle aspettative…)
Del comunismo sopravvive la proprietà della terra: tutta statale o delle cooperative agricole, concessa per 50 anni agli edifici commerciali e 70 a quelli residenziali. Il resto dell’economia è saldamente privato.
La religione ufficialmente è libera. Le guide ripetono il copione “Siamo in maggioranza atei ma la religione è libera… anche se siamo in maggioranza atei”. La formula apre e chiude ogni discorso, segnalando scarsa spontaneità. Sul campo l’osservazione rivela una vitalità ben superiore a quella ammessa: templi buddhisti affollati anche di giovani, offerte e preghiere in ogni angolo.
Pechino, 22 Milioni di abitanti.
Treno veloce: puntualità al minuto in partenza ed arrivo. Fuori dalle metropoli, la campagna mostra un volto ordinato ma povero: case fatiscenti, cantieri di enormi complessi residenziali, tra rilocalizzazione e speculazione. I campi sono curatissimi e ordinati come nella migliore Pianura Padana.
La Cina colpisce per disciplina e organizzazione: strade pulite, infrastrutture perfette, treni puntuali al secondo. Telecamere ovunque. Un’autorità confuciana, che però teme il proprio popolo e lo controlla in ogni modo. È un Paese quindici anni avanti nella tecnologia, nei servizi, nella cultura del lavoro, ma anche quindici anni avanti nei problemi: crollo demografico, bolla immobiliare, crescita economica ormai insufficiente.
Su certi temi, la conversazione si interrompe di colpo. Come quando la guida domanda: «Avete mai sentito parlare degli uiguri?» e, davanti al silenzio dell’autobus, conclude: «Bene, siete occidentali buoni».
Xi’an. 8 milioni di abitanti
Sempre in treno veloce si arriva a Xi’An, capitale storica, città universitaria dove un’altra guida parla del sistema educativo. L’istruzione è altamente selettiva: solo il 20% degli studenti passa l’esame di accesso alle scuole superiori pubbliche, e la preparazione richiede corsi privati rigorosamente in nero. In alcune città, per entrare nelle scuole migliori si pagano tangenti fino a 40.000 euro.
Chengdu. 21 milioni di abitanti.
Altro treno veloce, altra città. Il peso della demografia malata si sente. Si va in pensione ancora al massimo a 60 anni, ma le persone sono coscienti che non potrà durare. Bracci robotici fanno il caffè (in un bar turistico), ma negli hotel è un robot a fare da fattorino per il cibo da asporto. Già, l’asporto: i cinesi non cucinano, non fanno la spesa. Quattro città, quattro negozi di alimentari ma cibo da strada e ristoranti ovunque. Mangiano in continuazione per strada, e sono grassi. Ostentano il consumo di cibo come ogni popolo sfuggito alla fame, qui in un percorso durato pochi decenni: a occhio e croce, è obeso più che un cinese su due. Cellulari ovunque e consumismo spinto. Il centro commerciale più grande al mondo è qui a Chengdu, e include una spiaggia con una sorta di “mare al chiuso”, acquapark e resort, ristoranti su ristoranti, e una piccola “scuola di programmazione” per robot giocattolo, per avvicinare i bambini al tech sin da piccoli. Divertimenti “trash” ed educazione tecnologica, consumismo su consumismo ma per marchi locali – i pochi grandi brand internazionali sono quasi tutti in centro a Pechino: la Cina sembra bastare a sé stessa, e anche a Shanghai quasi nessuno parla inglese e i pochi che lo parlano masticano in realtà solo qualche parola.
Il paese si è richiuso, almeno mentalmente, ma Mao è solo una statua in centro città a Chengdu. Del Grande Timoniere, nemmeno più i testi nelle librerie, dove invece capeggiano sempre gli scritti di XI Jinping. Il nazionalismo militarista è solo una campagna di reclutamento su megaschermi in centro o su quelli dei treni, beatamente ignorata: questo non sembra un popolo pronto, anche solo fisicamente, alla guerra. Taiwan è già indicata come Cina su tutte le mappe, anche quelle nelle concessionarie delle modernissime auto elettriche: tornerà alla madrepatria perché comprata, non con la forza. Tutti dicono “non siamo come i russi: loro amano la guerra e l’alcool, noi no”. I cinesi sono apatici rispetto alla politica, interna o estera che sia: decidono “i comunisti” (i membri del Partito). Poi ci sono “i ricchi”, quelli che pagano pregiate varietà di the antico decine e decine di migliaia di Euro all’etto: serve, ci spiegano, anche come regalo prezioso per funzionari e decisori. La tangente è grammatica universale del Paese di Mezzo, accettata con rassegnazione. “Noi cinesi siamo abituati così: qualcuno pensa per noi da millenni, o sceglieremo noi di essere liberi o sarà inutile. Io ero a Tienanmen: allora fu, in effetti tutto inutile”, conclude, rassegnata, la nostra guida pechinese.