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Da Alessandro Magno ai Moghul, l’India crocevia di civiltà

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Da Alessandro Magno ai Moghul, l’India crocevia di civiltà

L’India da sempre ha suscitato un fascino particolare nell’immaginario collettivo. Fin dai tempi dell’antichità l’India era vista dai greci e dai romani come terra leggendaria, per le scarse conoscenze sul suo territorio e sui suoi popoli. Gli storici dell’antichità la confinavano all’estremità del mondo, là dove il mito si congiungeva con la leggenda. I grandi dell’antichità greca, come il macedone Alessandro, cercarono di esplorarne il territorio, alla ricerca quasi spasmodica di creare una delle prime grandi globalizzazioni della storia dell’umanità. Alessandro giunse sino alle rive del fiume Gange, al confine con l’attuale Pakistan.

L’impresa di mappare il territorio indiano ad est del fiume Gange risultò fallimentare a causa delle rivolte dei suoi eserciti, ormai stanchi e logorati da innumerevoli campagne militari dopo sette anni lontani da casa. L’incompiuta spedizione, tuttavia, non vanificò i meriti di Alessandro in terra asiatica. Il Re dei Re del defunto Impero Persiano riuscì nell’impresa di conciliare due mondi, quello greco-occidentale e quello orientale in una prima formazione embrionale di globalizzazione intercontinentale. Di fatti dalla sua morte a Babilonia nel 323 a.C. venne inaugurata quella che gli storici dell’antichità definirono età ellenistica. Fu un’epoca longeva che durò per altri tre secoli, fino a quando l’ultima superstite della casata dei Tolomei Cleopatra non scelse di togliersi la vita assieme al suo amante Marco Antonio, a seguito della decisiva sconfitta ad Azio nel 31 a.C. subita dal vecchio luogotenente di Cesare, per mano delle flotte navali di Ottaviano, divenuto poi Augusto, e de facto Imperatore di Roma.

L’India nel corso dell’età moderna è stata un agglomerato di realtà straordinariamente eterogenee e classiste. Come sia riuscita l’élite islamica a dominarla sul piano politico, tenendo conto che gli indù rappresentavano il 90% della popolazione totale, rappresenta una domanda legittima per la comprensione delle sue vicende storiche. Una risposta a questo quesito ce la offre lo storico indiano Abraham Eraly, originario dello stato del Kerala e già docente di Storia dell’India in Chennai e negli Stati Uniti. In uno dei suoi libri “Il trono dei Moghul” l’accademico indiano esamina accuratamente le vicende dinastiche dei Moghul, che segnarono profondamente i cambiamenti politici e sociali nella tribale struttura indiana.

Originariamente l’Impero Moghul comprendeva un territorio che agglobava al suo interno l’India, il Pakistan, il Bangladesh e il sud dell’Afghanistan. Il fondatore della dinastia imperiale fu Babur, giovane notabile di uno dei quattro Khanati che si costituirono dopo la morte di Gengis Khan. Babur acquisì lo Chagatai in virtù del suo lignaggio imperiale. Infatti, dal lato paterno era nipote del Sultano di Herat, Abu Said Mirza, pronipote di Tamerlano, eroe dei tartari. Da parte di madre suo nonno era Yunus Khan di Tashkent, il Gran Khan dei Mongoli discendente per linea diretta con Gengis Khan, fondatore e conquistatore di un vasto impero che si estendeva dall’estremità orientale dell’Asia per confinare con i grandi regni cristiani dell’Europa orientale. Il sogno di Babur per la costituzione di un grande impero, che potesse emulare per grandezza le imprese dei suoi avi lo accompagnò nella programmazione di una spedizione di conquista in quel di Kabul. L’occupazione dell’odierna città afghana non appagò le sue ambizioni di grandezza e di conquista. Le sue attenzioni erano dirette verso l’India.

L’intenzione di dominare l’India aveva delle motivazioni di carattere economico, essendo una terra più ricca e fertile del suolo afghano, caratterizzato invece da un territorio prevalentemente montuoso. I progetti imperialisti di Babur si scontrarono, almeno nella sua fase iniziale, con delle problematiche di carattere geografico. La catena montuosa dell’Hindu Kush, conosciuta in Occidente con il nome di Caucaso Indiano, ai tempi di Alessandro Magno e spesso rievocata nella mitologia greca dalle imprese di Eracle e Dionisio, separava l’Afghanistan dalle fertili pianure del Punjab, nell’attuale Pakistan. Le difficoltà dell’impresa non preoccuparono la causa ancestrale di Babur volta alla conquista dell’India. Infatti, tra il 1519 e 1526 grazie al sostegno del suo esercito dotato di una micidiale artiglieria Babur conquistò una porzione considerevole dell’India.

L’ultimo passo verso la consacrazione eterna in terra asiatica fu l’ingresso nella città di Delhi, che gli permise di diventare padrone incontrastato della pianura del Gange. Babur, nella sua celebre autobiografia Baburnana, narra stupendamente le caratteristiche e le peculiarità dell’India da lui definita meravigliosa. Nella sua memoria il Re dei Moghul si cimenta nella trattazione di temi differenti come l’agricoltura, la stagione delle piogge, i costumi locali, la moda e la religione. Nell’opera Babur si improvvisa anche zoologo raccontando la vita degli elefanti. La conoscenza di questi pachidermi in Europa era nota da tempi immemori.

La loro comparsa fu testimoniata durante gli scontri militari tra l’esercito di Alessandro e il Re Poro in una delle ultime imprese belliche del conquistatore macedone in Asia. Più tardi anche Pirro, re dell’Epiro alleato con Taranto in funzione antiromana ordinò lo sbarco di venti elefanti in Italia. Lo stesso Annibale, il più grande nemico della storia repubblicana romana, varcò le Alpi con al seguito qualche decina di elefanti. Noto fu l’affetto e la cura del futuro sacro romano imperatore Carlo Magno per un elefante albino donatogli dal califfo di Baghdad Harun al-Rashid nel 798.

Alla morte di Babur, si insediò sul trono imperiale Moghul il nipote tredicenne Akbar. Sin dal primo giorno del suo insediamento dovette scongiurare delle rivolte in Afghanistan e a Delhi. Crescendo Akbar si dimostrò particolarmente abile nelle vesti di politico. L’imperatore comprese quanto potente potesse essere lo strumento sociologico della tolleranza, imponendo all’élite islamica il rispetto e la libertà di culto della maggioranza indù, allo scopo di spegnere sul nascere eventuali scontri di natura ideologica e religiosa. Gli anni della sua amministrazione furono contraddistinti dall’abrogazione delle tasse nei confronti della maggioranza-minoranza induista e dei luoghi sacri, come previsto dalla legge islamica, riconoscendoli come sudditi e non come popolazione conquistata, sottomessa, inerme. Fu anche promotore e sostenitore dell’abolizione della schiavitù inaugurando un periodo di pace e prosperità in tutto l’impero.

La grandezza di Akbar si ricerca nella sua capacità di amministrare e amalgamare le varie nazionalità dell’impero unendo turchi, iraniani, afghani, indù e musulmani. L’abrogazione della schiavitù, con la promozione della tolleranza religiosa rendeva la società indiana più avanzata nel rispetto dei diritti umani all’Europa, ancora ancorata a schemi ideologici e ai preconcetti di estrazione sociale. Per di più Akbar fu anche promotore della meritocrazia, garantendo a chiunque la possibilità, a prescindere dall’estrazione sociale, di aspirare a raggiungere i massimi vertici della società indiana. Un altro degli elementi che caratterizzarono la sua figura fu l’interesse per la letteratura europea. Akbar si interessò particolarmente alla lettura del Leviatano di Hobbes avvallando l’idea di una monarchia assoluta nel testo Akbarnama “la cronaca del regno di Akbar”. Sul piano culturale Akbar promosse un salone di discussione intellettuale chiamato Casa di Culto, in cui induisti, musulmani, cristiani e zoroastriani potevano discutere liberamente sui problemi del loro tempo. L’istituzione della Casa di Culto anticipò di ben duecento anni la nascita in Europa dei primi caffè letterari, sorti solo con l’avvento dell’Illuminismo.

A livello di gestione territoriale Akbar requisì molte terre, che entrarono poi a far parte del tesoro dello stato. Il loro sequestro favorì un programma di distribuzione delle terre, da offrire ai nobili della società indiana sotto forma di sovvenzioni temporanee, così che non potessero essere legati alla terra materialmente. L’idea della concessione fa dedurre che all’epoca l’amministrazione statale preferiva governare le periferie attraverso una sorta di sistema feudale, che ricorda quella voluta da Carlo Magno per garantirsi la fiducia e la lealtà dei suoi vassalli.

I successori dei due grandi sovrani Moghul dimostrarono la propria inadeguatezza nella gestione di un vasto e complesso Impero. Tra questi è opportuno menzionare Jahangir e Sege Shahjahan. Il primo era interessato più al consumo di droghe e alcol che all’amministrazione del regno e manifestò una politica xenofoba nei riguardi della maggioranza indù. Il secondo, invece, è ricordato per aver cacciato i portoghesi che commerciavano nella penisola del Bengala non cogliendo i cambiamenti epocali determinati da una nuova globalizzazione. Le scoperte geografiche in America, l’entrata nello scacchiere geopolitico mondiale dell’Europa, e in primis dell’Inghilterra per nome della regina Elisabetta I, che concesse la patente reale ai commercianti inglesi per la costituzione della Compagnia delle Indie orientali produssero delle modifiche irreversibili sul piano economico internazionale.

In questo sfondo storico è da collocare l’inizio dell’inesorabile declino dell’Impero Moghul che si dimostrò incapace di affrontare la nuova sfida globale. Le cause della caduta del glorioso Impero furono determinate dall’assenza di un vero competitore nella scena asiatica sul piano militare e politico. Di fatti, a parte i problemi sociali interni la dinastia Moghul non ebbe modo di temere aggressioni dall’esterno per mano di forze straniere. Le uniche potenze asiatiche, vale a dire l’Impero Ottomano e l’Impero Safavide non mostrarono interessi per compiere delle campagne militari in una terra lontana come quella indiana. In Europa, al contrario, la tecnologia si sviluppava rapidamente, a causa delle pretese delle potenze monarchiche di adoperarsi di un arsenale bellico evoluto che avrebbe potuto scongiurare attacchi militari da parte di nazioni ostili. Un altro fattore che accompagnava il lento sviluppo scientifico e tecnologico fu l’isolamento internazionale e il disprezzo che gli eredi di Babur e Akbar nutrirono per le altre culture.

L’ultimo imperatore Moghul sarebbe stato Bahadur Shah II deposto nel 1857 dopo che la lunga manus dell’Inghilterra aveva influito sulla destabilizzazione del potere politico. Dal 1858 l’India sarebbe diventata di fatto un protettorato dell’Inghilterra sotto l’autorità della regina Vittoria, la quale cinse la corona di Imperatrice d’India nel 1877. La conquista dell’India divenne la punta di diamante dell’imperialismo e del colonialismo inglese inaugurando un cambio degli equilibri nelle relazioni internazionali.

Questo racconto, ci dice molto su quelli che possono essere gli effetti della globalizzazione. La storia da sempre è stata testimone delle vicende che hanno portato alla scomparsa dalle cartine geografiche dei grandi Imperi e delle grandi realtà nazionali. Le loro colpe stavano nel fatto di non aver mai avanzato e progettato un programma strutturale a medio-lungo termine, che guardasse al futuro e comprendesse quei meccanismi complessi che fanno della globalizzazione una delle più grandi indagini di studio.

Fonti

Nato a Bitonto (Bari) il 23 ottobre 1993, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze Storiche presso l'Università degli studi di Padova, dopo essersi laureato in Storia e Scienze Sociali all'Università degli studi di Bari "Aldo Moro". Esperto in Storia Contemporanea, ha elaborato una tesi di laurea magistrale in Storia delle Relazioni Internazionali sull'Islam radicale nel contesto balcanico, durante i conflitti multietnici che devastarono la Jugoslavia nell'ultima decade del XX secolo.

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