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Turchia e Russia: alleati o nemici?

Turchia e Russia: alleati o nemici?

Dalla Libia alla Siria, la cooperazione tra Russia e Turchia viene descritta come la chiave di volta della geopolitica nello spazio del Mediterraneo orientale. A sua volta, la Turchia viene considerata come in “uscita dalla NATO” sulla base dell’acquisto del sistema di difesa antiaereo russo S-400 e di un rapporto altalenante con gli Stati Uniti. Tuttavia, dietro ciò che a prima vista sembrerebbe essere un “asse” in fase di consolidamento si nascondono delle insidie che si cercherà di mettere in luce in questa analisi.

In primo luogo è bene ricordare che considerare la Turchia in “uscita dalla NATO” in virtù dell’acquisto del sistema S-400 è quantomeno riduttivo. Al contrario di quanto spesso viene scritto, la Turchia non è stata il primo Paese membro dell’Alleanza Atlantica a commerciare militarmente con la Russia. Senza andare troppo lontano, nel 2013 la Grecia fece suo il sistema russo S-300 (predecessore dell’attuale S-400). E, inoltre, non bisogna dimenticare che la Turchia, tra il 2010 ed il 2019, è stata uno dei maggiori acquirenti del comparto industriale-militare nordamericano. La stessa esclusione di Ankara dal programma di sviluppo dei caccia F-35, più che dagli attriti interni alla NATO, è legata alle pressioni israeliane su Washington affinché l’acquisizione turca del cacciabombardiere non “minacci” la supremazia aerea di Tel Aviv nella regione già messa a rischio dalla presenza russa in Siria.

Il tentato golpe del 2016 ha indubbiamente avuto dei riflessi negativi sulla percezione del ruolo dell’Alleanza nella politica interna della Turchia. La storia recente del Paese (almeno degli ultimi 70 anni) è infatti un susseguirsi di interventi militari e di tentativi di “stabilizzazione democratica” a cui l’egemonia politico-culturale dell’AKP ha cercato di porre la parola fine.

Tuttavia, in questo preciso istante storico, né la Turchia né la NATO possono fare a meno l’uno dell’altra. Per quanto affascinato dall’idea di una politica estera propulsiva e completamente autonoma, il Presidente turco sa bene che è in virtù dell’art. V del Trattato Atlantico (quello che sancisce l’intervento di tutti i contraenti qualora uno di essi venga direttamente attaccato) che la Turchia, oggi, può operare tranquillamente sotto l’ombrello NATO senza correre il rischio che un Paese terzo la attacchi a meno di non voler scatenare un conflitto di vaste proporzioni e dall’esito quantomeno incerto.

L’attivismo turco in Siria, di fatto, è stato garantito dall’operazione NATO Active Fencevolta a proteggere il Paese da eventuali attacchi diretti provenienti dalla Siria. E lo stesso recente intervento turco in Siria, noto come “Operazione Sorgente di Pace” (il terzo dall’inizio del conflitto), a prescindere dalla retorica ufficiale, è stato a più riprese plaudito dagli strateghi del Pentagono che in esso hanno visto una garanzia per prolungare il conflitto a tempo indeterminato e per impedire una rapida ripresa economica del Paese levantino grazie alla cooperazione con gli Stati confinanti.

Il ruolo turco nel conflitto siriano, sin dal principio, è stato assolutamente in linea con i desideri di Washington. Ankara ha giocato un ruolo particolarmente nefasto nell’infiltrazione di miliziani gihadisti in Siria e nel loro rifornimento. La Russia, a questo proposito, ha a più riprese mostrato le prove del contrabbando di petrolio siriano e iracheno attraverso il confine turco ad opera del cosiddetto Stato Islamico.

In questo contesto, l’unica fonte di attrito tra Turchia e Stati Uniti è stata determinata dalle sorti dell’enclave curda costituita nel nord della Siria (sotto protezione nordamericana e israeliana) allo scopo di proseguire nel saccheggio delle risorse siriane nel momento in cui la posizione dello Stato Islamico si era fatta estremamente precaria grazie allo sforzo congiunto russo-siro-iraniano.

Sebbene la creazione di un’entità statuale curda rappresenti un progetto sostenuto a più riprese (almeno a partire dagli anni ’60) da parte di Israele e, successivamente, degli stessi Stati Uniti, chi scrive è dell’idea che tale progetto sia stato (momentaneamente) “congelato” per evitare di perdere un alleato strategico che, nel contesto siriano, continua a sostenere i gruppi terroristici sul fronte di Idlib (non dovrebbe sorprendere che la Turchia abbia chiesto agli Stati Uniti di ripristinare l’aiuto economico ai “ribelli” dopo che questo è stato, almeno in veste ufficiale, interrotto) ed a portare avanti un processo di turchizzazione delle aree sottoposte a suo diretto controllo non esattamente in linea con il principio di rispetto dell’integrità territoriale della Siria sancito dagli Accordi di Astana con Russia ed Iran.

A questo proposito, inoltre, non è da sottovalutare il fatto che la Turchia stia scientemente cercando di impedire il riavvicinamento (favorito da Mosca) tra i curdi ed il governo di Damasco. L’obiettivo, neanche troppo velato, è mettere definitivamente gli uni contro gli altri per fare in modo che l’esercito siriano si concentri maggiormente sul nord-est del Paese lasciando respiro ai gruppi filo-turchi nella regione di Idlib. E, per il medesimo motivo, non è da sottostimare la recente rinsorgenza dello Stato Islamico nell’area attorno a Deir Ezzor.

Si è pensato che il “modello siriano”, in cui Russia e Turchia, pur agendo su fronti opposti, cercano di dialogare costantemente in modo da evitare ogni ipotetico confronto diretto, potesse essere applicato anche al caso libico. Tuttavia, in questo caso la situazione è paradossalmente ancora più complicata.

Anche nel contesto libico la Turchia non ha mai interrotto il suo flusso di rifornimenti alle milizie delle Tripolitania. Ed anche in questo caso l’intervento della NATO, più che a determinare un cambio di regime, era rivolto a creare il caos facendo della Libia uno “Stato fallito”: obiettivo (al momento) decisamente raggiunto e “consolidato” dal sostegno a fasi alterne che Washington garantisce, almeno a parole, alle due principali parti in lotta.

Si è fatto spesso riferimento al sostegno russo nei confronti dell’ENL del feldmaresciallo Khalifa Haftar. Un sostegno mai del tutto decisivo (nonostante un recente incremento nell’appoggio tecnico) visto che i trascorsi statunitensi del militare libico non consentono al Cremlino di fare completamente affidamento sulla sua fedeltà.

È risaputo che Mosca non veda affatto di cattivo occhio un rientro sulla scena politica libica della famiglia Gheddafi, considerata come la migliore garanzia per la stabilità del Paese nel lungo periodo. Ed è noto che l’ENL sia stato considerato come l’unico strumento possibile per la realizzazione di tale scopo. Tuttavia, il principale obiettivo russo rimane la costruzione di un triangolo geopolitico nel Mediterraneo orientale che comprenda Libia, Egitto e Siria in modo da liberare l’area dalla presenza nordamericana e da scardinare l’asse Washington-Riad-Tel Aviv ed i loro piani di egemonizzazione regionale del settore energetico. 

Se la Siria è saldamente nell’orbita russa; lo stesso non si può affermare per la Libia (in stato di conflitto) e per l’Egitto. Il caso egiziano è di particolare interesse. La diplomazia russa ha investito non poco nel Paese considerata la sua posizione strategica. Tale sforzo ha prodotto degli effetti interessanti come il rifiuto de Il Cairo a prendere parte al progetto “trumpiano” della NATO araba ed una serratta cooperazione economica che ha fatto dell’Egitto un vero e proprio pivot per la penetrazione russa nel continente africano. Ma la situazione del Paese nilotico, alla pari di quella turca, rimane ancora sostanzialmente ambigua. Alla cospicua presenza del colosso russo Rosneft nel settore gassifero fanno da contraltare le concessioni a gruppi nordamericani in quello petrolifero nel Mar Rosso ed una dipendenza dalle monarchie del Golfo a cui al-Sisi vorrebbe porre la parola fine attraverso la prossima fase di commercializzazione delle risorse energetiche.

Ora, è proprio la partita del gas quella in cui si giocherà il futuro del Mediterraneo orientale con Ankara e Il Cairo che si giocano il ruolo di “fulcro” energetico regionale. In questo caso, l’attivismo con il quale la Turchia ha tagliato in due il fu Mare Nostrum con l’accordo sui confini marittimi con il GAN di Tripoli, mettendo in quarantena il progetto East-Med (sviluppato con il beneplacito degli USA visto il potenziale di riduzione della dipendenza energetica europea dalla Russia), non è affatto disprezzato da Mosca che proprio con Ankara ha recentemente dato il via allo sviluppo del gasdotto TurkStream (studiato come alternativa al SouthStream apertamente boicottato da Washington nonostante l’iniziale adesione dell’Italia e di diversi Paesi dell’area balcanica e mitteleuropea).

Tuttavia, ancora una volta nel lungo periodo, l’azione turca in Libia potrebbe avere degli effetti estremamente negativi per gli interessi russi ed europei. È abbastanza evidente che, assumendo il controllo della Tripolitania, la Turchia andrebbe a controllare le due principali rotte migratorie verso l’Europa aumentando il suo potenziale ricattatorio nei confronti dell’Unione. È altrettanto evidente che, promuovendo l’infiltrazione gihadista in Libia, Ankara possa provocare una ulteriore destabilizzazione sia del Paese mediterraneo (ipotesi assai interessante per Washington) che dei Paesi dell’area sahariana qualora i terroristi si spingessero verso sud, nella regione del Sahel contesa tra Francia (e Stati Uniti) da un lato (gli USA hanno recentemente portato a compimento la creazione di una importante base aerea in Niger) e l’asse sino-russo dall’altro. Questo spiegherebbe anche il fatto che l’Algeria (altro partner strategico russo) percepisca l’operazione turca in Libia alla stregua di una minaccia quasi superiore a quella rappresentata da Khalifa Haftar, definito comunque nei termini di “arrogante” dai vertici militari algerini.

Dunque, se oggi gli interessi russo-turchi sembrano convergere e puntare verso una cooperazione sempre più stretta, non è detto che in un prossimo futuro questi due Paesi, che continuano ad operare su fronti opposti in diversi teatri di conflitto (non è da dimenticare l’ambiguo ruolo turco in Crimea), si possano trovare nuovamente l’uno contro l’altro.

A partire dal 2023 la Siria (con importante partecipazione russa) dovrebbe iniziare ad estrarre gas dalle piattaforme lungo le sue coste. Niente esclude di pensare che la Turchia (nemico assai poco disposto ad assistere ad un nuovo rafforzamento di Damasco) possa assumere la medesima posizione assunta oggi nei confronti della cooperazione energetica tra Grecia, Cipro, Israele ed Egitto. Una posizione che non ha alcun connotato ideologico (i negoziati commerciali turco-israeliani proseguono senza grandi intoppi nonostante la retorica non sempre amichevole tra i rispettivi governi) ma che è semplicemente dettata dalla volontà egemonica di Ankara.

Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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