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Dati, innovazione, sicurezza nazionale: le nuove frontiere dell’impero tecnologico statunitense

Dati, innovazione, sicurezza nazionale: le nuove frontiere dell’impero tecnologico statunitense

Quali sono le prospettive dei campioni digitali statunitensi? Quanto approfonditamente si è sviluppato il legame tra il big tech e gli apparati di sicurezza nazionale di Washington? Con piacere torniamo a discutere con Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes e direttore scientifico della Scuola di Politiche, e lo facciamo su un tema di elevata rilevanza strategica.

Nei suoi studi lei ha a più riprese sottolineato il ruolo cruciale del big tech nella formazione del “capitalismo politico” statunitense. L’attuale fase di crisi con la Cina e la pandemia hanno esaltato la centralità dei giganti del web. La corsa del Nasdaq, la guerra tecnologica con Pechino, gli appalti miliardari segnalano la vitalità del big tech: come è evoluta l’interazione tra gli apparati statunitensi e le aziende strategiche situate sulla West Coast negli ultimi anni?

I giganti digitali americani degli Stati Uniti sono tra i “vincitori” della pandemia, nella cronologia provvisoria in cui viviamo. In sintesi, siccome la nostra vita digitale influenza l’ambito sociale, commerciale, industriale, ancor di più oggi, circolano più soldi e ci sono aspettative maggiori. Soprattutto se guardiamo al futuro e alla trasformazione di alcuni settori. Poi possono esserci variazioni tra le piattaforme e anche momenti di “esuberanza irrazionale” scatenati da alcuni attori. Per esempio, la stessa Softbank  (cfr. https://www.ft.com/content/75587aa6-1f1f-4e9d-b334-3ff866753fa2) di Masayoshi Son, l’uomo col piano trecentennale di cui ho parlato nel mio libro sul capitalismo politico. 

Come evolve il rapporto con la politica? Per esempio, Google paga i suoi lobbisti, perché ha soldi per farlo. Google si fa i suoi esperti sull’etica, sull’intelligenza artificiale. Zuckerberg avvia il suo comitato in cui dice “il bene di Facebook è uguale al bene della sicurezza nazionale degli Stati Uniti“. Come una volta General Motors. Gli interessi evolvono, secondo diverse epoche di maturità e di ipocrisia nella comunicazione. E tali interessi vengono diffusi pagando. 

A essere messa in discussione è stata la mitologia “libertaria” dei grandi imprenditori del web. Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, ad esempio, si sono detti a lungo anti-trumpiani, ma al cambiare delle amministrazioni non hanno mai messo in discussione l’adesione alle linee guida della superpotenza. Ritiene, tuttavia, che alcune imprese abbiano cavalcato con maggior forza il “capitalismo politico”? Microsoft e Ibm, abilissima a cavalcare la rivoluzione digitale per riconvertirsi, sembrano essere particolarmente attive in tal senso.

Lascerei perdere Trump, per non allungare la riflessione. Concentriamoci sui miti. I miti sono importanti e potenti ma possono essere falsi. È questo il caso del “mito” libertario del web. In Italia è stato raccontato nel libro di Baricco “The Game”, che peraltro trovo molto ben scritto. Ma è bene seguire di più le prospettive di chi studia al meglio il rapporto tra tecnologia e società, come fa in Italia e all’estero Juan Carlos de Martin. Lo sviluppo tecnologico degli Stati Uniti, dall’Ottocento al Novecento, è ben poco libertario: è una storia di enormi investimenti in conoscenza, di grandi imprese, di infrastrutturazione, di corporazioni di ingegneri, di apparati militari e di sicurezza. Ci sono intere biblioteche su questo mentre è per ragioni di propaganda che si è creata la consolante favola della tecnologia libertaria.

È molto più importante legare lo sviluppo tecnologico alla “burocratizzazione del mondo”, un tema fondamentale della storia delle idee, su cui scrive pagine importanti Raffaele Alberto Ventura nel suo ultimo libro, “Radical Choc” (Einaudi).

Le aziende del web sono parte di questo processo. Sono “tecnostrutture”. Per comprenderle serve più qualche vecchio libro di Galbraith rispetto alla controcultura richiamata da Steve Jobs nella costruzione del suo mito. Un caso in cui, peraltro, oltre alla genialità del fondatore e al design, sono stati importanti la supply chain, non a caso tema presidiato da tempo da Tim Cook, e gli aspetti finanziari: ma la potenza del mito Apple è che noi non ci abbiamo pensato e non ci pensiamo.

Rispetto alla grande impresa attuale, i giganti tecnologici hanno una certa indipendenza strategica. I loro processi non sono stati pienamente delegati a società di consulenza. Hanno cash, quindi possono pagare il personale, e fare il prezzo. Sono conglomerati. In alcuni casi lo sono tecnicamente, come Samsung, in altri casi la loro ideologia si fonda sul potenziale ingresso in altri settori. Alcuni sistemi (penso a quello cinese) per varie ragioni hanno aziende di settori tradizionali, bancario e assicurativo per esempio, che si adattano maggiormente alla trasformazione digitale, nel mondo occidentale questo è più raro. Vedremo ora questi processi sempre più nella sanità.  

La geopolitica della corsa tecnologica si basa tanto sull’immateriale (i dati) quanto sul materiale (le infrastrutture per il loro flusso). Che armi ha usato Washington per mantenere il controllo sul “petrolio del XXI secolo”? Casi come la presenza dei giganti USA nel cloud europeo Gaia-X segnalano che è ancora l’America la nazione di riferimento in materia?

Nel caso del confronto con l’Europa, la colpa è degli europei. Gli europei non hanno dato importanza alla scala, al contrario degli Stati Uniti. Nella tecnologia, non si può vincere con le microimprese, possiamo dire “piccolo è bello”, ed essere contenti, se vogliamo, ma questo significa essere schiavi di realtà più grandi. Quindi possiamo essere felici, e schiavi, senza accorgercene più di tanto, fino al momento in cui paghiamo il conto. Gli europei non hanno costruito un procurement pubblico in caso di fare i loro interessi. Alcuni europei si sono autodistrutti: questo è il caso di una grande tragedia italiana a cavallo tra i due secoli, la vicenda di Telecom, e di altri casi come Finsiel e Italtel. Non c’è solo Olivetti. La Scuola Reiss Romoli, il CSELT, sono tutti temi che andrebbero studiati nelle scuole, la RAI dovrebbe farci speciali e serie televisive, e almeno Alessandro Barbero una volta dovrebbe parlare di ingegneri italiani del Novecento. Sono le antenne della ricerca e del trasferimento tecnologico a preparare un Paese a essere soggetto e non solo oggetto delle discontinuità, quel modo di stare al mondo che gli Stati Uniti definiscono “prevenire le sorprese”. Quando queste antenne si perdono per strada, si perdono anni preziosi e non si recupera più. 

Le armi dell’università, della ricerca, del trasferimento tecnologico non sono mai state abbandonate dagli Stati Uniti, anche se è ovvio che c’è una crescente incidenza di investimenti privati. Per mantenere il controllo, gli Stati Uniti operano su diversi fronti: la scala, come abbiamo detto, con la presenza di grandi aziende che possono comprare e aggregare; il presidio infrastrutturale, per esempio nei cavi sottomarini e in altri ambiti del sistema nervoso tecnologico; le minacce nei confronti degli alleati, che non sono indipendenti in materia di sicurezza; il “geodiritto”, ovvero quegli strumenti che ho spiegato nel mio libro sul capitalismo politico (CFIUS, BIS, IEEPA, eccetera) con cui i poteri presidenziali e congressuali impediscono ai cinesi di comprare aziende o forzano la loro vendita. La tecnologia inoltre crea “mercati” con situazioni di dipendenza: non è che arriva un operatore X e fornisce servizi competitivi con Amazon nel cloud. Questo semplicemente non è possibile. Non si può colmare il divario in modo semplice. È comunque possibile che su alcune trasformazioni, come quella del 5G, gli americani si trovino in difficoltà, come abbiamo visto, ma a quel punto mettono in campo le loro armi.

La spinta politica ad acquisizioni come quella di TikTok, in cui sembra essersi inserita anche un’azienda esterna al comparto come WalMart, segnala la forza delle pressioni istituzionali circa l’ascesa di concorrenti esteri ai campioni statunitensi?

Pensate di essere un’azienda tecnologica cinese con interessi reali e potenziali (clienti, utenti, fornitori, acquisizioni) negli Stati Uniti. Da un lato pensate “beh, come facciamo ad accreditarci col governo? Andiamo a fare una foto con Trump” e dall’altro, se avete i soldi – e li avete, in genere – costruite legioni di avvocati pronti a difendere le vostre azioni, e reclutate manager americani. Questo può bastare o no, ma è ciò che viene fatto, oltre ad altre operazioni, come lo spionaggio industriale, che però servono solo in determinate realtà.

D’altro canto, le aziende considerate americane hanno inserito nella loro postura, nella loro propaganda, l’americanizzazione. Dieci anni fa potevano dire “la mia missione è connettere l’umanità“. Ora qualcuno risponde loro “bello, ma cosa stai facendo contro i cinesi? Guarda che se connetti l’umanità e vincono i cinesi non va bene”. Allora tutti dicono “sono americano”. Nel caso di TikTok, la pressione è giunta sicuramente da Facebook, perché il suo algoritmo pone Instagram in svantaggi competitivi. 

Parlando di dati e di capitalismo politico non si può pensare a Palantir, la più dinamica tra le private companies a stelle e strisce, l’azienda che prende il nome dalle pietre veggenti di Tolkien. Palantir, si è spesso letto, interpreta meglio di molti colossi più strutturati l’alleanza tra big tech e apparati di sicurezza, proprio perché specializzata nella complessa pratica del data mining. Può spiegarci le motivazioni che la rendono così strategica?

Certo, è un’azienda importante , visto anche il ruolo di Peter Thiel, che ho spiegato in occasione dell’elezione di Donald Trump. Dovrà evolversi e fare acquisizioni, a mio avviso, per diventare un’azienda col rilievo sistemico delle altre. Quello che conta è il suo essere uno specchio del funzionamento degli Stati Uniti: un procurement interno che dà dei frutti e che permette ad alcune realtà di esistere o galleggiare (penso a certe aziende militari tradizionali) e ad altre, come Palantir appunto, di emergere ma con scala importante.

Da questa prospettiva, gli Stati europei devono imparare, facendo crescere le loro aziende. Nei servizi tecnologici, nel contesto europeo, avere come ricavi 100 milioni o 1 miliardo è un salto fondamentale. E gli italiani e gli europei più in generale combineranno qualcosa se faranno questi salti. Altrimenti l’onda lunga delle occasioni perdute del passato diventerà un abisso e continueremo a sovvenzionare i primati altrui.

L’imminente quotazione di Palantir segna una cesura in questa relazione ombelicale che lega sicurezza nazionale e innovazione? Che messaggio lancia Palantir mettendosi sotto i riflettori del mercato?

La relazione tra sicurezza nazionale e innovazione continuerà a essere centrale perché il concetto di sicurezza nazionale si è allargato. È un processo che ho spiegato più volte, è l’altra faccia della medaglia di quest’evoluzione tecnologica. Aziende come Palantir si mettono sotto i riflettori del mercato per monetizzare, per poi aumentare la valutazione, entrare nel loop. Non c’è nessuna volontà di trasparenza nell’essere quotati! Mentre c’è una considerazione maggiore degli aspetti reputazionali, perché hanno impatto sul mercato: un’esigenza narrativa di cui ho parlato su Limes, sei la sfera visiva di Tolkien ma anche se fa figo non puoi essere identificato con Mordor. 

In termini di sicurezza nazionale, l’essere quotati o meno non cambia niente. Se i loro contratti hanno degli elementi classificati, continueranno ad averli, come avviene per le aziende quotate del settore difesa e sicurezza. La quotazione non porta alcuna trasparenza negli algoritmi. E dove siano i data center di un’azienda quotata, nessun azionista è autorizzato a saperlo.

Bisogna inoltre ricordare un elemento essenziale, che spesso sfugge a chi non si occupa di diritto societario, e cioè che non si tratta in alcun modo di aziende contendibili. La quasi totalità del capitalismo digitale statunitense non è contendibile, perché si basa su azioni privilegiate. Alla “mitologia” dei fondatori corrisponde che effettivamente i fondatori hanno attributi divini in termini di controllo societario: in genere le loro azioni valgono il decuplo delle azioni normali in termini di potere di voto, ma possono accadere casi dove la contendibilità è ancora minore. Per esempio, proprio Palantir, che ha presentato alla SEC uno schema piuttosto elaborato, per garantire ai tre fondatori il controllo attraverso le azioni F. Riporto il testo rilevante: “All shares of Class F common stock will be held by a voting trust established by Alexander Karp, Stephen Cohen, and Peter Thiel (our “Founders”) pursuant to a voting trust agreement (the “Founder Voting Trust Agreement”). Our Founders will also be party to a voting agreement (the “Founder Voting Agreement”). So long as our Founders who are then party to the Founder Voting Agreement and certain of their affiliates collectively meet a minimum ownership threshold on the applicable record date for a vote of the stockholders, the Class F common stock, together with the Founder Voting Trust Agreement and the Founder Voting Agreement, will give these Founders the ability to control up to 49.999999% of the total voting power of our capital stock. This means that, for the foreseeable future, the control of our company will be concentrated with our Founders through our Class F common stock, notwithstanding the number of outstanding shares of Class A common stock and Class B common stock”. 

Quando ragioniamo sulla quotazione di Palantir, ricordiamo quindi che stiamo parlando di un sistema fondato sull’ipertrofica sicurezza nazionale degli Stati Uniti e sul privilegio dei fondatori, ai quali si applicano le parole del serpente nella Genesi: “Sarete come dèi” (che Emanuele Severino amava citare nella formula latina «Eritis sicut dii» in tanti suoi scritti importanti). 

Una cosa che mi interessa, nella quotazione, è vedere quali fondi acquisteranno Palantir. Ormai è di moda dire che i grandi fondi stanno guidando la transizione verde: sostanzialmente ci raccontano che c’è Greta Thunberg a dirigere gli investimenti. Sarei curioso di vedere se i fondi protagonisti di queste riverniciature verdi nel nome dell’etica acquisteranno azioni di chi fa analisi di dati per la sicurezza, per esempio per le forze dell’ordine o per le forze speciali degli Stati Uniti. 

Clicca qui per leggere tutte le interviste realizzate dall’Osservatorio Globalizzazione.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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