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La complicata agenda di Joe Biden. Conversazione con Lucio Caracciolo

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La complicata agenda di Joe Biden. Conversazione con Lucio Caracciolo

Il 7 dicembre 2020 CrossfireKM ha avuto il piacere di conversare con il prof. Lucio Caracciolo, fondatore e attuale direttore di “Limes – Rivista Italiana di Geopolitica” e docente di Studi Strategici presso l’Università Luiss a Roma. L’Osservatorio ha l’onore di poter presentare la traduzione italiana di questa conversazione per la quale ringraziamo di cuore l’autore, Francesco Laureti, e l’intera redazione di Crossfire.

Sebbene originariamente il fulcro dell’intervista dovesse essere l’evoluzione delle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti d’America a seguito del successo elettorale di Joe Biden, l’intervistatore poteva trattenersi dall’ampliare il campo di analisi, coprendo così una varietà notevole di questioni. Tra queste, si possono menzionare la guerra commerciale tra Pechino e Washington, le relazioni tra Stati Uniti e Germania, il gasdotto Nord Stream 2 e l’evolversi del conflitto libico nei mesi a venire.

Il professor Caracciolo (a destra) e il Capo di Stato Maggiore della Marina Italiana Giuseppe Cavo Dragone (a sinistra) conversano durante le recenti “Giornate del Mare” che si sono tenute il 14 e 15 novembre 2020

Francesco Laureti: Il nostro ospite odierno è un esperto di geopolitica e docente italiano. Editorialista per “La Repubblica” e “L’Espresso”, fonda “Limes – Rivista Italiana di Geopolitica” nel 1992 e ne riveste da allora la carica di direttore amministrativo. I suoi principali ambiti di competenza sono la geopolitica e la storia contemporanea, che analizza avvalendosi di un approccio interdisciplinare. prof. Caracciolo, la ringrazio per aver accettato il nostro invito.

Lucio Caracciolo: Grazie a voi per l’invito.

FL: Benché la transizione dalla precedente alla nuova amministrazione americana sia ancora in divenire, ci possiamo interrogare su come le relazioni tra Unione europea e Stati Uniti evolveranno per effetto delle recenti elezioni statunitensi. Innanzitutto, l’amministrazione del presidente Trump ha mantenuto una posizione risoluta sullo scenario internazionale portando a guerre commerciali tra Stati Uniti e Cina e a tensioni tra Stati Uniti e Unione europea. Come si ridisegneranno le relazioni economiche e diplomatiche degli americani con alleati e rivali in ragione dell’elezione di Joe Biden? L’amministrazione entrante allevierà le tensioni con la Germania?

LC: Non penso ci sia alcuna relazione tra Stati Uniti e Unione europea per il fatto che i primi sono un’entità statuale e la seconda non lo è e le relazioni internazionali si svolgono principalmente tra entità statuali. Da questa considerazione deriva una seria problematica nell’ambito delle relazioni tra ogni singolo Stato membro dell’Unione con gli Stati Uniti, ovverosia il fatto che molti dei membri dell’Unione aderiscono, nel contempo, alla Nato e, per altro, quelli che non aderiscono (si veda la Francia emula della Svezia nella mentalità strategica) sono più atlantisti di quanti sono membri dell’Alleanza atlantica. Le differenze nella disposizione dei Paesi europei nei riguardi degli Stati Uniti contano notevolmente. Ad esempio, dato che lei menzionava le tensioni tra Stati Uniti e Germania, Washington e Berlino hanno alle spalle i precedenti storici di due guerre mondiali nel XX secolo (due guerre “calde”) e, in aggiunta, una “guerra fredda”, che vide gli americani amministrare e occupare militarmente la Germania occidentale. In una certa misura, gli americani non hanno mai allentato la presa sul territorio tedesco, se solo si guarda ai numeri, all’estensione, alle caratteristiche delle basi Nato a gestione americana ancora presenti in Germania, mentre non figurano basi americane in Francia, poiché la seconda fu considerata, e sottolineo “considerata”, quale potenza vincitrice al termine della Seconda guerra mondiale a fronte di una sconfitta schiacciante della Germania.

Tuttavia, permane un atteggiamento di autentico sospetto da parte americana rispetto alle aspirazioni future della Germania. Essa non è mai stata una nazione veramente occidentale, bensì qualcosa a metà strada. I tedeschi parlano di “Mitteleuropa”, che è il nome di un’Europa centrale sottoposta all’influenza germanica. Ciò che costituisce un pericolo reale da una prospettiva strategica (posto che assumiamo il punto di vista americano) sta nel fatto che storicamente i tedeschi hanno intrattenuto relazioni piuttosto significative in diversi ambiti con la Russia, persino al tempo dell’Unione sovietica. Pertanto, l’attuale interdipendenza di fatto tra Germania e Russia fu architettata nel corso della “guerra fredda” dopo che il cancelliere della Repubblica Democratica Tedesca Willi Brandt e il segretario generale del PCUS Leonid Breznev ebbero firmato un accordo incentrato sull’ingresso del gas sovietico al mercato tedesco e sul ricorso a tecnologie tedesche per l’edificazione del gasdotto, necessario alle finalità di approvvigionamento energetico. Quindi, l’idea che la Germania possa sbilanciarsi da un momento all’altro verso Mosca (uno dei principali avversari degli Stati Uniti insieme alla Cina) suscita forti sospetti negli americani con conseguenze visibili nel modo in cui interagiscono con la Germania.

Queste riflessioni mi riportano alla prima delle sue domande, per la quale mi concentrerò sulle relazioni sino-americane. A dir la verità, l’idea di un divorzio in termini economici basato sulla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina era nient’altro che un’utopia, giacché l’interdipendenza e le interconnessioni tra imprese e corporation americane con quelle cinesi sono troppo profonde perché possano essere spezzate. Non è cosa facile separare un complesso tanto fitto di forme di cooperazioni, accordi e simili. Per certi versi, si potrebbe pensare di dividere il sistema economico americano da quello cinese, ma i costi risulterebbero eccessivamente elevati e i benefici non necessariamente convenienti per gli Stati Uniti. Quel che vale la pena notare adesso (con la pandemia posta sotto controllo dalla Cina) è un balzo impressionante del Pil cinese lo scorso novembre. Insomma, per quanto è possibile prevedere, permarrà una sostanziale interdipendenza economica e finanziaria tra Cina e Stati Uniti.

Quanto all’amministrazione di Biden, quanto detto non equivale ad affermare che i recenti rivolgimenti provocheranno un cambiamento della posizione americana nei riguardi della Cina. L’approccio dell’amministrazione entrante sarà più pragmatico, forse meno ideologico al confronto con l’atteggiamento assunto dal segretario di Stato Mike Pompeo, che aveva tracciato il nuovo corso dell’amministrazione Trump. A mio avviso, gli americani sono ancora convinti che la Cina resterà un problema di primaria importanza nel futuro prossimo e l’unica minaccia all’egemonia globale detenuta dagli Stati Uniti. Questa rappresenta una sfida ineludibile, che sarà auspicabilmente affrontata con mezzi pacifici.

FL: In una certa misura, la prima parte della sua analisi ci proiettava alla seconda questione cruciale: la strategia energetica dell’Unione europea. Il cambio al comando della presidenza americana porterà con sé un nuovo atteggiamento rispetto al progetto del gasdotto Nord Stream 2?

LC: Come è noto, esiste già un gasdotto Nord Stream che lega insieme Russia e Germania per via diretta, poiché la funzione dell’infrastruttura è di collegare due partner economici attraverso il mar Baltico, aggirando così l’Europa centrale e i gasdotti preesistenti che si snodano attraverso Polonia e Ucraina. Questa connessione diretta tra Berlino e Mosca è strategicamente inconciliabile, come già detto, con la necessità americana di sventare qualsiasi tentativo cooperazione russo-tedesca, perché da ciò potrebbe scaturire l’emergere di una nuova potenza regionale in Europa centrale. Questo rappresenterebbe una sfida per il predominio globale “a stelle e strisce”. Riguardo al Nord Stream 2, il nuovo gasdotto, che dovrebbe garantire il doppio del volume del precedente, è ancora in fase di realizzazione, benché quasi completato (circa il 96% del progetto). Dunque, anche in caso di pesanti sanzioni imposta da Stati Uniti e alleati americani contro Russia e Germania (si tenga a mente che quest’ultima è formalmente un alleato sulla base di un trattato), nulla impedirà il raggiungimento dell’obiettivo finale, ovverosia il raddoppiamento degli approvvigionamenti di gas assicurati dal preesistente collegamento strategico tra Berlino e Mosca.

FL: Per concludere, restringiamo il raggio di analisi al fronte meridionale della Nato. Non dobbiamo tralasciare la guerra a bassa intensità in Libia, che si intreccia con la gestione della crisi migratoria nel Mediterraneo centrale e con l’instabilità nella regione del Mediterraneo allargato. Il ritiro imminente degli americani dal Medio Oriente sarà controbilanciato da un più deciso impegno sul terreno libico?

LC: Penso di sì. È molto probabile. Ciò che lasciava interdetti negli ultimi due anni era l’assenza di un impegno operativo da parte americana precisamente su questo dossier, ossia sulla Libia: in primo luogo, perché gli Stati Uniti erano parte della coalizione che riuscì a sconfiggere Gheddafi e a imbastire quella che doveva fungere da ossatura istituzionale di una Libia più democratica e benevolente verso le nazioni occidentali. Non fu così, poiché francesi, britannici e americani sopravvalutarono le condizioni favorevoli al raggiungimento di un simile obiettivo, convinti forse che esistesse un Paese che porta il nome di Libia. Di nuovo, non è così: la Libia è un complesso intreccio di corpi armati non regolari e tribù che perseguono ciascuna i propri interessi e non appartenevano né a un unico Stato, né a un’unica nazione prima che l’Italia sbarcasse sulle coste libiche nei primi anni del XX secolo. Ora, il fatto che i turchi abbiano consolidato la loro presenza a Tripoli e i russi in Cirenaica porterà necessariamente a un innalzamento del grado di attenzione prestata dall’amministrazione americana. Non sono in grado di prevedere che cosa significhi nello specifico, sembra chiaro che né gli Stati Uniti, né l’Italia possano esser disposte ad accettare che sul fronte meridionale della Nato siano state collocate basi militari che rientrano nel sistema difensivo russo, nonché una forte presenza turca nella Libia occidentale. Presumibilmente, la seconda riveste il ruolo dell’alleato atlantico che si considera una potenza regionale di grande spessore con ambizioni politiche e militari, tanto da concepire il Mediterraneo come proprio spazio di espansione.

FL: La ringrazio per il suo tempo, prof. Caracciolo, sfortunatamente i minuti a nostra disposizione si sono esauriti e per il momento è tutto.

Leggi l’intervista originale sul sito di Crossfire.

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Pescarese, classe ’98, nasce come umanista e appassionato di storia antica e moderna. Dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Trieste nel 2020, prosegue gli studi con il corso magistrale in Politiche Europee e Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. L’ambito di studio e analisi che predilige è la geopolitica del Mediterraneo allargato, ma si occupa non di rado di politica, diritto ed economia dell’Unione europea. Dedica, inoltre, particolare attenzione ai temi della crisi ambientale e dello sviluppo sostenibile.

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