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La pandemia cambierà tutto per non cambiare nulla?

La pandemia cambierà tutto per non cambiare nulla?

Stiamo sicuramente vivendo un momento di passaggio, un momento di cambiamento storico del mondo contemporaneo, in cui cambierà tutto, per non cambiare nulla, come scrisse Tomasi di Lampedusa. Abbiamo due livelli di analisi da affrontare, quello che potremmo definire dei grandi sistemi ma anche quello della nostra quotidianità.

Il primo è indissolubilmente il più caotico e frammentato. L’arrivo di una pandemia ha portato inevitabilmente i nodi al pettine, lo ha ben detto lo storico Alessandro Barbero in una recente conversazione virtuale con l’editore Laterza “la differenza tra l’emergenza e i tempi normali è che in tempi normali non cogli le magagne, gli errori che hai fatto, gli squilibri dei sistema di potere che pian piano hai creato, poi si arriva all’emergenza e quegli squilibri vengono fuori“.

E questo è accaduto su vari fronti, quello del nostro sistema di potere interno, mettendo in evidenza come la strada della maggiore autonomia regionale sia evidentemente deleteria e di come lo scontro giuridico sia stato violento, come abbiamo analizzato qui sull’Osservatorio Globalizzazione.

Sul fronte europeo, che in questa nuova crisi pandemica mondiale ha ancora una volta mostrato la sua inadeguatezza, sciogliendosi come neve al sole e mostrando tutte le sue criticità, regole ferree pensate solo per momenti di solida crescita, impossibilità di una linea di solidarietà comune e regole evidentemente scorrette. Insomma, scoprendo quanto fosse fittizio il mondo idilliaco voluto dalla propaganda europea, mentre nella realtà come sempre i rapporti di forza governano anche nelle sedi europee e un approccio semplicistico e ideologico non serve a nulla. Come non tarda a ricordarci Alberto Negri: “quando si parla di politica di potenza e di geopolitica gli italiani vanno improvvisamente nel pallone e si accorgono che gli altri hanno eserciti, veri ed economici, ben più forti dei nostri (…) questa guerra epidemica non è fatta per andare verso nuove guerre ma raccogliere le macerie economiche che resteranno degli altri stati. È la realpolitik.

Sul fronte internazionale dove non tutti lo hanno capito e alcuni lo hanno capito forse solo in ritardo, che anche gli aiuti sono strumenti geopolitici e che siamo diventati un paese fortemente contenibile. Nessuno crede gli aiuti Cinesi, quelli Russi e quelli, tardivi, Statunitensi siano frutto della sola volontà solidaristica: “Ccà nisciuno è fesso”. Però abbiamo visto chiaramente come alcuni paesi abbiano risposto prima di altri, alcuni anche se in ritardo hanno capito che anche in questo campo i popoli non dimenticano e hanno corretto il tiro, mentre altri (e mi riferisco chiaramente ai partner che dovrebbero esserci più vicini, quelli europei, ma che adesso sembrano i più lontani) forti della loro spocchia e della loro posizione dominante peccano di sufficienza. Le posizioni dominanti non lo sono per sempre e questa crisi sembra agevolare i submovimenti che già da tempo erano in corso. Basti vedere come alcuni sembrano abbandonare la nave: in particolare l’ex presidente BCE Draghi.

Staremo a vedere, ma la situazione alla luce degli ultimi avvenimenti è esplosiva.

Passiamo al secondo livello di analisi, quello della nostra quotidianità, sicuramente sarà legata a filo doppio anche da quello che succederà nei grandi sistemi. Ed è vero la nostra quotidianità è stata totalmente stravolta da questo virus, confinati ad arresti domiciliari forzati per cause di forza maggiore e fini più alti: proteggere le persone più fragili della nostra società. Leggiamo però ultimamente gravi forme di pessimismo cosmico dalle colonne del “Corriere della sera”, dai virologi (categoria che abbiamo imparato a conoscere durante questa crisi, ma che forse avremmo preferito non doverlo fare) e dagli studi su università prestigiose come il MIT. Ebbene non ci sentiamo di condividere tale pessimismo, si forse per superare questa situazione di precarietà ci vorrà tempo, magari più di quanto pensiamo, ma ci rifiutiamo di pensare che la vita come la conosciamo sarà stravolta.

C’è chi scrive che non potremo più andare al ristorante, chi che non andremo più nelle palestre, che non ci saranno più concerti e chi più ne ha più ne metta. Diciamo che tali pensieri sono catalogabili all’interno delle sparate sensazionalistiche. Sottovalutano quello che è una delle caratteristiche fondamentali dell’uomo: la capacità di adattamento e di superare le avversità. Basti pensare alle immagini che resteranno impresse nella mente una volta finito questo periodo, consegnate direttamente alla storia: Papa Francesco in una benedizione Urbi et Orbi in una piazza san Pietro vuota e sotto il diluvio, immagine certamente suggestiva anche per chi, come molti di noi, è ateo.

Insomma, troviamo che tali dichiarazioni di inguaribile pessimismo siano del tutto fuori luogo e massacrino il nostro morale, già provato dalla perdita dei cari (nei casi peggiori) o dalla privazione della libertà (nei casi migliori). Ci sentiamo invece di condividere le bellissime parole dello scrittore David Grossman: “La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità e a distinguere meglio tra ciò che è importane e ciò che è futile, a capire che il tempo e non il denaro è la risorsa più preziosa”.

Certo è però che questo non va sottovalutato a livello sociale. Ci apprestiamo ad affrontare quella che per noi giovani potrebbe essere la crisi economica peggiore mai vissuta, la seconda importante crisi nel giro di 10 anni (terza se inseriamo quella limitata dei debiti sovrani). Di una portata del tutto inaspettata, che si configurerà come crisi sia di domanda che di offerta, mostrando come l’inaspettato può diventare realtà. È per questo che anche qui dobbiamo agire in fretta, il piano psicologico e sociale è importante da tenere sotto controllo, e le prime avvisaglie di disordine cominciano ad arrivare. Perché quando la crisi sanitaria passerà, incorrerà la crisi economica (ma in certi contesti è già iniziata) e non è pensabile lasciare sul terreno, oltre i nostri cari, anche una platea di nuovi disoccupati, poveri relativi, famiglie in difficoltà. 

Le risposte da adottare la scienza economica le conosce. Ha detto bene il nostro Presidente del Consiglio (una volta tanto): “Come si può pensare che siano adeguati a questo shock simmetrico (…) strumenti elaborati in passato?”, intendendo questi come strumenti “convenzionali”. Ecco sarebbe anche ora però di riscoprire da qui come grandi pensatori del passato (con idee in realtà sempre attuali) spesso trattati con sufficienza, avevano già ideato soluzioni adeguate e tempestive per non incorrere nella catastrofe che non possiamo permetterci.

Siamo ad un grande punto di svolta, dobbiamo affrontarlo con grande risolutezza e compattezza nazionale.

Classe 1994, è Coordinatore di redazione dell'Osservatorio Globalizzazione. Residente a Gragnano Tr. (PC) è laureato in Economia e Management alla Statale di Milano e Laureando magistrale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Economia e politiche del settore pubblico. Laureato in triennale con una tesi di politica economica sul Divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia.

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