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La scolastica economica

La scolastica economica

L’economia contemporanea è studiata da numerosi esperti come atto di fede, in maniera simile a quanto facevano in alcuni campi i filosofi della scolastica: ce lo testimonia Pierluigi Fagan riportando, tra le altre cose, le emblematiche dichiarazioni del Premio Nobel Pissarides.

Scolastica fu un corso della filosofia medioevale che si poneva il compito di unire le verità di fede con quelle di ragione. Queste due tensioni ne fecero il suo buono ed il suo cattivo. Il buono era nell’eccezionale sviluppo della logica al fine del dar conto e ragione, quindi verità, dell’oggetto di fede. Il suo cattivo era che il tutto dirigeva verso un oggetto ipotetico verso il quale l’unico approccio possibile era appunto la “fede”, la credenza di una ipotesi indimostrabile. Nello sforzo di dimostrare l’indimostrabile si sviluppò grandemente l’apparato logico-discorsivo ma poiché il terminale dello sforzo rimaneva irriducibilmente ipotetico, il tutto prendeva un aspetto logico-astratto che finiva anche un po’ col pervertire la logica stessa com’era nelle varie, famose, dimostrazioni dell’esistenza di Dio di cui quella di Anselmo d’Aosta è la più celebre, la c.d. “prova ontologica”, poi confutata definitivamente da Kant. Ma non divaghiamo.

Quando cominciò lo sviluppo della scienza moderna, nel XVII secolo soprattutto in quel dell’Inghilterra sebbene certo il volgersi ad un discorso “scientifico” fosse ben precedente, gli inglesi si attaccarono ad una formuletta che per altro è contenuta nell’ultimo libro dell’Antico Testamento, il Libro della Sapienza, di autore incerto. Degli oggetti o delle tesi che si enunciavano nel discorso scientifico si doveva e poteva dare “numero, peso e misura”. Si tenga poi conto che il “numero, peso, misura” era storicamente alla base di alcune relazioni intersoggettive che stabilivano l’oggettività in quei tipi di interrelazioni umane che sono gli scambi commerciali. Chi numerava, pesava e misurava le cose erano storicamente i commercianti anche perché essendo il commercio scambio di valore, il valore andava giustappunto oggettivato. Si può dire quindi che la base del pensiero economico dovrebbe avere fondamento nell’utilizzo del “numero, peso e misura”, anche perché gli stessi economisti pretenderebbero di esser degli “scienziati”, forse i più duri scienziati nel novero di quello strano intermedio che son le materie scientifico-umanistiche.

Ma di numerazioni, pesature e misurazioni, nella “scienza” economica, se ne trovano assai poche. Si trovano esercizi astratti, logica e matematica ma l’attinenza dei numeri usati alla realtà concreta ha base molto fragile. Viepiù quando si danno norme, quando cioè si dice “non bisogna fare così, bisogna fare così e così”. Tra l’altro, non si capisce come si possa dare ancora fede alle capacità previsionali degli economisti dopo i ripetuti e seriali fallimenti degli ultimi decenni, tra cui la famosa uscita della Regina Elisabetta II sul fatto che nessuno di loro aveva previsto lo shock del 2008/9. Se arriva Einstein e ti dice “se A e se B, allora C” tu vai a verificare e scopri che non è C ma D, Einstein torna all’ufficio brevetti di Berna, se invece è proprio C allora va al Nobel.

In una recente intervista il Premio Nobel per l’Economia del 2010 (in verità il signor Nobel non istituì mai un premio a gli economisti, lo fece successivamente la Banca di Svezia, sessantotto anni dopo l’inizio delle premiazioni basate sul lascito originario del magnate) Christopher Pissarides ha argomentato che i lavoratori non dovrebbero avversare l’introduzione di innovazioni tecnologiche perché sono quelle che aumentano la produttività ed è questa che permetterebbe loro di guadagnare quel di “più” che decenni ormai di salari stagnanti, manca per poi per far funzionare bene l’intera macchina di produzione e scambio. Per produrre cosa? Con quale base produttiva ovvero quanti occupati/sottoccupati/disoccupati? In quale sistema del più generale sistema di divisione del lavoro globale? A quali saldi tra più prodotto – più acquisto – impiego di risorse finite? Con quali garanzie che il plus-profitto verrà elargito ai lavoratori? E si potrebbe continuare a lungo con punti interrogativi in un crescendo di scetticismo ed incredulità a cui seguirebbe invero anche una certa irritazione.

Il punto è semplice: il signore qui presente argomenta di ragione su un punto che è mero atto di fede, non numerato, non pesato, non misurato. Tale discorso è quindi un scolastica, una forma di metafisica, non certo una scienza. Una vera e propria “scolastica economica”. Molti economisti, sono sacerdoti di un credo, una lunga tradizione di incantatori delle speranze che parte della Provvidenza e giunge alla Mano Invisibile. La modernità, ci disse Weber, iniziò come opera di dis-incanto ma evidentemente non era una contingenza ma una struttura longeva così che anche oggi che siamo in transizione dalla modernità al chissà cosa, dovremo di nuovo dis-incantarci.

Urge lasciare le verità di fede alle scelte personali e riportare quelle di ragione e poi di fatto che attengono alla vita comune, ad una spietata verifica della loro congruità. Meno teologia, più metrologia. E se non è possibile metrologare, allora più politica e meno economia. o

61 anni, professionista ed imprenditore per 23 anni. Da più di quindici anni ritirato a "confuciana vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente.Si occupa di "complessità", nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica, culturale e soprattutto filosofica. L'applicazione più estesa è in geopolitica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre testate on line). Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità.

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