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Le nomine escono dalla quarantena

Le nomine escono dalla quarantena

Scelte in vista per Eni, Leonardo, Enel e Poste Italiane: nella settimana di passione segnata dalle trattative europee e dalla sfida a tutto campo al contagio da Coronavirus non si ferma la negoziazione sui futuri vertici delle partecipate pubbliche. Con Enrico Matteioli portiamo alla scoperta le notizie più recenti e i rapporti di forza che si vanno creando in queste giornate decisive.

Mentre il governo italiano e le autorità locali continuano la battaglia contro il coronavirus e le sue conseguenze sanitarie, economiche e sociali, nei palazzi del potere di Roma è in rotta di conclusione (le liste dovranno essere depositate il 20 aprile e non più il 18) una delle partite più strategiche della Legislatura: quella per le nomine dei vertici delle partecipate pubbliche in scadenza, attorno a cui la battaglia politica è da tempo infuocata.

L’emergenza sanitaria ha ammortizzato, ma non sopito completamente, una contesa che vede coinvolti attori di primo piano: i partiti di maggioranza (Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali), i loro strateghi coinvolti nella selezione e valutazione dei nomi in ballo, gli apparati della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il mondo dell’intelligence e della sicurezza e last but not the least il Quirinale.

Sono oltre 500 le caselle da riempire in consigli d’amministrazione e collegi sindacali. 55 delle 76 società partecipate dal MEF (19 controllate direttamente e 57 partecipate attraverso enti come Cassa Depositi e Prestiti, Invitalia, Gse) dovranno rinnovare i consigli di amministrazione, 50 i collegi sindacali. Si parla di nomi di assoluto prestigio: Eni, Enel, Leonardo e Poste Italiane, i quattro player più importanti; a questi si aggiungono il gruppo Terna, gestore di reti per i servizi elettrici, Enav, fornitrice di servizi di assistenza alla navigazione civile, il gestore di gare pubbliche Consip, le strategiche Cdp Reti e Fintecna, che assieme a Monte dei Paschi di Siena attendono la scelta sui loro vertici.

Ora più che mai la partita è cruciale. Le decisioni, da assumere in un momento critico, contribuiranno a costruire l’architettura esecutiva dell’apparato a controllo pubblico che dovrà guidare la ripresa da una fase recessiva che ci si aspetta essere senza precedenti per il nostro Paese. Al tempo stesso, il giro di valzer delle nomine aiuta a mappare come cambia la distribuzione degli assetti di potere  – politico e non solo – nel Paese.

Le poltrone più calde

I destini di Eni e Leonardo sembra si incrocino. Se 3 anni fa Alessandro Profumo da membro del Cda del Cane a Sei Zampe si trasferì a Piazza Montegrappa per assumere il timone di comando in tandem con il Prefetto Gianni De Gennaro (nel ruolo già dal 2013, nominato dall’allora Governo Letta), tra qualche giorno potrebbe essere quest’ultimo, come rivelato dal giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi, ad andare al ventesimo piano del grattacielo dell’Eur e sostituire Emma Marcegaglia. Il civil servant di origini calabresi lascerebbe il posto di Presidente di Leonardo al Direttore dell’AISE, Luciano Carta, il quale, secondo quanto riferiscono fonti interne a Forte Braschi, é pronto per accettare l’onere dell’incarico.

Per gli AD, come riportato oggi dall’ agenzia Reuters, sia a Claudio Descalzi che a Alessandro Profumo il Governo in carica – ed il Quirinale – concederebbero la possibilità di fare un altro mandato, sia per assicurare continuità operativa in un momento in cui i mercati di riferimento affrontano criticità strutturali, sia per mancanza di candidati con il giusto pedigree (uno dei più papabili, Vittorio Colao, è stato appena nominato a capo della task force per la ripresa). Su entrambi però ci sono ancora delle rappresaglie, lato M5S per l’Eni e di una parte del PD per Leonardo. 

Ai grillini viene accusata l’inadeguatezza dei candidati indicati per le aziende in questione: si fanno i nomi per la presidenza di avvocati come Lucia Calvosa e Michele Crisostomo, entrambi in passato nel radar di Telecom. La Calvosa in particolare, il cui nome è sempre più frequente nelle negoziazioni degli ultimi giorni, può vantare un’esperienza in svariati CdA: TIM, Monte Paschi (in quota Comune di Siena, quindi PD), Carige, Società Editoriale del Fatto (in cui siede attualmente) e Invitalia Ventures (designata a fine novembre 2019). A questo limite i pentastellati potrebbero sopperire ricorrendo a manager dai nomi meno freschi ma con un’esperienza navigata, come appunto De Gennaro oppure Franco Bernabé, garanzia di assoluta qualità manageriale e dalle solide e strutturate relazioni a livello internazionale.

Lotta a tre per Terna tra l’attuale AD Luigi Ferraris, considerato l’outsider della tornata del 2017, Valerio Camerano dato in uscita da A2A, e Stefano Donnarumma, amministratore della utility romana ACEA, nominato 3 anni fa in coppia con l’Avvocato Luca Lanzalone, già regista delle nomine del mondo pentastellato. Donnarumma, forte soprattutto del rapporto con Fraccaro, e artefice di un lavoro certosino sul mondo zingarettiano, potrebbe trasferirsi tra qualche settimana da Piazzale Ostiense a Via Galbani.

Per Enel e Poste la partita riguarda le presidenze, mentre per gli AD Starace e Del Fante – visti anche gli ottimi risultati di bilancio e le performance dei rispettivi titoli – la conferma (come il dividendo) è in cassaforte.

Mancano però ancora 10 giorni, infatti la consegna delle liste inizialmente prevista per il 18 aprile ha subito 48 ore di ritardo slittando così al lunedì 20 aprile, e qualche Papa che entra, inciampando in qualche sampietrino, potrebbe uscire Cardinale.

I bigliettini da bruciare nell’urna del conclave passano per le mani di decisori politici, registi tecnici e deus ex machina di questi argomenti. Alessandro Rivera, direttore generale al Tesoro è il “punto di sintesi” con il Ministro Gualtieri, e agisce da garante degli interessi del suo ministero. Riccardo Fraccaro, anche per conto di Casaleggio e Di Maio, è in posizione di snodo principale a Palazzo Chigi, dove comunque il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte esercita i suoi spazi di autonomia. Sul fronte opposto della maggioranza Dario Franceschini è il collegamento diretto con il Quirinale (tramite la sponda con Simone Guerrini ma non solo), mentre internamente al partito il confronto serrato è con Nicola Zingaretti e Andrea Orlando, su cui pesano le aspettative di Goffredo Bettini e Massimo D’Alema che è abbastanza ringalluzzito negli ultimi mesi. In un momento di unità nazionale da ritrovare, non è da sottovalutare un potenziale coinvolgimento della minoranza, tenuto conto che al Senato i voti non bastano mai. Per tale motivo il telefono di Gianni Letta, a lungo dominus delle nomine di matrice berlusconiana, in questi giorni è piuttosto caldo. Da non dimenticare l’incognita di Renzi.

L’ultimo potere della politica

È fuori da ogni dubbio che il potere di nomina è forse l’ultima vera arma della politica italiana. Tra svuotamento delle competenze e aumento dei vincoli d’azione e di spesa per i ministeri di maggior peso, la facoltà di armare il braccio operativo delle partecipate è la più incisiva tra le possibilità che la politica ha di condizionare l’evoluzione del sistema-Paese. Inclusa la sua dimensione economica e la sua proiezione internazionale.

Lo dimostra la taglia dei soggetti in campo: nella galassia delle imprese partecipate, secondo i dati dei bilanci depositati il 31 dicembre 2018, le prime 15 società operanti nel ramo dell’industria e dei servizi fatturavano 221,7 miliardi di euro, con un margine operativo netto di oltre 25,1 miliardi di euro e più di 380mila dipendenti. A questi dati d’ordine economico si aggiunge l’inserimento di queste aziende in un’architettura di relazioni internazionali e capacità di proiezione che sarà in seguito discussa e che si può ragionevolmente considerare superiore al raggio d’azione di interi ministeri.

Nei decenni della “Seconda Repubblica”, anche dopo la fine del sistema dei partiti che governava il mondo dell’economia mista imperniata sull’Iri, è stata gradualmente sfatata la profezia dei fautori delle privatizzazioni massicce degli Anni Novanta, che miravano a sottrarre gradualmente il controllo della politica sulle società del Tesoro trasformate in partecipate o imprese quotate. 

Come ha lucidamente notato Alessandro Aresu su Pandora l’importanza delle nomine delle società pubbliche e para-pubbliche nella vita del Paese non è diminuita. È aumentata. Anche perché le società controllate dal Ministero dell’Economia e dalla Cassa Depositi e Prestiti dominano Piazza Affari, una borsa rimasta piccola rispetto alle omologhe europee per via dello scarso numero di grandi e medie imprese quotate. Ecco dunque il paradosso delle privatizzazioni: il sistema dei partiti non esiste più ma le nomine continuano ad esistere. Non solo: sono diventate molto più importanti”.

La punta di lancia del capitalismo italiano

Le società a partecipazione pubblica assumono, in questa fase, il ruolo di solida barriera per il sistema-Paese: garanzia di occupazione, fonte di sicuri dividendi per il Ministero del Tesoro e potenziali punte di lancia dell’espansione degli interessi dell’Italia.

Negli ultimi anni, ad esempio, Eni è stata in grado di anticipare o sostenere la diplomazia italiana in teatri come Libia, Egitto, Medio Oriente; Enel si è internazionalizzata in settori strategici riguardanti la transizione energetica; Leonardo, assieme a Fincantieri, è invece ponte per l’industria della Difesa italiana tra le cordate di matrice “atlantica” (Usa e Regno Unito), di cui è partner e importante membro della filiera e quelle afferenti al mondo della Difesa europea.Strettamente collegata alla questione nomine è la discussione sulla tutela degli asset strategici dell’Italia: la decretazione sul “golden power” nasce proprio a partire dall’esigenza di fornire ai campioni nazionali dei settori strategici, in larga misura a partecipazione pubblica, lo scudo necessario a ovviare ai rischi di ingerenze finanziarie straniere. Lo scudo sistemico richiesto dalle grandi aziende italiane è, per certi punti di vista, un’ammissione di debolezza del mondo finanziario nazionale ma, al tempo stesso, si può aprire il dibattito sulla sua reale necessità per grandi imprese che, in un certo senso, incarnano lo Stato e le sue prerogative sovrane, di cui svolgono un grande ruolo di supplenza, meglio di molti suoi apparati. Tanto da rendere la stagione delle nomine, anche nel pieno di una crisi senza precedenti, uno snodo cruciale. Il “conclave” per la decisione manager delle partecipate prosegue, sotto traccia, e non mancherà di far sentire i suoi effetti sulla politica e l’economia nazionale. Su queste pagine ne seguiremo con attenzione gli sviluppi.

Enrico Matteioli è uno pseudonimo nato dalla fusione di due grandi personaggi della storia italiana: Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, e Raffaele Mattioli, il banchiere umanista della Comit. Due artefici della rinascita economica ed industriale al cui spirito, idee e soprattutto coraggio, mai come ora, bisognerebbe rifarsi. È su questa linea d’onda che con questo nom de plume scriveremo e racconteremo vicende ed insight che intrecciano politica ed economia. Seguitelo anche sul profilo Twitter @EnricoMatteioli

Comments

  • Vincenzo Sanasi d'Arpe
    16 Aprile 2020

    Complimenti, per il nome de plume!
    Non poteva sceglere personalita più significative e meritorie.

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