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La strategia della paura: apparati deviati e tentazioni golpiste in Italia

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La strategia della paura: apparati deviati e tentazioni golpiste in Italia

Non sono poche le osservazioni che meriterebbe lo splendido saggio storico di Angelo Ventrone La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento in Italia (Mondadori, 2019).Ma nella impossibilità di riassumerlo in poche battute vorremmo soffermarci sul alcuni passi del saggio dai quali dobbiamo avere il coraggio di trarre alcune conclusioni lontanissime dalla “dittatura” del politicamente corretto.

Una democrazia sotto attacco: i presupposti della “strategia della paura”

La prima considerazione – sulla quale abbiamo già rivolto la nostra attenzione – è relativa alla assoluta precarietà della nostra democrazia e alla coesistenza al suo interno di uno Stato parallelo le cui dinamiche, le cui trame oscure e torbide emergono solo a seguito di indagini da parte o di giornalisti o di magistrati.

Trame queste che emergono anche studiando la storia della mafia nei suoi intrecci con il potere imprenditoriale locale e nazionale e con quello politico, storia questa che assai spesso si è intrecciata con quella della strategia della tensione e della loggia massonica P2. A tale proposito non posso che consigliare la lettura della antologia di OP curata da Aldo Giannuli e il saggio di Raffaella Fanelli.

La seconda considerazione è relativa all’odio ideologico che ha connotato sia gli apparati istituzioni che i gruppi estremistici di destra e di sinistra. Un odio profondo, viscerale tipico delle lotte del potere politico che condusse i sostenitori della guerra rivoluzionaria non solo a pianificare colpi di Stato ma anche a pianificare l’eventuale eliminazione fisica di coloro che consideravano dei nemici politici. Insomma una strategia questa che fu concretamente applicata in Grecia, in Cile, in Brasile e in Argentina.

La terza considerazione non può che essere rivolta alla somma ingenuità di non pochi intellettuali che teorizzavano – e teorizzano – le miracolose virtù della democrazia italiana che fu invece attraversata dagli anni sessanta agli anni ottanta da una Guerra civile fatta da stragi di stato e da azioni terroristiche. Difficile non osservare come le riflessioni di un Habermas siano elucubrazioni autoreferenziali più o meno onanistiche.

Il quarto aspetto da sottolineare con forza è la collaborazione che fu posta in essere dagli apparati istituzionali con la criminalità organizzata.

Il quinto aspetto che emerge con una frequenza inquietante è la presenza di ufficiali americani e agenti della Cia legati a doppio mandato agli apparati militari da vincoli di collaborazione e/o di comando. Ma certo mai di subordinazione gerarchica. Proprio per questa ragione il nostro paese è stato un vero e proprio laboratorio della guerra rivoluzionaria dimostrando per l’ennesima volta come l’Italia sia stata-e sia-un protettorato americano.

Il sesto aspetto-certamente specifico rispetto a quelli evidenziati poc’anzi ma non per questo meno importante-è relativo da un lato alla esistenza di servizi segreti paralleli rispetto a quelli ufficiali e dall’altro lato l’esistenza di servizi di sicurezza controllati da uomini politici e quindi svincolati da qualunque controllo di tipo parlamentare e da parte della magistratura (ci riferiamo naturalmente al Noto servizio). Anche in questo caso siamo naturalmente in presenza di un tradimento della democrazia e dei suoi cosiddetti valori sacri.

I nemici della Repubblica

Nel 1973, un medico ligure, Giampaolo Porta Casucci, che si professa nazista, si presenta spontaneamente alla polizia per metterla al corrente di un piano golpista particolarmente elaborato. Un piano che sembra contare sul sostegno di alti ufficiali e uomini dello Stato, come l’ammiraglio Gino Birindelli, non più in servizio, ma ex comandante delle forze navali alleate del Sud Europa; il generale Francesco Nardella, che dall’inizio degli anni Sessanta e fino all’inizio del decennio successivo dirige l’Ufficio guerra psicologica del comando NATO di Verona; il suo successore nello stesso incarico, il tenente colonnello Angelo Dominioni; e pure il tenente colonnello Amos Spiazzi, capo dell’Ufficio «I» (Informazioni) del suo reparto. Birindelli e Nardella li abbiamo già incontrati a proposito del golpe Borghese. Il «dossier nero» che il medico presenta contiene progetti per una repubblica presidenziale, mappe e piani per l’occupazione di edifici pubblici o comunque strategici, sentenze di condanne a morte in bianco destinate a chi è accusato di contribuire all’avanzata del comunismo e dei suoi alleati, e una lista di persone da eliminare–ben 1617–, fra cui parlamentari del Pci come Giorgio Amendola e Giancarlo Pajetta, socialisti come Pietro Nenni, politici della Dc, scrittori come Italo Calvino, registi come Gillo Pontecorvo e Carlo Lizzani, giornalisti, alti funzionari dello Stato, e altri ancora (non pochi di questi nomi coincidono con quelli presenti nella rubrica «E» e nelle liste del Piano Solo). Tra i vari documenti, ci sono poi lo schema del nuovo governo che dovrebbe nascere dopo il colpo di Stato, con i nomi dei nuovi ministri, e i moduli ciclostilati per emanare condanne a morte contro gli avversari. Scattate le indagini, vengono arrestate varie persone, fra cui Sandro Rampazzo, che si scopre aver goduto della copertura del vicequestore Saverio Molino. Quest’ultimo che, come sappiamo, è già implicato nel mancato attentato al Tribunale di Trento nel 1971, viene subito destituito. Le indagini, affidate a un giovane giudice istruttore di Padova, Giovanni Tamburino, mostrano l’esistenza di legami con l’estrema destra veneta. Scattano i primi arresti, fra cui, come abbiamo visto, quello di Roberto Cavallaro.

Quest’ultimo, nelle false vesti di magistrato militare, ha girato liberamente tra caserme e comandi NATO, svolgendo il ruolo di coordinatore tra il gruppo veneto degli eversori e quello ligure. Emergono anche i finanziatori dell’organizzazione, tra cui l’avvocato Giancarlo De Marchi e Attilio Lercari, uomo di fiducia dell’industriale Andrea Piaggio. Il nome del gruppo è Rosa dei Venti, probabilmente in omaggio al simbolo della NATO, ma forse legato anche al fatto che sono venti le organizzazioni aderenti al progetto. Il gruppo–racconterà al giudice Spiazzi–serve a garantire il rispetto del potere vigente, dei patti NATO riservatamente sottoscritti.L’Italia, com’è noto, entra nella NATO nel 1949; nello stesso anno nasce ufficialmente, sotto la supervisione americana, il SIFAR, che parteciperà a tutti i programmi di difesa della nazione da una possibile aggressione sovietica.

Cavallaro, un sindacalista della CISNAL, il sindacato di destra, comincia a parlare, ma viene accusato dagli altri imputati di essere un truffatore, o forse un provocatore, che si è inventato tutto per montare un complotto contro la destra. Il pericolo di divenire l’unico capro espiatorio spinge allora Cavallaro a parlare ancora più dettagliatamente del progetto eversivo. In effetti, sono proprio questi i momenti in cui si possono sciogliere alcuni nodi di una materia così intricata, fatta di mezze ammissioni seguite da ritrattazioni, di omissioni e depistaggi, di allusioni e di silenzi. Il momento, cioè, in cui gli indagati si sentono abbandonati da tutti e cominciano a convincersi che li si voglia far diventare gli unici responsabili di fatti gravissimi. In questi casi, spesso iniziano a parlare, ammettendo alcune delle contestazioni rivolte loro dai giudici e nello stesso tempo chiamando in causa i livelli superiori.

Anche Spiazzi si trova nella stessa situazione di Cavallaro. Prima cerca di negare o minimizzare, ma durante un confronto con quest’ultimo, iniziato il 3 maggio 1974, si spinge infine ad ammettere l’esistenza di «una organizzazione di sicurezza interna delle FF.AA., organizzazione che non ha finalità eversive e tanto meno criminose, ma si propone di proteggere le istituzioni vigenti contro ipotetici avanzamenti da parte marxista». Questa organizzazione non si identifica però con il SID, ed è certamente a un livello «più occulto» di quest’ultimo. È proprio da queste affermazioni che nasce la definizione giornalistica di «SID parallelo». Quali sono i requisiti per chi vuole entrarvi? Due innanzitutto: essere «antimarxisti» e riuscire a farsi notare per particolari meriti (vi si è cioè ammessi per cooptazione). Tale organizzazione, inoltre, è una vera e propria «gerarchia parallela» – e qui l’ufficiale si serve di un termine centrale, come sappiamo, nella dottrina della guerra rivoluzionaria–nel senso che può divergere dalla gerarchia “ufficiale. In altre parole, i membri di questa struttura non trasmettono «le notizie più delicate» al superiore gerarchico del proprio reparto militare, che quindi viene tenuto all’oscuro, ma al superiore gerarchico dell’organizzazione parallela. Nel prosieguo degli interrogatori, Spiazzi arriva ad affermare che l’organizzazione ha carattere di ufficialità, nel senso che è istituzionalizzata, pur con elasticità per quanto riguarda metodi e personale, di volta in volta definiti con disposizioni orali e ribadisce che è stata creata «in funzione anticomunista».

Due dei caratteri elencati–l’assenza di ordini scritti e il netto orientamento ideologico di una struttura statale, inaccettabile in un regime democratico–la rendono nei fatti illegale. Sempre sotto la pressione del magistrato, Spiazzi aggiunge particolari di grande rilievo: per esempio, che ha avuto contatti con il colonnello Federico Marzollo del SID e che l’ordine di contattare i finanziatori è venuto tramite una telefonata in codice da un sottoposto di Marzollo, il capitano Marco Venturi. Il coinvolgimento di questi due ufficiali chiama direttamente in causa il direttore del SID, generale Vito Miceli, che in ottobre viene infatti arrestato. Il clamore, come si può immaginare, è enorme. In effetti, nel mandato di cattura emesso dal giudice Tamburino si ritiene che le testimonianze raccolte indichino con certezza l’esistenza di una struttura mista di civili e militari, il cui vertice coincide parzialmente con «i massimi vertici militari». Obiettivo di tale struttura, scrive il magistrato, è quello di porsi «come ostacolo rispetto a determinate modificazioni della politica interna ed internazionale: ostacolo che, limitando la sovranità popolare e realizzandosi con modalità di azione anormali, illegali, segrete e violente, conferisce carattere eversivo alla organizzazione che ha il “compito di mantenerlo.

Gli apparati deviati

Più specificamente, il giudice accusa Miceli di aver nascosto notizie utili alla magistratura, di aver messo in guardia il tenente colonnello Spiazzi e di averlo esortato a «dire sempre il meno possibile» a chi lo interroga. Le scoperte, però, non si fermano qui. Il generale Siro Rossetti, dirigente del SIOS Esercito (Servizio informazioni operative e situazione dell’esercito) per l’Italia centrale, convocato dal giudice Tamburino, non volendo mentirgli, ma nello stesso tempo non volendo rivelare l’esistenza di strutture occulte nell’esercito, finge di ragionare per via ipotetica delineando uno scenario di notevole drammaticità. D’altronde, questo escamotage è una facile via da percorrere per chi vuole dire qualcosa senza però dirla esplicitamente. Anzi, rappresenta il comportamento standard quando si intervistano uomini legati ai servizi di sicurezza. Nel corso dell’interrogatorio, l’alto ufficiale prima afferma di ignorare del tutto «l’esistenza di una struttura di sicurezza parallela rispetto a quella ufficiale, di gruppi civili fiancheggiatori delle FF.AA., di deviazioni nel senso dell’appoggio di parti politiche anticomuniste o comunque di iniziative ufficiose e occulte dirette alla creazione e al mantenimento di un efficiente apparato anticomunista».

 Ma poi, inaspettatamente, aggiunge: Peraltro, nonché sorprendermi dell’esistenza di una siffatta organizzazione e di deviazioni in questo senso di elementi delle FF.AA. e del Servizio, la mia esperienza mi consente di affermare che sarebbe assurdo che tutto ciò non esistesse. … Ho detto che mi sorprenderebbe che non esistesse una organizzazione parallela e occulta con specifica funzione politica anticomunista: ritengo peraltro che un simile apparato non potrebbe correre sulla linea “ufficiale della catena informativa, dato che, in tale ipotesi, il rischio di individuazione sarebbe enorme … In generale penserei che una qualche organizzazione di sicurezza ufficiale, specie se attribuiamo ad essa una certa qualificazione politica, potrebbe avere assolto alla funzione iniziale di individuare elementi idonei per la costituzione dell’organizzazione di cui sopra … Il generale Miceli, se ha fatto qualcosa … può avere operato soltanto se richiesto o innescato da centri di potere ben superiori; non si tratta quindi di un vertice ma semmai di un anello che deve immancabilmente portare ad altro. E conclude, lasciando presumibilmente allibito chi lo ascolta: «A mio avviso l’organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, delle finanze, dell’alta delinquenza organizzata, ecc.». In poche parole, il generale ritiene che almeno l’arruolamento nella struttura occulta sia gestito dal Servizio di sicurezza ufficiale, e che se il generale Miceli si è mosso in questa direzione, non lo ha fatto di propria iniziativa, ma dietro richiesta di «centri di potere ben superiori». Il che vuol dire due cose semplici, ma chiare. La prima: se sono gli stessi servizi di sicurezza i responsabili della selezione dei membri di questa struttura occulta, implicata in progetti eversivi, è solo una favola l’affermazione che la strategia della tensione derivi dall’opera di settori deviati dei servizi segreti. La seconda: i centri di potere superiori coincidono con entità internazionali, come la CIA, o sovranazionali, come la NATO. D’altronde, non dobbiamo dimenticare che il tenente colonnello Spiazzi, pur essendo solo un quadro ufficiale di livello medio alto, ha il NOS «Cosmic».

Sogno e il “golpe bianco”

Passiamo adesso al coinvolgimento delle istituzioni nel golpe di Edgardo Sogno .

“Nel corso delle inchieste che l’hanno investito, Sogno stesso ha ribadito con chiarezza le sue intenzioni, esponendo qual era il primo obiettivo: Negli anni ’70 c’erano persone pronte a sparare contro chi avesse deciso di governare con i Comunisti … noi prendemmo l’impegno di sparare contro coloro che avevano fatto il governo con i Comunisti. Nei partiti di governo allora c’erano anche dei vigliacchi, dei traditori, pronti a governare con i comunisti … nel maggio 1970 furono fondati i comitati di Resistenza Democratica il cui obiettivo era impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni … un duello all’ultimo sangue in cui non potevamo accettare regole e limiti di legalità e legittimità, sapendo che avremmo potuto contare sull’appoggio degli Stati Uniti e degli altri Paesi NATO.  

L’obiettivo ultimo, invece, è l’approdo a una Repubblica «presidenzialista e anticomunista», sul modello di quanto fatto da De Gaulle. Per arrivarci, è previsto l’intervento dei militari, che dovrebbe portare alla nomina di un esecutivo guidato da Pacciardi, composto da persone di tutte le aree politiche, comunisti esclusi naturalmente, con Sogno ministro della Difesa. L’elenco dei partecipanti su cui quest’ultimo dirà di aver potuto contare è impressionante. Solo per ricordarne alcuni: il vicecomandante dei carabinieri, i comandanti della Divisione carabinieri Pastrengo (generale Palumbo) e della Legione carabinieri di Roma; i comandanti della brigata paracadutisti di Livorno e della divisione Folgore (generale Santovito); i capi di stato maggiore generale di aeronautica e marina; il comandante generale della guardia di finanza (generale Borsi di Parma); il comandante della divisione Ariete; il generale Giorgio Liuzzi, ex capo di stato maggiore generale quando Pacciardi era ministro della Difesa, e autore della presentazione al libro di Beltrametti Contestazione e megatoni. Per Sogno, il maggior tessitore del piano è il generale Ugo Ricci. Alti ufficiali che si fossero dichiarati contrari avrebbero dovuto essere invece «neutralizzati».

Infine per quanto concerne il coinvolgimento diretto e/ o indiretto di istituzioni internazionali opportunamente Ventura pone l’enfasi in primo luogo sulla Anginter Press che non fu solo di una struttura di intelligence legata a servizi segreti occidentali, fra cui la CIA e la Rete Gehlen, ma anche di un centro di reclutamento e addestramento per attentati e sabotaggi secondo i dettami della dottrina della guerra non ortodossa al comunismo. Ed ancora una volta la strategia della tensione si costruisce proprio a livello metodologico sulla guerra rivoluzionaria teorizzata durante la guerra d’Algeria e portata poi avanti dall’OAS di cui il fondatore della Aginter fu un esponente seppure certo non di primo piano .Sottovalutare il contributo che gli strateghi francesi hanno dato alla guerra rivoluzionaria-e cioè quello va da Larechoy a Trinquier fino a Galula– per comprendere chiaramente la genesi sia militare sia politica della strategia della tensione costituisce un errore in sede storica certamente rilevante.

“Soffermiamoci un attimo su questo personaggio, perché proprio la sua biografia mostra bene la continuità tra le esperienze antisovversive di quei decenni. Guérin-Sérac combatte come ufficiale francese in Corea, Indocina e poi in Algeria, fino a quando, nel 1962, diserta dall’esercito per aderire all’OAS. Dopo l’indipendenza del Paese nordafricano, per sfuggire alla condanna per tradimento emanata dal governo francese, insieme ad altri reduci dell’OAS si rifugia in Portogallo, al riparo del regime filofascista di Salazar. E qui nel 1966 fonda l’Aginter Press, che dopo la caduta del regime autoritario lusitano si trasferirà a Madrid, per chiudere poi i battenti, o più verosimilmente per spostarsi da qualche altra parte, dopo la morte di Francisco Franco nel 1975. Avendo come obiettivo la difesa dei valori occidentali messi a rischio dai comunisti, l’Aginter si è rapidamente trasformata in un’agenzia di addestramento e coordinamento tra varie intelligence; un’organizzazione a cui gli altri servizi occidentali possono rivolgersi per operazioni sporche che non potrebbero svolgere in prima persona, onde evitare di coinvolgere i propri governi in azioni inaccettabili. L’AP è legata anche alla Rete Gehlen, a cui appartiene Skorzeny, il personaggio a cui Adriano Monti, che a sua volta ne è membro, si rivolge per chiedere il sostegno degli USA al golpe Borghese.

In secondo luogo l’autore si sofferma giustamente su alcuni aspetti centrali per comprendere chiaramente il ruolo che i servizi di sicurezza americani svolsero nel contesto della strategia della tensione.

“Come ha scritto la Corte d’assise d’appello di Milano nel 2015, proprio il ruolo svolto dall’Aginter Press dimostra [l’] opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze … individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, dai Servizi americani, alla P2, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della Destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della Magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità.”

Credo tuttavia che il modo migliore per concludere questa nostra lunga rassegna sia la riflessione del generale dei carabinieri Nicolò Bozzo le cui osservazioni mi sembra confermino molto chiaramente l’esistenza di un intreccio criminoso tra lo Stato cosiddetto legale e lo Stato parallelo.

Per concludere su questo argomento, vale la pena ricordare due significative testimonianze rilasciate dal generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nella lotta al terrorismo durante gli anni Settanta. La prima riguarda l’interesse di Dalla Chiesa, intorno al 1974-1975, per un «collegamento operativo» tra destra eversiva, criminalità comune organizzata, massoneria e settori dei servizi deviati. Le indagini vanno avanti, perciò nel settembre 1978 lo invita «ad approfondire questa ipotesi che a suo parere si [fonda] sull’esistenza di una struttura segreta paramilitare, con funzioni organizzative anti invasioni, ma che [ha] poi debordato in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno». 89 Sembra la descrizione degli ambienti che abbiamo incontrato. La seconda testimonianza è bruciante. In un libro intervista del 2006, di fronte alla classica domanda se è esistito, ed eventualmente chi è stato il «burattinaio» del terrorismo in Italia, risponde: «La stessa domanda mi venne rivolta nel ’98, in sede di Commissione parlamentare stragi. Ripeto la risposta che diedi in seduta segreta: il grande vecchio per me è il funzionario più alto in grado del settore CIA che si occupa degli affari italiani». Una storia cominciata, a suo avviso, quando già prima della fine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si pongono il problema di cosa accadrà dopo, in funzione antisovietica. È in quel momento che inizia la lotta anche al comunismo italiano, una lotta che ha unito le forze più diverse, comprese le meno presentabili, come la mafia.”

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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