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Gladio e gli apparati deviati: la genesi della “strategia della tensione”

Gladio

Gladio e gli apparati deviati: la genesi della “strategia della tensione”

Gladio, le infiltrazioni deviate nelle forze armate, i legami tra settori della Difesa italiana e organizzazioni estremiste, il disegno politico degli Usa: David Cardillo torna sull’Osservatorio con la seconda puntata di “Italia, campo di battaglia”.

 Le manovre eversive che hanno portato a Portella della Ginestra (i cui contorni ricordano vagamente quanto avvenuto a Milano ventidue anni dopo), con il loro corollario di legami tra corpi dello Stato italiano, neofascisti, criminalità organizzata e servizi segreti e militari americani, possono così essere considerate l’inizio di un’operazione politica e psicologica la cui fase topica è stato il quinquennio 1969-74, ma la cui durata si è dipanata per l’intera guerra fredda, e che secondo alcuni ha avuto una coda con gli attentati mafiosi del 1992-93. Un’operazione che, come già accennato, ha visto la Nato pesantemente coinvolta. Come scritto dalla gola profonda del neofascismo Vincenzo Vinciguerra in un documento presentato alla Corte d’Assise di Venezia nell’estate del 1987:

“Si cercavano uomini-arma selezionandoli tra i simpatizzanti, gli aderenti e i militanti di Ordine Nuovo per una causa che non era la loro. Uomini da inserire, nel più assoluto segreto, in organismi NATO a difesa di quel mondo occidentale dominato dall’America nella cui vittoria militare sull’Europa si individuavano le origini della decadenza occidentale e della “finis Europae”.”[1]

Un primo passo, in tal senso, è stato compiuto nel 1951 con l’operazione Stay-Behind” (nota, in Italia, con il nome improprio di Gladio), la struttura paramilitare segreta della Nato sorta per continuare a combattere il nemico in caso di invasione degli eserciti del patto di Varsavia, ma adattata anche per contrastare il nemico interno, il Pci. Come dichiarato dal militante del Msi Vittorio Andreuzzi, cooptato in Gladio:

“Ci fu spiegato dagli istruttori che la nostra organizzazione sarebbe dovuta entrare in funzione per contestare moti di piazza comunisti. Non fu detto, se non con brevi cenni, che la struttura doveva servire anche per contrastare un’invasione straniera. Ricordo con certezza che, più che altro, si parlò, da parte degli addestratori, della necessità di prepararci a fronteggiare i comunisti italiani e le loro iniziative sovversive”. [2]

Tra i vari compiti di Gladio vi era quello di attuare il “Piano Demagnetize”, un progetto elaborato sempre nel 1951 dal Psychological Strategy Board (l’organismo creato nello stesso anno dal Dipartimento di Stato americano per condurre operazioni psicologiche all’estero), e reso operativo con un accordo tra i servizi segreti americani e italiani, al fine di depotenziare l’influenza sulla società italiana e esercitata dalle forze di orientamento comunista attraverso l’impiego di gruppi anticomunisti. Un fine per il quale la denominazione del piano esprimeva l’intento di ridurre quella sorta di “attrazione magnetica” che le idee comuniste andavano esercitando sulle popolazioni di alcuni paesi, in particolare Italia, e che andava smagnetizzata. 

Punto di collegamento tra Gladio e i gruppi neofascisti era l’”Aginter Presse”, ufficialmente un’agenzia stampa, in realtà una centrale dell’intelligence al servizio della Cia e della Nato fondata dall’ex ufficiale delle forze armate francesi e membro fondatore dell’organizzazione terroristica di estrema destra Oas (Organisation de l’Armée Secrète) Yves Guérin-Sérac, per conto dei quali insegnava a praticare la strategia della tensione attraverso l’infiltrazione e l’intossicazione dei movimenti e le tecniche con cui attribuire la responsabilità degli attentati a persone o a organizzazioni estranee.[3] Nel novembre del 1969, l’ Aginter Presse ha redatto un documento, intitolato La nostra attività politica, in cui c’era scritto che occorreva fare sì che i comunisti venissero incolpati di attentati compiuti da estremisti di destra, e che tracce e indizi dovessero essere predisposti a questo fine.[4]  Si trattava delle cosiddette operazioni “false flag”, ovvero azioni condotte sotto mentite spoglie per coprirne le reali matrici, il cui  prodromo, come abbiamo visto,  può essere considerata la strage di Portella della Ginestra, del primo maggio 1947.

  I primi passi verso l’attuazione di questi progetti sono stati intrapresi nel 1963, con l’inaugurazione della prima stagione dei governi di centro-sinistra. La  strategia  statunitense  va  inserita nel quadro storico della guerra fredda, che vede l’Italia nei panni del paese cardine  della  contrapposizione  dei  due  blocchi,  tanto  per  la  sua  posizione  geopolitica  (paese  affacciato sul Mediterraneo e terra di confine con i paesi oltre la cortina di ferro), quanto per il  suo  contesto  politico  interno  (il  paese  con  il  più  forte  partito  comunista  occidentale,  con un bacino elettorale del 25%-30% che ne fa stabilmente la seconda forza politica italiana).  Le politiche del centrosinistra in questo periodo erano caratterizzate da nuove linee sia a livello interno – la cosiddetta “strategia dell’attenzione” ideata da Aldo Moro, sostenuta dal PSI di Francesco De Martino e indirizzata al PCI di Enrico Berlinguer – e sul parte estera con una posizione più indipendente dalle linee guida statunitensi nell’area del Mediterraneo e più interessata agli interessi nazionali italiani.[5]

Per contrastare il primo governo formato da Aldo Moro, percepito come un possibile cavallo di troia del comunismo, il capostazione della Cia in Italia, William Horney, ha cominciato ad attivarsi sia formando squadre d’azione formate da estremisti di destra (arruolati dal membro del servizio segreto militare Sifar colonnello Renzo Rocca, per compiere attentati contro sedi della Democrazia Cristiana da attribuire alle sinistre), sia creando gruppi di pressione che chiedessero misure d’emergenza per fronteggiare la violenza dei comunisti. [6]

Il salto di qualità della strategia della tensione, che ha visto i neofascisti nei panni di agenti provocatori travestiti da militanti di sinistra, si è avuto negli anni Sessanta, a partire dal convegno organizzato a Roma dall’Istituto Antonio Pollio dal 3 al 5 maggio 1965 sulla guerra rivoluzionaria. Organizzato per iniziativa di tre giornalisti appartenenti agli ambienti della destra, Enrico de Boccard, Gianfranco Finaldi ed Edgardo Beltrametti (quest’ultimo inserito come informatore nei servizi segreti da Giuseppe Aloia,[7] mente occulta del Pollio e Capo di stato maggiore della difesa), con i finanziamenti del Sifar e con la partecipazione di personaggi legati all’anticomunismo militante, tra i quali un gruppo di venti studenti neofascisti guidati dal capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie, il convegno ebbe come tema principale “La guerra rivoluzionaria”, una dottrina che in quegli anni circolava soprattutto negli ambienti militari e mirata a coordinare e dare maggior vigore alla lotta contro la possibile avanzata del comunismo in Italia. In un contesto storico in cui il Partito Comunista Italiano sembrava riscuotere sempre più consensi, e nel quale la Democrazia Cristiana -pur mantenendo saldamente posti e posizioni di potere- sembrava progressivamente cedere terreno alla sinistra, i relatori del convegno hanno sostenuto la tesi secondo cui occorreva che una parte della destra si facesse carico di una reazione alla crescita del pericolo comunista affiancandosi, in questa attività, ad apparati dello stato particolarmente ‘sensibili’: uomini dei Servizi segreti, dei carabinieri e militari di fede neofascista insofferenti alle leggi della repubblica italiana.[8]

La creazione dei “Nuclei per la Difesa dello Stato” è stata uno degli obiettivi del convegno. Il generale Giuseppe Aloia, capo di stato maggiore dell’esercito, ha dato l’avvio alla loro costituzione e un suo fedele, il colonnello Adriano Magi Braschi, ne ha curato l’attuazione. Magi Braschi, a lungo distaccato presso il Sifar e appartenente alla cellula veneta di Ordine Nuovo (formalmente, un centro studi fondato nel 1956 da un gruppo di fuoriusciti dal Msi guidati da Pino Rauti, in realtà un’organizzazione paramilitare organica alla struttura Stay-behind)[9], ha inserito gli ordinovisti nel corpo misto di civili e militari dei Nuclei di difesa dello Stato, strutture in grado di assicurare l’addestramento militare dei civili membri di Gladio, e che fin da subito è entrata in azione inviando a duemila ufficiali delle forze armate di stanza in Veneto e nel Friuli Venezia-Giulia una lettera, ispirata da Pino Rauti, in cui si faceva appello ai militare di aderire ai Nuclei e di agire tempestivamente per contrastare “l’infezione comunista” prima che diventi mortale. Sull’attuazione della nuova struttura è giunto “l’appoggio esplicito dei vertici militari americani”.[10] Come ha scritto il generale Gerardo Serravalle, capo di Gladio dal 1971 al 1974:

“Nelle liste di Gladio apparvero anche alcuni individui che non dovevano essere arruolati a causa delle loro manifeste militanze e simpatie di estrema destra, tipo Ordine Nuovo. È lecito sospettare che quelli costituissero la sutura con il magma dei terroristi e degli eversori. Quelli individui contattati dalla Stay-behind ufficiale erano per lo più ordinovisti inquadrati nella rete civile dei Nuclei di Difesa dello Stato.”[11]

Ha avuto, così, inizio il lavoro in sinergia tra Avanguardia Nazionale e Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, da un lato, e di Ordine Nuovo e Stato Maggiore della Difesa e il Comando delle Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della Nato, con sede a Verona, dall’altro. Una sinergia che ha avuto, come battesimo, l’operazione “manifesti cinesi”, consistente nell’affissione di una serie di manifesti a Roma, Milano, Mestre, Venezia, Padova, tra il gennaio e il febbraio 1966, inneggianti a Stalin ad opera del sedicente “Movimento Marxista-Leninista d’Italia”. Si trattava, in realtà, di un gruppo di militanti di Avanguardia Nazionale manovrato dal direttore del periodico di destra “Il borghese” e futuro parlamentare del Msi Mario Tedeschi, che per ordine del capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni Federico Umberto D’Amato (dal quale, come rivelato dall’ex avanguardista Adriano Tilgher,   percepiva   un   assegno   mensile   di   300.000   lire),   aveva   fatto   redigere   i manifesti allo scopo di favorire la dissidenza interna al Partito Comunista Italiano e la nascita di movimenti extraparlamentari di estrema sinistra, in modo da spingerlo a radicalizzare   le   proprie   posizioni   ed   impaurire   l’opinione   pubblica   di   fronte all’esistenza  di tali  gruppi  estremisti. Per comprendere appieno questo scenario occorre, però, inserirlo in un contesto internazionale. La base, infatti, su cui si fondavano questi piani era l’”Operazione Chaos”, ideata dalla Cia in quello stesso anno, e che prevedeva in Italia, Francia e Germania Occidentale la sistematica provocazione interna all’estrema sinistra extraparlamentare al fine di accrescerne la pericolosità mediante l’infiltrazione di confidenti, sbandati, fascisti, provocatori.[12]

 Sempre nel 1966, Pino Rauti, capo di Ordine Nuovo, pubblicava insieme a Guido Giannettini (giornalista del Secolo d’Italia e dell’organo ufficiale dell’esercito italiano “Rivista Militare”, oltreché agente del Sifar prima e del Sid poi, e condannato in primo grado all’ergastolo al processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana nel 1979) il pamphlet “Le mani rosse sulle forze armate”, nel quale, su commissione del capo di stato maggiore delle forze armate Giuseppe Aloja, attaccava il generale Giovanni De Lorenzo, reo di non condividerne i piani di politicizzazione dell’esercito.

Secondo gli autori del pamphlet, i comunisti, in caso di guerra contro un esercito invasore dell’est, seguirebbero la propria vocazione ideologica anziché adempiere al proprio dovere di patrioti, e si arruolerebbero nelle forze armate italiane al solo scopo di fungere da quinta colonna del nemico e compiere atti di sabotaggio e fare propaganda disfattista, e solo il piano predisposto dal generale Aloja, consistente nell’adozione di tecniche della guerriglia e della contro guerriglia, nell’azione psicologica di massa e nell’ideologizzazione delle truppe permetterebbe di sventare la minaccia rossa. Un rapporto, quello tra Pino Rauti e i vertici dei servizi segreti e delle forze armate italiane e straniere che si può far risalire al 1952, quando un colonnello inglese in servizio presso il Territorio Libero di Trieste al tempo dell’amministrazione anglo-americana della zona A delle provincie giuliane, e che si era qualificato come responsabile dell’intelligence di tutto il fronte della guerra fredda nell’Europa dell’Est convocò  alcuni reduci della Rsi tra i quali il futuro fondatore di Ordine Nuovo, per incaricarli di compiere azioni di guerra psicologica e non ortodossa contro i comunisti locali. L’avvento al potere negli Stati Uniti, nel gennaio del 1969, di un’amministrazione che incarnava gli ideali, le pulsioni e gli interessi del conservatorismo più oltranzista ha costituito un salto di qualità di quella che è passata alla storia come strategia della tensione. Per   realizzare   tale   strategia,   occorreva   il coinvolgimento   degli ambienti dove l’anticomunismo era  più  viscerale  e  settario, individuabili nell’organizzazione neonazista Ordine Nuovo, da tempo in rapporti stretti con lo  Stato  Maggiore della  Difesa,  in  particolare  tra  i  militanti  del  Triveneto,  in  quanto localizzati  in  una  zona  cruciale  per  gli  equilibri  geopolitici  della  guerra  fredda  quale  il confine con la Jugoslavia comunista e dove si trovavano importanti basi militari americane e della  NATO.

La succursale di Ordine Nuovo nel Triveneto è stata costituita nel 1966, in una situazione definita, dalla stessa organizzazione, come “prerivoluzionaria”, e foriera di del rischio che il Pci conquisti il potere facendo scivolare l’Italia nell’ambito dei paesi dell’est europeo, da qui la ravvisata necessità di appoggiarsi alle forze armate, oltre che alla Nato e agli apparati segreti americani che operano in Italia.[13] I propositi si sono tramutati presto in fatti. A Verona, nel maggio 1966, una decina di affiliati a Ordine Nuovo, sono stati denunciati perché trovati in possesso di armi e di cinque barattoli di esplosivo di provenienza israeliana procurate dal capitano dell’esercito statunitense Theodore Richards, di stanza presso il Comando delle Forze Armate della Nato per il Sud Europa nella città scaligera, e agente di una rete informativa segreta americana che opera in tutto il Veneto.[14]  Col senno di poi, si potrebbe dire che se le indagini sul rinvenimento di queste armi fosse stato approfondito, e se servitori dello stato come il commissario della squadra mobile della questura di Padova Pasquale Juliano, che per primo aveva scoperto l’attivismo dell’eversione di destra nel Veneto non fossero stati rimossi dai loro incarichi (quando non “suicidati”), forse l’Italia non sarebbe stata insanguinata nel quinquennio 1969-74.

2 – continua

1 – Le origini della destabilizzazione

2 – Gladio e gli apparati deviati: la genesi della “strategia della tensione”


[1] Vincenzo Vinciguerra, Ergastolo per la libertà. Verso la verità sulla strategia della tensione, Arnaud Editore, Firenze, 1989, p. 167.

[2] Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, doc. XXIII, n. 64, vol. 1, tomo II, p. 102.

[3] Stefania Limiti, Doppio livello. Come si organizza la destabilizzazione in Italia, Chiarelettere Editore, Milano, 2013, p. 19.

[4] Daniele Ganser, Gli eserciti segreti della Nato. Operazione Gladio e terrorismo in Europa Occidentale, Fazi Editore, Roma, 2005, p. 142.

[5] Roberto Gualtieri, The Italian political system and détente (1963-1981), in “Journal of Modern Italian Studies”, 9(4), (2004), pp. 428-449.

[6] Angelo Ventrone, La strategia della paura, Eversione e stragismo nell’Italia del Novecento. Mondadori, Milano, 2019, p. 122.

[7] Mirco Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1969-1974, Laterza, Bari, 2019, p. 77.

[8] Frèdèric Laurent, L’Orchestre noir: Enquête sur les réseaux néo-fascistes, Nouveau Monde éditions, Parigi,  1978, p. 416.

[9] Vincenzo Vinciguerra, Stato d’emergenza. Raccolta di scritti sulla strage di Piazza Fontana, Lulu.com., Morrisville, 2014, p. 186.

[10] Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1984, p. 75.

[11] Gerardo Serravalle, Gladio, Edizioni Associate, Roma, 1994, p. 94.

      [12] Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, Ponte delle Grazie, Milano, 2009, p. 431.

[13] Gianni Flamini, L’amico americano, Editori Riuniti, Roma, 2005, p. 66.

[14] Tribunale Civile e Penale di Milano, Sentenza-Ordinanza nei confronti di Giancarlo Rognoni e altri, Dottor Salvini Guido, 03/02/1998, N.9/92A R.G.P.M., p. 293.

Sono un ricercatore in storia contemporanea presso l’Università di Reading, nel Regno Unito, per la quale sto portando avanti una ricerca sui rapporti intercorsi tra gli Stati Uniti e la destra italiana negli dell'amministrazione guidata da Richard Nixon (1969-74). Posseggo, inoltre, un master in cooperazione allo sviluppo, conseguito presso lo IUSS di Pavia, e una laurea specialistica in studi Afro-Asiatici, ottenuta nell'ateneo della stessa città. A livello professionale, ho lavorato presso la missione condotta dalla ONG COSV in Macedonia e Montenegro, occupandomi di un progetto volto all'integrazione delle minoranze etniche nei Balcani, con la mansione di effettuare il monitoraggio e la valutazione delle attività ad essa correlate, come i corsi di alfabetizzazione. In Montenegro, inoltre, ho avuto modo di indagare in prima persona sulla condizione della minoranza Rom nel suddetto paese, intervistando il presidente della comunità Rom locale, e di trasmettere i dati e gli elementi raccolti al Desk Officer dei Balcani della ONG a Milano. Per quanto concerne le mie successive esperienze professionali, da aprile 2012 a luglio 2012 ho lavorato come assistente del consigliere presso la rappresentanza italiana all'OCSE a Parigi, con il compito di scrivere i rapporti delle conferenze tenutesi nella sede dell'organizzazione da inviare al ministero degli affari esteri, mentre da settembre 2012 a luglio 2017 ho lavorato come Policy Officer per una società no profit chiamata Shared Development Consulting Group, con sede a Bruxelles, svolgendo ricerche e analisi politiche su tematiche riguardanti i paesi in via di sviluppo.

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