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Le fondamenta del “secolo cinese”: conversazione con l’ambasciatore Bradanini

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Le fondamenta del “secolo cinese”: conversazione con l’ambasciatore Bradanini

Qualcuno ha definito il XXI secolo: il “secolo cinese”. Per anni la Cina ha conosciuto un notevole progresso economico, sociale e tecnologico riuscendo a competere a tutto campo con l’Occidente. Con le sue grandi ambizioni, Pechino è stata per lungo tempo al centro dell’attenzione internazionale, tanto che gli Stati Uniti l’hanno classificata come un rivale strategico, proprio come riportato dal Pentagono nella National Defense Strategy del 2018.

Con la Nuova Via della Seta, Pechino tenta di porsi come partner alternativo a Washington, investendo in progetti che permettano di collegare l’estremo est con l’estremo ovest di quel continente chiamato “Eurasia”. Per comprendere meglio il ruolo e l’influenza della Cina nel mondo, ne parliamo in questa sede con Alberto Bradanini, già ambasciatore in Cina dal 2013 al 2015 e con una lunga carriera diplomatica alle spalle, attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

Dopo l’elezione di Biden alla Casa Bianca, molti si aspettano un cambio di passo nei rapporti sino-americani. Secondo Lei, come potranno evolversi le relazioni tra Usa e Cina nei prossimi 4 anni?

Le relazioni con la Cina non dipendono, se non in minima parte, dalla persona che abita la Casa Bianca. Il tema non è contingente, ma strutturale e dipende da due ordini di fattori, uno ideologico, l’altro geopolitico. Il primo è legato alla natura del sistema economico (in America centrato sulle Corporations private, le famigerate Multinazionali, mentre in Cina è governato dallo Stato), il secondo alla sfida che Pechino rappresenta al dominio Usa nel mondo e ai privilegi che questo garantisce.

Negli Stati Uniti, il potere è nella mano della finanza e dei cosiddetti mercati, che a loro volta determinano le scelte politiche. In Cina invece è la politica a governare il mercato. Anche in Cina il profitto muove il mercato, ma quest’ultimo risponde a un disegno politico, seppure non necessariamente condivisibile, e beninteso allineato agli interessi della classe di stato.

Nella sua opera, “Oltre la Grande Muraglia”, la Nuova Via della Seta segna la volontà cinese di acquisire un forte protagonismo internazionale, politico ed economico basato non più sul Washington Consensus ma sul Beijing Consensus. Qual è l’obiettivo principale?

La Belt and Road Initiative (BRI) è un progetto a tutto campo. Inizialmente, aveva un fine limitato, favorire lo sviluppo delle province di frontiera, meno avanzate rispetto a quelle costiere. Strada facendo si è arricchita di un obiettivo ambizioso, ridurre le distanze tra Estremo Oriente ed Europa occidentale attraverso lo sviluppo di infrastrutture fisiche, fibra ottica, autostrade, aeroporti e altro ancora, nelle ex-repubbliche sovietiche. Come rilevato da storici e politici, la nazione che governa la massa euroasiatica governa il mondo.

Oggi, nel cuore di questo progetto troviamo la Cina, insieme alla Russia e alle nazioni centro-asiatiche, un progetto questo che impensierisce fortemente la talassocrazia americana. Quale terzo obiettivo, la Bri mira infine ad ampliare la proiezione cinese nel mondo intero (dunque anche in Africa, America Latina e via dicendo) e in prospettiva, se le condizioni lo consentiranno, a modificare lo stesso ordine economico internazionale, oggi fondato sul Washington Consensus, vale a dire la via capitalistica all’uscita dal sottosviluppo, una via rimasta un miraggio per la stragrande maggioranza delle nazioni povere del mondo.

L’ambasciatore Alberto Bradanini.

Come può destreggiarsi l’Unione Europea trovandosi al centro degli interessi di Washington, Mosca e Pechino?

In una bilanciata visione eurasiatica, Russia ed Europa sono complementari. Le nazioni europee hanno bisogno di energia di cui la Russia è ricca, mentre quest’ultima necessita di prodotti finiti di qualità, macchinari e beni industriali europei. La possibile, auspicabile, integrazione economica (e chissà anche politica) tra Russia ed Europa genera angoscia a Washington, che teme la marginalità. Se a tale potenziale disegno dovesse poi aggiungersi la Cina, allora le ansie di Washington diventerebbero un vero incubo.

 L’Occidente accusa la Cina di non considerare le questioni relative alla protezione dei diritti umani, quali sono statele risposte a tali accuse da parte del governo cinese?

La critica occidentale alla Cina sotto questo profilo è quanto mai penosa, alla luce delle devastazioni che i paesi occidentali hanno causato nei secoli al continente africano e che ancora oggi, con le politiche neocoloniali, continuano a causare. La presenza della Cina in Africa favorisce commercio e crescita economica, anche se rose e spine sono inseparabili (ad esempio, la indubbiamente pericolosa trappola dei debiti). Le accuse alla Cina in materia di diritti umani, infine, sono quanto mai strumentali, volte a demonizzarla per fini politici. Del resto, l’Occidente ignora platealmente i cosiddetti diritti umani, quando vi è convenienza politica o economica, e gli Stati Uniti non hanno esitato a far ricorso alla forza violando il diritto internazionale, al servizio della loro bulimia di potere e dei loro privilegi. 

Quali sono i principali partner europei per la Cina?

L’Europa per la Cina conta molto sotto il profilo economico, ma la sua rilevanza politica è minima. Il principale partner economico della Cina tra i paesi Ue è la Germania, che copre circa la metà del commercio Cina-Ue. Berlino è la sola nazione europea con un avanzo commerciale (nel 2019 oltre 19 miliardi di euro). Dopo l’uscita del Regno Unito, l’Italia è invece il paese Ue con il disavanzo maggiore (-20/22 miliardi di euro, nel 2019, che significano migliaia e migliaia di posti di lavoro). Gli investimenti cinesi in Europa mirano a mercato e tecnologia, mentre quelli europei in Cina, quasi tutti greenfield, hanno creato milioni di posti di lavoro negli ultimi 30 anni. Gli investimenti cinesi, salvo eccezioni, non hanno creato nuovi posti di lavoro.

Tornando alla Germania, la Cina è dunque il suo principale partner economico. Il disavanzo europeo verso la Cina è stato di 164 miliardi di euro nel 2019, e questo meriterebbe una politica rivendicativa verso la Cina. La Commissione Europea tuttavia è controllata da Berlino che non ha alcun interesse a sollevare tale questione con Pechino, interessata a tutelare esclusivamente i suoi esclusivi interessi.

Dal canto suo, l’Italia, con la firma di un MoU (Memorandum of Understanding) nel marzo 2019, ha puntato a ridurre il disavanzo aumentando l’export verso la Cina. Un obiettivo questo che senza una diversa politica dell’Ue (oggi negata dai tedeschi) non sarà mai raggiunto. In verità, il memorandum avrebbe dovuto perseguire un’altra finalità, vale a dire lavorare insieme nell’infrastrutturizzazione dei paesi centroasiatici (quelli situati appunto lunga la “via della seta”). Ma l’inadeguatezza del sistema Italia (livello politico, amministrativo e industriale) lo ha impedito.

La tecnologia come campo di battaglia. Se durante la guerra fredda i Paesi dovevano decidere per quale blocco parteggiare, ora saranno le grandi aziende di tecnologia di tutto il mondo a dover scegliere mercati filoamericani e filocinesi. Se in precedenza, l’azione di bilanciamento principale era rappresentata dal raggiungimento della supremazia militare, ora invece può essere rappresentata dal raggiungimento della supremazia tecnologica?

Certo, tecnologia significa controllo dei big data, efficienza degli armamenti, e indipendenza politica ed economica. Gli Stati Uniti, vedendo diminuito il loro potere nel mondo, gradualmente dagli anni ‘80 in avanti, hanno iniziato a far uso della violenza e delle guerre con maggiore intensità. Le nazioni che non si sottomettono al dominio Usa vengono aggredite politicamente, economicamente e quando serve anche militarmente. Disponendo di tecnologia indipendente, Pechino cerca il suo spazio nel mondo, per di più, diversamente dagli americani, attraverso metodi pacifici. Huawei, gigante della tecnologia cinese, viene ad esempio contrastata dagli americani in modi legittimi e illegittimi. Questi ultimi hanno scatenato contro la Cina una vera e propria guerra fredda, che potrebbe diventare persino calda, mettendo a rischio la pace nel mondo, se non saranno capaci di mettere un freno alla loro ipertrofia di potere.

Tutte le interviste dell’Osservatorio Globalizzazione.

Gino Fontana, classe 1993, nato tra le montagne dell'Appennino reggiano e cresciuto a Carpineti, in uno dei più importanti territori matildici. Laureato magistrale ai tempi del coronavirus in Relazioni Internazionali ed Europee presso l'Università di Parma e nel 2015 ho conseguito la laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, sede di Forlì. Innamorato dei viaggi, appassionato di storia contemporanea, sociologia e politica estera. Ho svolto alcune attività di volontariato in Etiopia con un'associazione umanitaria ed ho avuto la possibilità di approfondire i fenomeni migratori grazie al mio lavoro come operatore presso un centro di accoglienza straordinaria. Infine, mi occupo di un progetto di gemellaggio per il mio comune ricoprendo il ruolo di coordinatore.

Comments

  • Enrico Bonatti
    10 Dicembre 2020

    Intervista molto illuminante.
    Particolarmente interessante è l’opinione dell’ambasciatore sulle accuse americane alla Cina di non rispettare i diritti umani, visto che gli USA lì hanno spesso calpestati in molte zone del mondo.
    Grazie Gino!
    Enrìco Bonatti

  • Marinella Zanelli
    10 Dicembre 2020

    Intervista interessante e mirata ad una profonda analisi di una realtà che avanza…
    Complimenti a Gino Fontana per lo splendido articolo.
    Marinella Zanelli

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