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Il gatto Borrell e la volpe Lavrov: il flop diplomatico dell’Ue in Russia

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Il gatto Borrell e la volpe Lavrov: il flop diplomatico dell’Ue in Russia

La recente visita in Russia di Josep Borrell, diplomatico spagnolo ed Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue, si è conclusa in una vera e propria disfatta politica e d’immagine di fronte alle strategie raffinate del navigato Ministro degli Esteri Sergej Lavrov.

L’analisi giornaliera delle Relazioni Internazionali solitamente è compresa tra gli estremi dei grigi report quotidiani da un lato, e i tetri lontani spettri dell’olocausto nucleare dall’altro. Al centro si situa la vastissima e preponderante area dell’azione dei professionisti della diplomazia, sovente con tanto di pelo sullo stomaco.

Talvolta però accade che la silenziosa routine quotidiana sia interrotta dal fragore dei passi trattenuti di chi, suo malgrado, viene scaraventato sulla scena del teatro internazionale.

E’ quanto accaduto venerdì 5 febbraio a Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, in visita ufficiale a Mosca, nella sua prima uscita di rilievo.

In un mondo globalizzato in cui neppure la taglia mastodontica dei giganti può assicurare dagli attacchi asimmetrici dei lillipuziani, è facile che i predatori si trasformino in prede.

Il Ministro degli Esteri della democratura russa, Sergej Lavrov, vecchia volpe della diplomazia, ha fatto di Borrell, apprezzato economista, un sol boccone. L’essere stato per un anno circa Ministro degli Esteri della Spagna non gli ha dato l’acume necessario per non finire tra le fauci della volpe russa.

Atterrato a Mosca con un programma preannunciato prima di partire, Borrell sperava di dimostrare alla Russia che l’Unione Europea è un’entità politica che si cura seriamente dei diritti umani degli stranieri, nello specifico dell’oppositore Navalyn.

In palese contraddizione, Borrell da un lato ha proposto la revisione delle vetuste, inefficaci e superate sanzioni commerciali susseguenti all’annessione della Crimea e alla guerra nell’Ucraina orientale; dall’altro ha fatto intendere che la UE, su proposta dei Paesi baltici e della Polonia, è pronta ad adottarne di nuove per il caso Navalyn, sebbene in precedenza, smentendo sé stesso, l’Alto Commissario avesse dichiarato che la questione non vale le sanzioni.

Lavrov sa che nel lungo periodo le sanzioni danneggiano prima di tutto il Paese che le impone, mentre quello che le subisce trova fornitori alternativi: finiscono col diventare un’arma spuntata e inutile, se non un boomerang.

L’ingenuo errore primigenio di Borrell è nell’aver accomunato due punti di debolezza, per altro disgiunti e privi di collegamenti, come la trecentesca “ragion di mercatura” e la novecentesca ragion dei diritti umani. Per giunta è volato a Mosca senza porre alcuna precondizione in grado di assicurargli preventivamente un qualche successo.

La Russia non è una ex colonia con la quale gli europei possono fare la voce grossa. È invece una Nazione che ha un’idea alta di sé, indipendentemente dal valore del proprio PIL. La temibile specialità di Lavrov è quella di inserire la Russia in posizione divaricante tra gli alleati europei.

Lavrov ha umiliato un pantomimico Borrell durante la conferenza stampa congiunta davanti al mondo intero. Ha ricordato da quale autorità morale proviene il sermone sui diritti umani, visto che in Francia sui gilet gialli, in Spagna sugli indipendentisti catalani e in Olanda sui manifestanti contro le restrizioni Covid sono stati commessi abusi da parte delle forze dell’ordine. Sul caso Navalny ha accusato l’UE di ingerenze negli affari interni della Russia e ha evidenziato l’opportunismo degli interventi militari esteri degli europei. Quanto alle sanzioni commerciali, Lavrov ha lasciato cadere il discorso, visto che l’Europa è un partener commerciale inaffidabile, ovvero secondo il pensiero di Putin, è un gruppo di Stati vassalli degli USA, dipendenti dai suoi ordini.

Per marcare la posizione russa, Lavrov ha annunciato di fronte all’assente Borrell l’espulsione di tre diplomatici dell’UE, -un tedesco, un polacco e uno svedese-, accusati di partecipare impropriamente alle manifestazioni degli oppositori politici pro Navalny.

In un certo qual modo, Borrell è andato a mani nude a provocare l’orso dormiente nella sua tana.

Il gasdotto Nord Stream-2 val bene i diritti umani

Il ruolo e il copione degli attori in scena sono ben definiti. A Borrell, e ai poteri di cui è espressione, delle centinaia di militanti pro Navalny arrestati interessa relativamente poco.

Macron e Merkel hanno appreso dell’espulsione dei tre diplomatici mentre avevano in corso un Consiglio di Difesa franco-tedesco. Hanno fatto buon viso a cattivo gioco.

Secondo la Cancelliera Merkel, l’espulsione dei diplomatici è “un provvedimento ingiustificato”. Il Presidente Macron lo ha “condannato con la massima fermezza”. Entrambi vogliono mantenere aperto il dialogo con Putin, malgrado lo schiaffo di Lavrov all’accomodante Borrell, dimentico della legittimità dell’ingerenza umanitaria.

A Bruxelles, Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, ha approvato l’operato di Borrell, quasi fosse una vittoria diplomatica e non una debacle su tutti i fronti. L’UE non riesce ad essere unita, men che mai quando si tratta di adottare sanzioni commerciali che vanno a colpire l’export dei partner più importanti come la Francia o la Germania. Le ventilate sanzioni alla Cina per la tutela delle libertà ad Hong Kong e alla Turchia per le azioni illegali e aggressive nell’Egeo sono rimaste parole al vento.

Al solito la Farnesina esprime anodinamente “seria preoccupazione.”

Quella che viene enfaticamente chiamata “Dottrina Borrell” fa leva su una vagheggiata unità politica, ottenibile mediante un auspicabile uso più frequente del voto a maggioranza qualificata in politica estera dell’Unione[1]. È una proposta vecchia.

Sorge il sospetto che Borrell sia stato mandato a Mosca con il consapevole intento di far naufragare la sua iniziativa, allo scopo di mantenere variabilmente alta la tensione col Cremlino e lasciare diversamente liberi i singoli Stati europei nelle relazioni bilaterali con la Russia, salvo cambiare in seguito le regole nella Commissione Europea col voto qualificato, allorquando converrà al duo di Aquisgrana.

Va osservato che Macron, abitualmente prodigo di insulti e contumelie per molto meno, si è trattenuto. Il suo interesse è essere presente alle trattative per soffiare al momento giusto sul fuoco del prezzo del gas russo. Il suolo di Francia ha dato asilo negli anni a tanti, non ultimo Cesare Battisti, ma nel caso Navalny, Macron ha lasciato che fosse frau Merkel a portare e curare in Germania il dissidente.

Con l’arrivo dei democratici alla Casa Bianca, la Germania ha interesse a procurarsi velocemente una facciata di russofobia e a mostrarsi paladina dei diritti umani … purché il gasdotto Nord Stream-2 sia intangibile.

Intanto il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, pro domo sua, ha ribadito che il Nord Stream-2, quasi del tutto pronto, non si tocca ed è indipendente dalle sanzioni da decretare sul caso Navalny: è la stessa posizione sostenuta dalla Cancelliera Angela Merkel e dal suo ministro degli esteri Heiko Maas, secondo i quali il gasdotto è un progetto economico e non politico.

Di contrario avviso sono i paesi sul cui suolo non corre il raddoppio dell’esistete Stream-1 e gli Stati Uniti, che temono l’abbraccio europeo Germania-Russia, le cui sinergie darebbero vita a due competitori di tutto rispetto.

Alla energivora Germania post Covid si tocchi tutto, ma non il raddoppio del gasdotto. Alla bisognosa Russia serve poter esportare il gas del retrobottega siberiano, onde disporre delle risorse per una politica di potenza, almeno regionale. La Francia, contraria al raddoppio del gasdotto, lavora per far saltare i nervi a Mosca, affinché il prezzo del gas aumenti, in modo da rendere conveniente l’esportazione del surplus energetico-nucleare nella confinante Germania. L’obiettivo francese è aumentare con denaro tedesco l’incremento della potenza militare di Marianna. Gli Stati Uniti vorrebbero che la Russia non scivolasse troppo verso la Cina, ritenuta avversario più minaccioso. Gli Europei sarebbero d’accordo nel sanzionare la Russia per il caso Navalny, purché lo si faccia con le economie altrui, ovvero si lasci intatto lo status quo, ovvero che siano principalmente i prodotti agro alimentari e meccanici a non essere esportati verso la Russia. Alla Russia conviene che il gas qatariota non arrivi affatto in Europa, né via Libia né via Siria, onde non subirne la concorrenza.

Il tutto si tiene insieme, purché qualcuno paghi, affinché tutti possano dire di aver vinto, tranne chi patisce: meglio se gli si toglie l’iniziativa …  talché, anche nella politica estera dell’UE si possano prendere decisioni a maggioranza qualificata (55% degli Stati membri con il 65% della popolazione), come caldeggiato dall’Alto Commissario Borrell[2].


[1] Josep Borrell, What European foreign policy in times of COVID-19?, in https://geopolitique.eu/en/2020/12/14/borrell-doctrine/  

[2] Josep Borrell, op. ult. cit.

Luca Colaninno Albenzio, già avvocato, è abilitato all'insegnamento di scienze giuridiche ed economiche negli istituti di istruzione secondaria di II grado. Si occupa di Contabilità Pubblica; è' autore sotto pseudonimo di numerosi interventi di politica estera sul sito www.aldogiannuli.it, dove pure si cura della newswire "ACME NEWS".

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