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Il Medioevo oggi: oltre tabù e semplificazioni

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Il Medioevo oggi: oltre tabù e semplificazioni

Il concetto di Medioevo ai giorni nostri, qualsiasi storico ve lo potrà confermare, ha preso forma nell’immaginario collettivo in un modo distorto, stereotipato e abusato.

Distorto, in quanto per la maggior parte delle persone è difficile farsi un’idea che non sia assolutamente semplicistica e deformante di un periodo che copre più di un millennio della nostra storia.

Stereotipato, perché viene naturale a chi con l’immaginario collettivo ci lavora, principalmente mass media e editori, insistere su quelle ambientazioni medievaleggianti già familiari al grande pubblico che dipingono un Medioevo del tutto immaginario, piatto e immobile nei costumi e nella società, condito da tratti fiabeschi e dall’immagine di “secoli bui”.

Abusato, specie nel mondo del giornalismo e della politica, sempre pronti a strumentalizzare qualsiasi concetto si renda a portata di mano per alimentare i discorsi dell’una o dell’altra fazione. La nostra idea di Medioevo, insomma, è quanto mai distante da ogni realtà storica e, lungi dal fornirci gli strumenti per comprendere il nostro passato e presente, diventa un luogo comune dal quale cavare fuori un po’ di facile retorica, o al massimo una buona serie tv.

Per capire meglio questa situazione è necessario risalire al momento in questa idea di Medioevo è entrata nell’immaginario collettivo, all’incirca tra il ‘700 e l’800. Grande importanza nella sua genesi ebbe l’Illuminismo che, nel suo voler contrapporsi alla vecchia tradizione culturale ritenuta fanatica e irrazionale, individuò nell’epoca medievale l’apice dell’oscurantismo clericale, etichettandola perciò col poco lusinghiero epiteto di “secoli bui”.

Gli illuministi usarono il Medioevo come un grande contenitore nel quale riversare tutto ciò che di sbagliato poteva nascere in un mondo dominato dalla superstizione, specialmente: la censura della Chiesa alla scienza e al progresso, la caccia alle streghe, il fanatismo religioso diffuso, l’immobilità e l’oppressione sociale. Si trattava di stereotipi che di realtà storica avevano ben poco: sia la tarda antichità che l’età della controriforma offrirono esempi ben più consistenti di tutti gli elementi sopracitati che non l’Età di Mezzo nel suo complesso. Ciononostante, questa connotazione negativa del Medioevo riscontrò un notevole successo nell’Europa settecentesca, finendo per entrare stabilmente nell’immaginario collettivo.

Altro fattore fondamentale fu la corrente del romanticismo: i suoi intellettuali svilupparono un rinnovato interesse per il misticismo e i sentimenti passionali; trovarono quindi nel Medioevo oscuro creato dai Lumi l’epoca perfetta da caratterizzare con le ambientazioni fiabesche e incantate che immaginavano nella loro letteratura. Su tutti basti ricordare il grande Walter Scott e i fratelli Grimm, promotori di un mondo di dame, giullari e cavalieri l’uno, di streghe e di magia l’altro. L’Ottocento fu un secolo in cui la cultura popolare riscoprì con entusiasmo le sue radici medievali, anche se in una forma estremamente stereotipata. Nacquero fiere e tornei a tema in tutta Europa, ma soprattutto una gran quantità di leggende: tra le più celebri, le paure dell’anno mille, lo ius primae noctis, le fantasiose macchine di tortura dell’inquisizione.

L’intero processo storico appena parzialmente ricostruito ebbe come effetto la caratterizzazione del Medioevo come un periodo buio, culturalmente oscuro, superstizioso da un lato, fiabesco, mistico ed eroico dall’altro. Da qui, in buona sostanza, nacque la nostra idea di Medioevo.

La politica, come detto, ne ha già abusato abbondantemente e continua a farlo. Diversamente dai ben più complessi usi strumentali della storia operati nella prima metà del ventesimo secolo (dal nazismo, per esempio), la politica recente ha adottato un approccio che fa leva su idee molto più vaghe, astratte, spesso proiettando l’immaginario storico verso l’esterno.

Neanche vent’anni fa l’amministrazione Bush per giustificare le aggressioni in Medio Oriente promuoveva lo slogan di “crociata umanitaria”, ammantando una presunta “guerra per la democrazia” di un’aura eroica e vagamente mistica, di fatto sottintendendo anche la missione civilizzatrice cristiana/occidentale dei suoi marines. Gli USA sono tra gli stati che più di tutti si sono servito di questo tipo di retorica dal dopoguerra in poi. Jacqueline Kennedy proclamò la Casa Bianca “la nuova Camelot”, come fosse una reggia splendente minacciata dai barbari all’esterno e dai traditori all’interno.

Ma anche in politica interna, specie da parte delle voci progressiste, le strumentalizzazioni dell’idea di Medioevo sono molte e abbondanti. Il caso più comune, con cui tutti abbiamo familiarità, prevede che si bolli con l’etichetta medievale qualsiasi cosa sia ritenuta troppo retrograda, tradizionalista o non al passo coi tempi; “stiamo tornando al Medioevo” è una constatazione che non passa mai di moda. Per certe frange addirittura il Medioevo, più ancora che un paragone, è diventato un’oscenità maschilista e patriarcale, una macchia indelebile nella storia del progresso, da nascondere e ripudiare. Per rendersene conto è sufficiente aver visto l’inorridita reazione del sindaco di Milano Giuseppe Sala alla scoperta di alcuni reperti archeologici nel corso degli scavi per la metropolitana.

Ad ogni modo, l’influenza politica di questo concetto distorto di Medioevo non si esaurisce qui. Questa percezione del nostro passato è frutto del pensiero e della cultura occidentale e di come essa vede sé stessa; la categoria di Medioevo però, come quelle di antichità e modernità, vengono usate per dare una periodizzazione non solo alla storia europea, ma a quella globale nel suo complesso. Il risultato è l’applicazione di queste categorie anche a culture e civiltà per cui esse risultano quantomeno forzate, finendo per distorcere la nostra conoscenza di ciò che si trova fuori dall’occidente.

In questo contesto emerge fortemente la tipica caratterizzazione del Medioevo come età di transizione, un periodo più o meno lungo di immobilismo in attesa che giunga finalmente la modernità. Nella storia delle nazioni extraeuropee il Medioevo diventa l’epoca di stagnazione che separa un lontano glorioso passato dal tanto agognato arrivo della civiltà moderna, ovviamente portata dagli occidentali. Tutto ciò assume significati diversi a seconda della regione che si va ad analizzare.

Gli esempi che si potrebbero fare di questa visione distorta sono molteplici: l’eterno Medioevo immobile e militante nei paesi del Medio Oriente, il balzo improvviso dalle dinastie alla modernità in Cina, l’ingesso nella Storia grazie ai colonizzatori per l’Africa. Per amore di sintesi mi limiterò a citare un solo caso emblematico: la storiografia sul Giappone. Comunemente si fa coincidere la fine del medioevo nell’arcipelago (il periodo feudale) con il Rinnovamento Meiji, un periodo di sconvolgimenti sociali e istituzionali in atto tra il 1866 e il 1869. Questa rivoluzione, che significò per i giapponesi innanzitutto apertura agli scambi internazionali e all’influenza occidentale, fu incoraggiata pesantemente dagli eventi della baia di Edo: qui l’ammiraglio della flotta americana Perry, dopo anni di pressioni andate a vuoto, invitò cordialmente lo shogunato ad aprire i suoi confini e i suoi empori una volta per tutte schierando nel porto di Tokyo le sue navi da guerra a cannoni carichi.

L’età moderna inizia quindi per il Giappone quando questo in qualche modo si decide ad accogliere la modernità occidentale e la fa propria. Tutta la sua storia precedente viene perciò appiattita in un generico Medioevo, mistico, romantico, ma totalmente fuori dalla Storia e dal Progresso. Questo è il concetto che ci trasmette la maggior parte della divulgazione storica in merito e le basi su cui si poggia sono chiare: la civiltà moderna occidentale è l’unica che conta davvero poiché è la sola capace di far progredire l’umanità, tutto ciò che viene prima di essa è immutabilità, quando non stagnazione.

Si tratta di una narrazione eurocentrica di stampo colonialista, da cui l’occidente ha cercato in qualche modo di liberarsi nell’ultimo mezzo secolo ma che di fatto è ancora ben presente nella nostra visione del mondo. Il modo di percepire la storia è sempre rivelatore dello spirito di una società e ne evidenzia bene i limiti. Ci siamo abituati a pensare all’Europa come al centro del mondo, studiamo solo la nostra storia e conosciamo quella degli altri solo dal momento in cui hanno abbracciato la “nostra” modernità.

La storia di tutto il globo risponde alle nostre periodizzazioni e ciò che avviene prima dell’avvento della civiltà dell’Occidente è messo alla stregua della nostra epoca dimenticata, è Medioevo. Eppure già da un pezzo dovremmo esserci accorti che il mondo è cambiato, che l’Europa ormai conta poco e conterà sempre meno, che ovunque paesi con culture diverse stanno reclamando i loro spazi, che insomma il predominio della nostra modernità verrà presto o tardi messo in discussione.

Per questo credo che sia necessario un cambio di prospettiva, a partire dal modo di vedere La storia stessa. Non una serie lineare di avvenimenti, scanditi da fasi ben definite, che si avvia inesorabilmente la modernità, ma un processo complesso, contraddittorio e ramificato, senza un inizio né una fine vera e propria, e soprattutto mai uguale a sé stesso né immobile: nessuna “Età di Mezzo”.

Bresciano, classe 1996, è laureato in Storia all'Università degli Studi di Milano, ateneo in cui attualmente frequenta il corso di laurea specialistica in Scienze Storiche.

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