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La dottrina Bergoglio per la pace

Francesco Bergoglio

La dottrina Bergoglio per la pace

Papa Francesco sul conflitto russo-ucraino ha varato la “dottrina Bergoglio”, una via cattolica alla diplomazia, una “geopolitica della misericordia” proiettata alla Pace che unisce al portato della visione cattolica delle relazioni internazionali (vocazione universalistica, impegno per la compensazione delle rivalità, apertura trasversale al dialogo) un sostanziale realismo fondato su pochi e chiari capisaldi.

La “Guerra Fredda 2.0”

La certezza, in primo luogo, che la rivalità internazionale sottostante alla guerra in Ucraina è qualcosa di paragonabile in intensità e pericolosità alla Guerra Fredda. Una Guerra Fredda 2.0 o, come la chiama Bergoglio, una “terza guerra mondiale a pezzi” in cui i diversi piani vanno tenuti distinti ma possono sommarsi.

E se dunque da un lato il Papa denuncia la futilità di ogni guerra d’aggressione e sottolinea il martirio del popolo ucraino, dall’altro non manca di sottolineare come la guerra indiretta tra Mosca e l’Occidente, in un mondo privo dei pesi e dei contrappesi dell’era della Guerra Fredda rischi di portare le classi dirigenti del pianeta, come sonnambuli, alla rovina.

La “dottrina Bergoglio”, un messaggio all’Europa

La constatazione, su un secondo livello, che quando a sanguinare è l’Europa per il mondo è tempo di prendere sul serio ogni minaccia. E in un certo senso lo sprone all’Europa perché diventi piattaforma mediatrice. Quando il 14 settembre, in occasione della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il Vaticano ha dato il suo imprimatur all’adorazione eucaristica promossa della Conferenze episcopali del continente per la pace,, il messaggio che la Chiesa Cattolica e il Papa hanno voluto dare è stato chiaro. Ovvero l’invito alle classe dirigenti del Vecchio Continente a prendere in considerazione un ruolo più attivo dell’Europa per la pace, per una pace di dignità e che non lasci semi di crisi in un’Europa fragile.

Vaste programme, per citare il generale De Gaulle. Ma ad oggi nessuno in Europa pare avere attenzione per il futuro del Vecchio Continente come centro propulsivo degli affari globali, come area di mondo capace di competere per il portato della sua storia, cultura e influenza quanto l’anziano pontefice venuto “dalla fine del mondo”, spesso considerato dai critici e anche da vari ammiratori come un leader in difficoltà nella comprensione dell’Europa.  Il Pontefice ha chiesto a Vladimir Putin di «fermare, anche solo per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte»; a Volodymyr Zelensky di «essere aperto a serie proposte di pace» e a tutti i «protagonisti della vita internazionale e ai responsabili politici delle nazioni», con implicito riferimento a Stati Uniti e Cina, «di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per porre fine alla guerra in corso». Ma da chi si aspetta una mossa profonda e sistemica? Dall’Europa, investita dal conflitto alle sue periferie e a cui è chiesta una risposta proporzionata. Il sostegno alla legittima difesa ucraina, questo il discorso di Bergoglio elaborato soprattutto attraverso le parole del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, ha un senso se operato con la proporzionalità di un fine politico preciso. Emmanuel Macron ha provato, in alcuni casi, a far suo questo ragionamento, per il resto in Europa ad oggi sembra prevalere il sonnambulismo.

La “dottrina Bergoglio” in Italia

In Italia, al contempo, nel discorso pubblico l’invito del Papa alla pace da intendersi sotto forma di un protagonismo diplomatico europeo, nella consapevolezza di interessi non necessariamente convergenti con quelli degli Stati Uniti, sta avendo molteplici interpreti. L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte ne ha parlato in un’intervista ad Avvenire formulando una sua proposta concreta su come muoversi verso una soluzione di pace: “Pace”, ha detto Conte, “non può essere una parola associata alla debolezza. E le parole di papa Francesco non indeboliscono certo la comunità internazionale”, ha aggiunto. “Finora l’Europa risulta non pervenuta”: purtroppo “appare totalmente appiattita su questa strategia angloamericana, e questo mi preoccupa per gli scenari geopolitici futuri. Stiamo parlando di una guerra su suolo europeo e allo stato anche un eventuale negoziato di pace si svolgerebbe sopra la testa dei nostri Paesi”. 

Per Conte “l’Ue deve farsi promotrice di una conferenza internazionale di pace, da svolgersi in sede europea sotto l’egida delle Nazioni Unite, con il pieno coinvolgimento del Vaticano”. All’ex premier divenuto leader del Movimento Cinque Stelle ha fatto eco, sulla sponda destra del dibattito politico, il giornalista cattolico Antonio Socci ha sottolineato come la via diplomatica del futuro governo italiano di centrodestra, potenzialmente guidato da Giorgia Meloni, possa giocare un ruolo diplomatico da pontiere facendo sponda con la Santa Sede e gli alleati europei: “in rappresentanza dell’Italia la Meloni, stabilendo un forte rapporto con la Santa Sede, cercando interlocutori come Macron e la Merkel, può promuovere nella UE un’iniziativa di pace che finalmente restituisca all’Europa un peso politico, per scongiurare ai nostri popoli sofferenze pesanti e incubi atomici. Questo sì sarebbe vero europeismo. Una rinascita grande della UE”, ha notato Socci su Libero.

Sintomatico che sia Conte che Socci individuino invece in Mario Draghi l’artefice di una strategia politica pro-guerra che allontana l’Italia da un ruolo concreto per una strutturata mediazione di pace. E il dualismo Bergoglio-Draghi, per quanto sicuramente non totalizzante del pluralismo delle opinioni in Italia, può essere una delle chiavi di lettura del posizionamento politico dell’opinione pubblica italiana sulla guerra nei suoi primi sette mesi.

L’incubo atomico

Terzo e decisivo punto della “dottrina Bergoglio” è la presa di consapevolezza del fatto che le grandi potenze siano, in questa fase, in all-in. E dunque della necessità di sminare il terreno per evitare che si arrivi alla frontiera dell’Apocalisse” evocata nel 1975 da Giorgio La Pira, il ricorso all’arma atomica. Bergoglio vede nel 2022 i sonnambuli alla testa delle grandi potenze dirigersi verso un’inevitabile sorte bellicista e come Papa Benedetto XV ai tempi della Grande Guerra e Papa Giovanni XXIII ai tempi della Guerra Fredda cerca una radicale alternativa. Imperniata certamente sul Vangelo, ma capace anche di essere proiezione diplomatica.

Cos’è la “dottrina Bergoglio” se non il primo tentativo di fare breccia nel disordine globale proprio di questa fase gramsciana in cui il vecchio mondo unipolare è declinato ma in cui le promesse del cosiddetto “multipolarismo”, dell’architettura policentrica delle relazioni internazionali, tardano a realizzarsi. Più prosaicamente, Bergoglio, assieme a Parolin, constata l’anarchia mondiale che è contraria alla vocazione diplomatica della Santa Sede, fatta di contrapposizione degli opposti e fine tessitura diplomatica volta a consolidare le premesse per pace e dialogo. In questa fase, l’accorato appello del Papa ha un portato ulteriore, quasi profetico, in cui realismo geopolitico (l’Europa non può essere epicentro di possibili scontri tra grandi potenze), visione escatologica (l’atomica, anche solo evocata, è una sciagura) e diplomazia multilaterale (il Vaticano non ha divisioni, ma ha la credibilità di una grande potenza) si fondono.

Consapevole che la “fine della pace” scatenata dal crollo dell’Unione Sovietica può condurre, nel suo deterioramento, a una fine della Storia ben più tragica di quella descritta da Francis Fukuyama e perennemente controcorrente, pontiere prima ancora che pontefice, Bergoglio offre una rotta contro l’inevitabilità della guerra. Ben più articolata della semplice riduzione a pacifismo dottrinale con cui spesso le sue dichiarazioni sono archiviate sui media. Un vero e proprio “portare la Croce” della propria missione sociale, umana, politica, pastorale. “Per Pietro e gli altri discepoli – ma anche per noi! – la croce è una cosa incomoda, uno scandalo”, diceva Francesco in un Angelus dell’agosto 2020, “mentre Gesù considera scandalo il fuggire dalla croce, che vorrebbe dire sottrarsi alla volontà del Padre, alla missione che Lui gli ha affidato per la nostra salvezza”. Nessun passaggio passato del Papa è tanto saliente quanto questo per descrivere la motivazione per cui la “dottrina Bergoglio” è perseguita dal Papa con ostinazione. E rappresenta l’unica vera via per l’Europa per esser costruttrice di Pace.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e "Kritica Economica" e svolge attività di ricerca presso il CISINT - Centro Italia di Strategia e Intelligence.

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