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Napoleone, colui che fu tutto

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Napoleone

Napoleone, colui che fu tutto

Si dice che la morte sia equa, perché colpisce tutti indistintamente, ma la verità è che lo è e non lo è al tempo stesso. Perché la morte, invero, condanna alcuni alla sempiterna ignominia, seppellendoli nella fossa comune della storia, ma consegna altri, pochissimi altri, al mito, alla leggenda, alla memoria eterna.

Tra quei pochi eletti che nella morte hanno trovato un nuovo inizio, rinascendo ad una vita nuova e immateriale, tanto immanente quanto trascendente, figura Napoleone. Figlio di una Rivoluzione più subita che amata, timoroso di Dio ma carceriere del Vicario di Cristo in Terra, rapito dal mito della Terza Roma eppure invasore della Russia, Napoleone è stato tutto e il contrario di tutto. E lo è stato in meno di un ventennio. Ventennio che, però, avrebbe plasmato in maniera profonda e indelebile i duecento anni successivi.

E per capire qual è l’eredità napoleonica, dato che quest’anno è il bicentenario della sua morte, abbiamo raggiunto e intervistato il politologo Salvatore Santangelo, autore de GeRussia e, insieme a Piero Visani, del più recente “Il volo dell’aquila” (Castelvecchi), una delle novità e delle sorprese editoriali di quest’anno, dedicato proprio alla rilettura di uno dei personaggi più incisivi (e incompresi) della storia dell’umanità.

Professore, lei è co-autore di un recentissimo libro sull’era napoleonica. Partiamo con una domanda generale: cosa resta di quell’età, oggi, a duecento anni dalla morte di Napoleone?


“Come ha affermato Paolo Rubino – proprio recensendo questo volume – di fatto, non possiamo non dichiararci a tutti gli effetti postnapoleonici: l’epopea napoleonica non è più una storia, ma la vicenda di una figura che – a 200 anni dalla morte – si conferma un potente fenomeno storico, geopolitico e sociologico che vince la sua sfida contro il tempo; in vita, milioni di uomini gli sono stati fedeli e altrettanti, successivamente, sono stati irretiti dal suo mito. Con buona pace di Bertolt Brecht, gli uomini hanno bisogno di eroi, di eroi da imitare, figure grazie alle quali riuscire a trascendere se stessi e i propri limiti”.


La storia è nota, ma ripercorriamola. Come e perché nasce il mito napoleonico? Cosa ebbe e fece lui che altri non ebbero e non fecero, pur essendo dei giganti a loro volta (come Klemens von Metternich)?


“In realtà dovremmo rispondere con un’altra domanda: il Napoleone “reale” corrisponde di più alla sua rappresentazione potentemente romantica data da Tolstoj in “Guerra e Pace” (dove l’Imperatore è il casuale prodotto emerso dallo scontro tra popoli) oppure – come riteniamo Visani e io – egli stesso è motore della Storia?

Il personaggio Napoleone è oggetto di molte controversie e – come emerge chiaramente dal racconto I  duellanti di Joseph Conrad (edito nel 1908) – ancora dopo un secolo egli era considerato, quanto meno in Inghilterra, una sorta di “genio del Male”: ambizioso ma anche ambiguo, intrigante, spregiudicato, equivoco; potremmo aggiungere anche dissoluto, ma questo è un attributo che nella società attraversata dalla tempesta rivoluzionaria, che fu anche rivoluzione sessuale, non avrebbe avuto alcun particolare significato.
La politica fu una delle sue passioni non tanto come missione, quanto come passione per il potere: la conquista del potere per la brama di averlo per sé ed esercitarlo.

Il bonapartismo, fu anche un motore che seppe spingere la Rivoluzione nella direzione di un’unità europea sotto un unico grande potere e della trasmissione di certi valori che attengono alla nazionalizzazione delle masse e che intendevano affrancarle dalla sclerotizzata pressione dell’Ancien Régime.

La definizione corrente che si dà del Generale e politico francese è quella di «dittatore democratico», accreditata da Luciano Canfora che ha investigato appunto la sfera del cesarismo/bonapartismo.

Si tratta di una definizione appropriata, ma che merita una chiosa: paradossalmente tutti i dittatori sono democratici nel senso che il loro potere ha come base e principale sostegno il demos, il (volubile) consenso popolare. Questo è l’elemento che distingue il dittatore dal tiranno che si appoggia unicamente sulla forza e sulla repressione.

La nascita delle «democrazie nazionali», già annunciata proprio nella leva di massa rivoluzionaria, ha segnato la fine del mondo antico, ponendo – al termine del XIX secolo – un problema nuovo: coinvolgere nella mobilitazione non solo il “popolo” ma anche le forme “astratte” dello spirito e quelle “concrete” della sfera economica.

Le forze innescate dal processo di industrializzazione si riversano nella dimensione strategica e lo fanno sia sul piano materiale che su quello delle forme della coscienza e dell’ideologia: la vita sociale diventa tutta energia, perché la nuova economia capitalista scioglie i vincoli della società tradizionale con i suoi residui premoderni, abbatte gerarchie e consuetudini, e in questo modo l’atto della mobilitazione diventa radicale.

In quest’ottica, i campi di battaglia europei di Napoleone segnano l’apertura della cosiddetta guerra moderna, totale, di massa e di annientamento: tema che diventerà centrale nella riflessione di Carl von Clausewitz.

Napoleone fu un Cesare in ogni suo gesto sia come condottiero sia come legislatore sia come restauratore di antichi soggetti si pensi al Regno d’Italia che prima di lui era soltanto un’ambizione letteraria vagheggiata da poeti e letterati e che con lui diventa l’embrione di uno Stato con un proprio vessillo e un esercito in nuce.Tutto ciò lo pone chiaramente in una dimensione diversa e non paragonabile con i suoi contemporanei”.


Le lezioni di geopolitica dell’era napoleonica sono valide ancora oggi? Penso alla contrapposizione tra la talassocrazia britannica e le tellurocrazie dell’Europa terrestre, ma anche alle difficoltà di comprendersi con la Russia.


“Il volo dell’Aquila, di fatto, ha generato due fenomeni contrastanti.

Da un lato, ha dato vita a una parabola che ha l’ampiezza di un secolo e mezzo, esattamente 150 anni; una traiettoria strategica che possiamo far iniziare dal momento in cui questo generale di non ancora 30 anni riceve il comando dell’Armata d’Italia e termina nel 1946 quando – con l’inizio della Guerra Fredda – il Continente europeo perde la sua centralità geopolitica.

In questi 150 anni possiamo individuare una costante: l’Anglosfera, fedele al principio strategico di impedire la creazione di un’unica potenza al di là della Manica, non sfida mai frontalmente la Potenza emergente (prima la Francia Napoleonica e poi la Germania) ma ne consuma la forza nella periferia (la Campagna peninsulare, i Balcani, il Mediterraneo) per poi creare le condizioni di uno scontro tra questa (già sbilanciata e dissanguata dalla dispersione delle forze in teatri periferici) e la Russia.

Una dinamica che ha generato sempre uno stesso esito e che torna oggi di grande attualità.

Il secondo fenomeno innescato da quel prodigioso acceleratore della Storia che fu Napoleone attiene alla geografia politica.

Per circa duecento anni, almeno dalla fine della Guerra dei 30 anni, l’Europa aveva trovato un suo equilibrio dinamico attorno a una “zona cuscinetto” che dalla Sicilia risaliva fino alla Danimarca; una fascia divisa in effimere entità politiche troppe volte incapaci di difendersi da sole, ma paradossalmente in grado di sostenere la fragile stabilità del Continente. Facendo perno su di essa, i diversi Stati europei si erano aggregati in quattro macro aree omogenee: l’Europa atlantica, quella Sud-orientale, la Scandinavia e la Russia.

Sono stati gli effetti geopolitici della Rivoluzione francese a mettere in crisi – per la prima volta-  questo paradigma. Nella parabola che va dai campi di battaglia di Arcole, passando per l’apogeo di Austerlitz fino al tramonto di Waterloo, in appena 20 anni, il tragico destino di un uomo che aveva passato la propria vita in movimento, guidando eserciti da un angolo all’altro dell’Europa, divenne quello dei popoli coinvolti; non a caso Hillman ci ricorda che la guerra è il più potente incontro tra le genti.

Con la sua marcia verso Sud (in Italia) e poi verso Est (in Germania, Polonia e Russia), Napoleone I mette in moto energie a lungo sopite che finiscono per sconvolgere e ridisegnare i confini politici dell’Europa.

Per lui è fatale il completamento del processo di “energizzazione” del Regno di Prussia (iniziato con Federico il Grande), destinato di lì a poco a imporsi come una delle principali potenze continentali e vera artefice della sconfitta francese prima a Lipsia (1813) e poi in Belgio nel 1815. Quando Jünger afferma: «Je ne suis pas national, je suis nationaliste»; non fa altro che evidenziare questo grande orientamento storico, vale a dire l’influenza della Rivoluzione francese sulla situazione tedesca: Le guerre di liberazione sono state rese possibili proprio dal fenomeno napoleonico.

Solo cinquant’anni dopo Waterloo, Berlino, a seguito di una nuova, rapida e vittoriosa campagna contro la Francia, riuscì a unificare quasi tutto lo spazio germanofono.

Contemporaneamente fu quasi completata anche la costruzione politica dell’Italia: basti pensare al fatto che il Tricolore italiano fece la sua comparsa nel 1796 come stendardo della Legione Lombarda / Cacciatori a Cavallo, conferito dal giovane generale Bonaparte ai patrioti italiani che – nelle fila rivoluzionarie – si batterono contro l’Impero asburgico. La Legione, composta da 3741 uomini, annoverava tra i suoi ranghi anche Ugo Foscolo e Vincenzo Cuoco.

Nello spazio compreso tra il Mar del Nord e il Mediterraneo prendeva così forma una nuova, complessa realtà.

In particolare la Germania – con la sua enorme produttività, la tumultuosa crescita e per l’assenza di una profondità strategica – era destinata ad assumere il ruolo di potenza “eversiva” dell’ordine europeo.

Impero asbugico, Francia e Russia (dalla Pace di Westfalia) avevano considerato quello spazio – diviso e frammentato – nulla più che una zona cuscinetto su cui scaricare le reciproche tensioni.

Da questo vacuum geopolitico, grazie al genio di Bismarck, avrebbe preso forma la nazione economicamente più dinamica d’Europa, con un potente apparato bellico, ma afflitta da un grave peccato originario: un profondo senso di insicurezza in grado di condizionare in modo determinante le sue opzioni strategiche.

Allo stesso modo, il sentimento preminente dei vicini nei confronti di questo nuovo ingombrante Paese divenne la paura.

Durante il XX secolo, tutta la storia dell’Europa è stata determinata da questi stati d’animo collettivi che, in quanto dettati dalla geografia, purtroppo avevano e hanno una propria razionalità: i leader tedeschi sono sempre stati consapevoli del fatto che non avrebbero mai potuto contrastare un attacco congiunto di Russia e Francia, e allo stesso tempo – percependo l’ostilità dei propri vicini (alimentata da una presenza tanto incombente) – sapevano che, prima o poi, quella tenaglia avrebbe provato a stritolarli.

La Germania non avrebbe mai permesso alla Francia e alla Russia di scegliere come e dove attaccare: guidati dalla propria paura, i tedeschi hanno dato vita a una strategia incentrata sulla deterrenza strategica e sul primato dell’attacco preventivo. E il Reno è diventato – come insegna Giuseppe Sacco – una di quelle «frontiere dell’Europa del sangue versato» per esorcizzare le quali è – tra l’altro – nato quel peculiare esperimento post-storico e post-identitario che è la Comunità europea.

Proprio al tempo delle celebrazioni franco-tedesche di Verdun, il già citato Jünger – invitato all’Eliseo da François Mitterrand – confesserà di avere «la sensazione di essere atterrato nel secolo sbagliato e non nel Paese giusto, di essere atterrato persino sul pianeta sbagliato»; è interessante la risposta del Presidente francese: «Ai tempi di Napoleone sareste senz’altro stato un maresciallo dell’Impero», e la successiva chiosa di Jünger che purtroppo – nel cambiare dei secoli – i marescialli erano diventati «tutt’altra cosa: se penso a Tuchacevskij, se penso a Rommel, non ho nemmeno bisogno di risalire a Ney e a Murat»: quest’ultimi alla fine si erano sacrificati per il loro Napoleone, il russo e il tedesco dal loro Napoleone avevano ricevuto la condanna a morte. La matrice geopolitica di queste vicende mi sembra davvero potente.”

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Classe 1992, è laureato in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all’università degli studi di Torino con una tesi sperimentale intitolata “L’arte della guerra segreta”, focalizzata sulla creazione di, e sulla difesa dal, caos controllato. Presso la stessa università si sta specializzando in Studi di area e globali per la cooperazione allo sviluppo – Focus mondo ex sovietico. I suoi principali campi di interesse sono geopolitica della religione, guerre ibride e mondo russo, che negli anni lo hanno portato a studiare, lavorare e fare ricerca in Polonia, Romania e Russia. Scrive per e collabora con diverse testate, tra cui Inside Over, Opinio Juris – Law & Political Review, Vision and Global Trends, ASRIE, Geopolitical News. Le sue analisi sono state tradotte e pubblicate all’estero, ad esempio in Bulgaria, Germania, Romania, Russia.

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