Giovanni Paolo I e il Medio Oriente: un pontificato breve ma dirompente
Il pontificato di Papa Giovanni Paolo I, durato appena 33 giorni tra il 26 agosto e il 28 settembre 1978, è spesso ricordato per la sua brevità. Eppure, come affermò san Giovanni Paolo II, il valore della missione pontificia dell’ultimo Papa italiano, di cui il 26 agosto si celebra la memoria liturgica come beato, fu tutt’altro che secondaria. Giovanni Paolo II parlò del peso di Albino Luciani come di “inversamente proporzionale alla durata” del suo pontificato.
Questo spiega perché Luciani, a quasi mezzo secolo dalla morte, goda di una grande devozione in seno alla Chiesa e sia ricordato dai suoi successori come un pontefice tutt’altro che secondario nonostante la prematura fine del suo periodo pontificio: è consapevolezza collettiva il fatto che nel cuore di quelle poche settimane si intrecciarono messaggi, gesti e iniziative che seppero lasciare il segno. Le mosse di Papa Giovanni Paolo I, in particolare, dimostrarono che il pontefice, asceso al soglio di Pietro in un contesto critico per gli scenari globali, manifestava una sensibilità straordinaria per la pace e per le relazioni internazionali, in particolare verso il Medio Oriente.
Di seguito intendiamo divulgare quanto ricostruito dal prezioso lavoro di Loris Serafini, direttore della Fondazione Papa Luciani di Canale d’Agordo ONLUS e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I, che studiando il breve ma dinamico periodo al soglio pontificio del “Papa del sorriso” ha riportato alla luce la profondità di questo impegno, aiutandoci a comprendere meglio come Papa Luciani, pur in così poco tempo, seppe parlare al mondo con una forza sorprendente.
Il Papa del dialogo internazionale
La diplomazia pontificia si mise in moto già nel contesto della solenne Messa di inizio del ministero petrino, celebrata il 3 settembre 1978. Per assistere all’avvio del pontificato dell’ex patriarca di Venezia tra i rappresentanti ufficiali figuravano esponenti di primissio piano del mondo politico mediorientale. Sedevano ad assistere alla celebrazione in Piazza San Pietro, infatti, il ministro egiziano Abdel Monein el Sawi, l’ambasciatore israeliano Zeev Shek e il presidente libanese Elias Sarkis, seduti vicino al vicepresidente americano Walter Mondale, inviato in rappresentanza dell’amministrazione di Jimmy Carter testimoniava il ruolo che la Santa Sede continuava a giocare come punto di riferimento globale.
Il giorno seguente, Luciani ricevette le delegazioni ufficiali presenti in Vaticano. Il neo-insediato pontefice, parlando in francese, sottolineò che la Chiesa non offriva “soluzioni miracolistiche”, ma desiderava collaborare “al servizio della giustizia, dello sviluppo e della pace”. Una presa di posizione sul solco della lezione del Concilio Vaticano II e che impostò un approccio pontificio poi ripreso dai successori: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV. Parlando con il vicepresidente Mondale, Luciani mostrò grande interesse per i negoziati di Camp David, allora in corso, che avrebbero portato pochi mesi dopo alla storica pace tra Egitto e Israele.
La preghiera per Camp David
Nelle sue udienze e nei suoi Angelus, Papa Luciani tornò più volte sul tema mediorientale. Il 6 settembre chiese ai fedeli di pregare per il successo del vertice di Camp David, ricordando il dolore di israeliani, palestinesi e libanesi e invocando una pace “giusta e completa”, capace di dare risposta a tutte le questioni aperte: dal problema palestinese alla sicurezza di Israele, fino allo status di Gerusalemme.
Il 10 settembre sottolineò con commozione il valore della preghiera condivisa tra i leader coinvolti — Carter, Sadat e Begin — vedendovi un segno di speranza per l’intera umanità.
Carter: “Ispirato dalle sue preghiere”
Il presidente degli Stati Uniti, che è bene ricordare allora non avevano ancora stabilito relazioni ufficiali col Vaticano, riconobbe personalmente l’importanza spirituale dell’appoggio di Papa Luciani alla causa della pace e, in una lettera inviata al Pontefice dopo la firma degli accordi di Camp David, lo dimostrò apertamente. Parlando al Papa Carter confessò di aver tratto “grande ispirazione dalle sue preghiere” volte a sostenere gli sforzi per la pace e la convivenza tra i popoli. Il Papa rispose il 21 settembre, auspicando che quei risultati diventassero “un passo importante sulla via della riconciliazione definitiva”.
In quello stesso mese, nell’udienza generale dedicata alla virtù della speranza, Luciani ricordò le parole di Gesù riportate da Carter al Congresso americano — “Beati i facitori di pace” — e invitò i cattolici a tradurle in azione concreta.
Una missione mancata: il viaggio in Libano
Papa Giovanni Paolo I coltivava il progetto di un viaggio apostolico in Libano, dilaniato dalla guerra civile. Il patriarca maronita Antoine Khoraiche testimoniò che Papa Luciani gli aveva confidato il desiderio di recarsi di persona per favorire la riconciliazione. Una missione che la sua morte improvvisa non gli permise di compiere, ma che rivela la concretezza del suo desiderio di pace. I semi gettati allora potrebbero germogliare oggi, quando il Medio Oriente è nel pieno di una spirale bellica senza precedenti da mezzo secolo, con il viaggio di Leone XIV di cui si sta parlando.
L’eredità di un Papa della speranza
Anche nell’ultimo Angelus, il 24 settembre, Giovanni Paolo I lanciò un messaggio che trascendeva la cronaca dei giorni: “Non la violenza può tutto, ma l’amore può tutto”. Era la sintesi di un pontificato brevissimo ma densissimo, capace di unire spiritualità e attenzione ai drammi del mondo.
Non stupisce che, ai suoi funerali, le delegazioni di Stati Uniti, Israele, Egitto e Libano fossero presenti, quasi a suggellare con la loro partecipazione la gratitudine per un Papa che, pur per poco, aveva dato voce alla speranza di pace in una terra lacerata.
Un’eredità ancora viva
Grazie al lavoro di studiosi come Loris Serafini, oggi possiamo guardare al pontificato di Papa Luciani non solo come a una parentesi, ma come a un seme. Un seme che ha mostrato al mondo quanto anche pochi giorni di magistero possano incidere profondamente sulla storia della Chiesa e sulle relazioni tra i popoli e avviato una profonda riflessione diplomatica – e potremmo dire geopolitica – nella Chiesa cattolica, sempre più attiva con i suoi successori a lavorare per governare le crisi della globalizzazione e a impegnarsi per la pace e la convivenza. La “pace disarmata e disarmante” di cui parla l’attuale pontefice ha avuto un precursore nel magistero del Papa bellunese, a cui tutti i suoi successori si sono consapevolmente ispirati.