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Transizione demografica: Un calo continuo come elemento di riflessione

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Transizione demografica: Un calo continuo come elemento di riflessione

La portata e la pervasività dei fenomeni demografici in atto nel nostro Paese, soprattutto se confrontati con quelli che avvengono contemporaneamente in altri paesi anche europei, è tale da mettere alla prova, in maniera significativa, l’intero sistema di produzione di beni e servizi, sia il tasso di innovazione che il sistema di welfare, il mondo economico in generale.

Secondo l’ultimo report Istat, La dinamica demografica del 2021 continua a essere negativa. Al 31 dicembre 2021 la popolazione residente in Italia era di 58983122 persone, 235091 in meno del 202 (-0,4%), alle conseguenze dirette e indirette dell’epidemia da Covid19 osservate nel 2020 (drammatico eccesso di mortalità, forte contrazione dei movimenti migratori, quasi dimezzamento dei matrimoni celebrati), nel 2021 si aggiungono gli effetti recessivi dovuti al calo delle nascite, che scendono sotto la soglia di 400 mila, facendo registrare un nuovo minimo storico in Italia.

Ma perché deve essere questo il dato più preoccupante Il fenomeno che più preoccupa soprattutto in chiave futura presente nel nostro Paese?

Perché parallelamente è aumentata la speranza di vita, nonostante nascano meno bambini, mediamente le persone sopravvivono più a lungo, per le economie avanzate ciò si traduce in una pronunciata difficoltà nel mantenere i sistemi di previdenza sociale, soprattutto nella loro capacità di garantire pensioni o altri servizi a fronte di un aumento di quella che viene definita domanda di salute da parte della popolazione più anziana. 

Il tasso di natalità è da anni in riduzione ed ormai in decisa caduta libera dal 2015, anno in cui per la prima volta il numero dei nati vivi non ha più superato la soglia simbolica dei 500.000.  Si tratta di un fenomeno rilevante, in parte dovuto agli effetti “strutturali” indotti dai concreti cambiamenti della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra i 15 e i 49 anni. In questa fascia di popolazione, le donne italiane, sono sempre meno numerose: da un lato le baby-boomers (ovvero le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima degli anni Settanta) stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o si stanno avviando a concluderla); dall’altro le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti. 

La gran parte del fenomeno della denatalità ha altre spiegazioni, secondo Maurizio Franzini, Professore ordinario di politica economica presso l’Università Sapienza di Roma, dove in base a Diverse indagini condotte in Italia, Francia e altri Paesi rilevano un gap tra il desiderio apparente di fertilità e quello che poi effettivamente accade, in una sua intervista del 2020 affermava  come ciò significhi che: « non sono le preferenze a limitare il numero di figli ma i “vincoli”: l’elemento di maggiore insicurezza deriva dalla precarietà lavorativa e sociale. Non è tanto il fatto di guadagnare poco o molto adesso ma il rischio di vedere interrotto quel flusso di reddito negli anni a venire e di perdere il lavoro in seguito a una maternità. Quella relazione diretta tra fare un figlio e rischiare il posto di lavoro induce a ridurre il numero di gravidanze che si affrontano nel corso della vita». 

La fragilità globale della condizione giovanile ha una sua radice di natura occupazionale: senza un recupero dell’occupazione e senza prospettive stabili di lavoro, dunque, la natalità difficilmente potrà ripartire. 

Occorre, così, invertire una tendenza, cercando di aiutare a conciliare gli aspetti della vita, le esigenze della famiglia, del lavoro, realizzando un percorso omogeneo su tutto il territorio, in grado di garantire la sicurezza del percorso di nascita. oggi, più di ieri, è un’esigenza a cui il Sistema politico ed Economico devono rispondere per tempo, altrimenti quello che viene visto e pensato come un cambiamento ci metterà ben poco a trasformarsi in una minaccia.

Nato a Bari nel 1989, attualmente socio della sua azienda di Famiglia, laureato in magistrale in Economia e Management presso L’Universita Degli Studi Di Bari, con tesi sul passaggio generazionale in azienda, decide di non abbandonare questo tema vivace e attuale ponendo l’accento sul lato psicosociale dello stesso e sulle implicazioni di questa scelta.

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