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Il ritorno del “Cristo d’Europa”: la Polonia nell’era Kaczynski

Polonia Kaczynski

Il ritorno del “Cristo d’Europa”: la Polonia nell’era Kaczynski

Anche la Polonia è analizzata nel novero dei Paesi che stanno guardando “oltre l’Occidente” nel dossier tematico di Emanuel Pietrobon. Scopriamo come l’agenda politica del PiS di Jaroslaw Kaczynski guardi con interesse agli insegnamenti della storia polacca e a figure simbolo come Papa Giovanni Paolo II e Josef Pilsudski.

All’interno dell’Unione Europea è sorta una nuova potenza e, curiosamente ma non sorprendentemente, non proviene dall’appendice occidentale e avanzata del continente. Questa  potenza è dotata di una politica estera autonoma da Bruxelles, un’economia florida e in continua espansione da oltre un decennio e una società vibrante, in pieno fermento identitario. Le sue capacità di rivoluzionare gli affari regionali sono tali che è proprio ad essa che sta guardando l’amministrazione Trump con il doppio obiettivo di erodere l’egemonia tedesca nell’Ue e di portare a zero l’influenza russa nell’Europa centro-orientale. Questa potenza – si condivida o meno tale visione – che è basata sulla realtà fattuale – è la Polonia di Diritto e Giustizia (PiS).

Mentre l’Ungheria di Fidesz è il cuore pulsante della rivoluzione populista, conservatrice ed euroscettica che ha iniziato a germogliare nel dopo-crisi economica del 2007-08, la Polonia di PiS ne rappresenta il polmone. Viktor Orban e Jaroslaw Kaczyński sono i due teologi che hanno contribuito a dare una legittimazione ideologica e storica ai loro progetti politici, riuscendo nell’obiettivo di renderli accattivanti e attraenti agli occhi delle rispettive opinioni pubbliche.

Il fenomeno Orban, piaccia o meno, come abbiamo dimostrato su queste colonne, non è da leggere come qualcosa di estemporaneo e destinato ad esaurirsi in breve tempo, non è un incidente di percorso, perché il secondo partito più popolare di Ungheria è Jobbik, un partito neonazista recentemente riciclatosi di destra moderata – ma comunque identitaria e conservatrice – e non è da trascurare la nascita di Mi Hazank, fondato di recente da ex membri di Jobbik e già in costante crescita.

Il fenomeno PiS, allo stesso modo di Fidesz, non si può analizzare pienamente senza capire ciò che è realmente: il riflesso della Polonia profonda, una nazione con alle spalle una storia millenaria che ha contribuito nei secoli alla difesa della cristianità e che, dopo oltre due secoli di oblìo forzato, sta reclamando il proprio legittimo posto in Europa.

L’ideologia di PiS, mescolante conservatorismo, panslavismo e nazionalismo cattolico, ha conquistato il 37.6% dell’elettorato alle parlamentari del 2015 e il 43.6% dell’elettorato alle parlamentari del 2019 – una cifra che è entrata nella storia della Polonia postcomunista, trattandosi della percentuale più alta mai ricevuta da un singolo partito dal 1989 ad oggi.

Non è da trascurare, anzi va osservato obbligatoriamente, che la destra conservatrice non è soltanto PiS. Nel 2015, il Partito Popolare e Korwin hanno ottenuto rispettivamente il 5.13% e il 4.76%; quattro anni dopo hanno quasi raddoppiato i voti – a detrimento della sinistra, non di PiS – ottenendo rispettivamente l’8.5% (il Partito Popolare ha formato la Coalizione Polacca) e il 6.78% (Korwin ha dato vita a Confederazione).

Dati alla mano, con riferimento le parlamenti dell’anno scorso, il fronte della destra conservatrice gode del supporto del 58,8% dell’elettorato – ed è un dato in crescita vertiginosa rispetto al 2015, quando si attestava al 47,49%. Questi numeri assumono una rilevanza ulteriore se si considera che il trio PiS–Coalizione–Confederazione è stato votato da due terzi dei giovani alle parlamentari del 2019 – una smentita molto netta del falso mito che associa il “voto populista” ad anziani e analfabeti.

Eppure, nonostante i numeri, a partire da luglio si è diffuso improvvisamente un clima di alta tensione nelle principali città del Paese per via della questione Lgbt; tensione che ha preso la forma di disordini violenti nel pomeriggio di venerdì 7 agosto. Da allora si sono moltiplicate le azioni di disturbo di attivisti/e della galassia lgbt e anarco-femminista, soprattutto nei confronti dei luoghi di culto cattolici, e non stanno mancando le occasioni di scontro e contatto fisico con i contro-manifestanti.

Il ritorno della Polonia nella storia

La domanda è d’obbligo: che cosa sta accadendo in Polonia? Innanzitutto, per capire il fenomeno PiS, inclusa la sua agenda egemonica nello spazio est-europeo, è necessario riaprire i libri di storia: la Polonia non è mai stata un attore geopolitico irrilevante nella storia d’Europa, anzi è vero il contrario.

Furono i polacchi a minacciare l’esistenza dell’impero russo, entrando a Mosca nel 1610 e mantenendone il controllo per due anni, e a fermare definitivamente l’avanzata ottomana in Europa, inviando un battaglione di ussari alati (Husaria) a Vienna per combattere la storica battaglia dell’11 settembre 1683. Il polacco era la lingua di uno degli attori statuali più importanti e potenti dell’Europa pre-napoleonica: la Confederazione polacco-lituana.

Ad ogni modo, la confederazione entrò in un vortice di declino fino a scomparire dalle carte geografiche fra il 1772 e il 1918. Rinata nel primo dopoguerra grazie a Woodrow Wilson, la nuova Polonia non fece in tempo ad assaggiare la libertà che nel 1939 fu invasa da Germania nazista e Unione Sovietica, rivedendo la luce dell’indipendenza soltanto nel 1989.

Rinasce il “Cristo d’Europa”

Per capire la visione di PiS, e il motivo per cui l’opinione pubblica ne sostiene il disegno identitario e geopolitico, è obbligatorio fare una sosta nel periodo interguerra. Fu proprio in questo breve arco di tempo che fu partorita la visione che oggi sta guidando l’agenda estera ed identitaria di PiS: l’Intermarium (Międzymorze).

Si tratta di una dottrina che definire geopolitica è oltremodo riduttivo, quindi errato, perché al suo interno si mescolano ragioni storiche (il sogno di far risorgere la confederazione polacco-lituana) e moventi etnici (rubare lo scettro del panslavismo alla Russia e riunire i popoli baltici e dell’Europa centro-orientale sotto la bandiera polacca).

Fu elaborata da Józef Piłsudski, il padre della Polonia moderna, che, intimorito dal pensiero di un perenne accerchiamento russo-tedesco, credeva che la Polonia avrebbe dovuto investire ogni risorsa umana, economica e diplomatica nella ricostituzione dell’antico regno polacco, anche in maniera informale, creando un’unione inossidabile con il vicinato composto dalle attuali Bielorussia, Ucraina e Lituania (ed Estonia e Lettonia). La storia si sarebbe ripetuta, la Polonia inghiottita di nuovo da russi e tedeschi, i cattolici perseguitati per la loro fede, il Cristo d’Europa sarebbe morto di nuovo. Il tempo gli ha dato ragione e la Polonia ha rivisto la luce della libertà e dell’indipendenza soltanto nel 1989.

I primi due decenni di indipendenza non sono stati monopolizzati dal puro europeismo e dall’incanto liberale, come si crede erroneamente, perché è proprio in quegli anni che nasce e cresce PiS, all’ombra dell’egemonia politico-culturale di Piattaforma Civica. Il fenomeno PiS non nasce all’improvviso nel 2015: era già ben sedimentato nella Polonia profonda nei primi anni 2000. Basti pensare che appartenente a PiS era Lech Kaczyński, il popolarissimo presidente deceduto nel controverso incidente aereo di Smolensk del 2010.

Da allora il timone è passato a suo fratello gemello, Jaroslaw, l’amato-odiato padrino del conservatorismo polacco, l’eccentrico misantropo che odia l’Occidente e ama soltanto un popolo, il suo, essendo un convinto sostenitore del cosiddetto eccezionalismo polacco, una scuola di pensiero secondo cui la Polonia è stata destinata, forse per volontà divina, a lasciare un’impronta indelebile nella storia dell’umanità. Eccezionalisti erano, ad esempio, Zbigniew Brzezinski, il teorico della geopolitica della fede al servizio di Carter e Reagan che ha sconvolto l’Europa centro-orientale e l’Afganistan, e Giovanni Paolo II, al secolo Karol Józef Wojtyła, il Papa venuto dal freddo che, pur “non avendo divisioni” (parafrasando Stalin), portò l’Unione Sovietica al collasso.

Se PiS vincerà la battaglia culturale più dura, ovvero quella dei diritti Lgbt e dell’ideologia di genere – all’interno della quale si è intromessa l’Unione Europea e l’internazionale della sinistra radicale – è altamente probabile che i sogni di grandezza di Piłsudski, Wojtyła e Kaczyński non resteranno tali, ma potranno concretizzarsi. Del resto, è proprio questo che sta avvenendo: la Polonia è l’asse portante dell’alleanza Visegrad e ha costruito un’egemonia informale che si estende dall’area baltica al mar Nero, avendo messo in piedi dei partenariati strategici con Lituania, Lettonia, Estonia e Ucraina – da qui l’interesse per la Bielorussia – ed essendo la mente di progetti ambiziosi come l’Iniziativa dei Tre Mari e l’E40.

Uno scenario politico in consolidamento

In breve, l’ambizione di PiS, che è condivisa da quel 58,8% di elettori e dai due terzi dei giovani si identificano con la destra conservatrice, è di fare della Polonia un baluardo della cristianità e il cuore pulsante di un mondo nel mondo, un conglomerato slavo-baltico che si trova in Occidente soltanto per ragioni geografiche, ma non culturali.

I numeri e l’analisi degli eventi possono essere utili per dare un’idea generale del quadro, ma per viziare il meno possibile la ricostruzione del fenomeno PiS, rendendola quanto più originale e prossima alla realtà, abbiamo richiesto il contributo di Edgar Kobos.

Kobos è un giovane lobbista e diplomatico, formatosi tra Varsavia e Francoforte, che recentemente è stato decorato di una medaglia al valore dalla Croce Rossa Polacca ed è stato selezionato per guidare la delegazione giovanile della Repubblica di Polonia alle Nazioni Unite.

Il blocco della destra ha vinto il 47,49% dei voti alle parlamentari del 2015 e il consenso è salito al 58,8% alle parlamentari del 2019. PiS è stato il partito più votato in ogni elezione, oltre che la forza-guida della destra. Secondo i dati, due terzi dei giovani avrebbero votato per un partito di destra. Puoi spiegarci perché la gioventù polacca sembra particolarmente attratta dalla destra, mentre nel resto dell’Unione Europea prevalgono simpatie liberali?

È vero: dal 2014, Diritto e Giustizia (PiS), è il vincitore indiscusso di ogni tornata elettorale che ha avuto luogo in Polonia. PiS, inoltre, gode anche del maggiore supporto in ogni gruppo demografico, con l’eccezione delle grandi città. Una caratteristica, che potremmo definire “speciale”, è appunto il consenso eccezionalmente alto di cui PiS gode tra le giovani generazioni. Non sono sorpreso da quanto avviene nella gioventù dell’Unione Europea, in particolare in quella dell’Europa occidentale, ossia del supporto per forze e partiti di sinistra. Perché? Ecco, vi sono molte ragioni alla base di questa differenza, ma vorrei portare alla vostra attenzione qualcosa che distingue i giovani polacchi dai giovani europei. Sto parlando del programma Erasmus+ e delle sue varie forme.

Questo programma genera numerosi introiti a diversi beneficiari, migliora lo sviluppo complessivo della persona, l’apprendimento di nuove culture, lingue e competenze. Uno dei propositi principali dei creatori dell’Erasmus+ era la costruzione di una società europea multiculturale e il programma si è rivelato uno strumento eccezionale nel conseguire tale obiettivo – perché funziona perfettamente, al di là dell’effettiva cooperazione intraeuropea fra i Paesi che vi partecipano.

In Polonia questo programma sta iniziando adesso a riscuotere popolarità, mentre in altri Paesi, specialmente dell’Europa occidentale, è stato popolare per molti, molti anni.

Riguardo le altre ragioni, menzionerei le atrocità della seconda guerra mondiale – che vengono trasmesse di generazione in generazione – e che rappresentano un’attualità per le realtà dell’Europa centro-orientale, e l’incidente di Smolensk del 2010.

Un’altra ragione per la grande simpatia che provano i giovani per PiS credo sia, molto banalmente, l’orgoglio nazionale: i polacchi sono fieri di essere tali, delle caratteristiche della loro nazione. Lo stereotipo del polacco alcolista, il perdente che viaggiava all’estero per fare lavori logoranti e poco retribuiti, è una cosa del passato. Oggi i polacchi stanno rimpatriando, e con loro stanno arrivando anche cittadini di paesi dell’Europa occidentale afflitti da profonde crisi economiche, come l’Italia.

I giovani polacchi di oggi considerano se stessi figli di una nazione ambiziosa, intraprendente e coraggiosa, e possiedono un forte attaccamento all’identità nazionale. E il senso dell’identità e la glorificazione delle peculiarità nazionali sono i punti più importanti del programma ideologico di PiS.

Circa il 60% dell’elettorato attivo supporta le forze di destra ma Andrzej Duda ha vinto la corsa presidenziale per un pugno di voti. Che cos’è successo?

Sì, è vero, la maggioranza dell’elettorato polacco è composto da persone che si identificano nella visione del mondo promossa dai partiti di destra. Ad ogni modo dovrebbe essere ricordato che PiS, e più in esteso la Destra Unita, ossia la coalizione tripartitica sulla quale si regge l’attuale esecutivo (PiS ha 200 deputati, gli altri due quasi 40), non rappresentano l’unica destra. Vi è un partito di estrema destra in Polonia, Confederazione, alla guida di una coalizione di partitelli di destra, che possiedono una visione del mondo altrettanto chiara. Ecco, per questa parte di elettorato, Andrzej Duda, il candidato supportato da PiS, non “è abbastanza a/di destra”.

Inoltre, alcuni elettori della destra polacca non condividono il programma di assistenza sociale sviluppato da PiS e supportato da Duda. In Polonia va anche di moda “essere contro”, cosa che spiega la tendenza a non votare, anche fra chi si identifica come di destra, al di là di chi sia al potere al momento delle elezioni.

Tutte le interviste dell’Osservatorio Globalizzazione.

Dibattito sull’Occidente

Classe 1992, è laureato in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all’università degli studi di Torino con una tesi sperimentale intitolata “L’arte della guerra segreta”, focalizzata sulla creazione di, e sulla difesa dal, caos controllato. Presso la stessa università si sta specializzando in Studi di area e globali per la cooperazione allo sviluppo – Focus mondo ex sovietico. I suoi principali campi di interesse sono geopolitica della religione, guerre ibride e mondo russo, che negli anni lo hanno portato a studiare, lavorare e fare ricerca in Polonia, Romania e Russia. Scrive per e collabora con diverse testate, tra cui Inside Over, Opinio Juris – Law & Political Review, Vision and Global Trends, ASRIE, Geopolitical News. Le sue analisi sono state tradotte e pubblicate all’estero, ad esempio in Bulgaria, Germania, Romania, Russia.

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