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India, una potenza misteriosa e fragile. Conversazione con l’ambasciatore Lorenzo Angeloni

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India, una potenza misteriosa e fragile. Conversazione con l’ambasciatore Lorenzo Angeloni

Nonostante l’indubbio peso specifico dell’India nel contesto globale (dal punto di vista demografico, economico, strategico), di questo gigante si conosce ancora relativamente poco in Italia. Se ne è parlato in alcune occasioni particolari, come ad esempio nel caso dei marò, o per l’esplosione della variante Delta del Covid. Manca ancora, però, un’attenzione sistematica.

Approfittando della sua disponibilità, abbiamo allora contattato Lorenzo Angeloni, diplomatico di lungo corso della Repubblica che a Nuova Delhi è stato tra il 2015 e il 2019, ricoprendo dal 2016 l’incarico di ambasciatore di grado, e che attualmente è alla guida della Direzione generale per la promozione del sistema Paese del Ministero degli Esteri.

Con l’ambasciatore Angeloni abbiamo fatto una chiacchierata sulle prospettive a breve e lungo termine del colosso guidato da Narendra Modi.

A fine 2019 Lei si è congedato da Nuova Delhi per tornare alla Farnesina. Poco tempo prima Modi aveva trionfato alle elezioni indiane, ottenendo il suo secondo mandato da presidente. Che Paese ha lasciato quando è tornato in Italia? Qual era il clima generale, quali le sfide aperte?

Molte aspettative e sicuramente alcune sfide di grande rilievo. La crescita economica era ciò che Modi aveva promesso con grande enfasi, forte dei risultati del suo precedente quinquennio. Subito dopo le elezioni venne lanciato l’obiettivo di raggiungere i 5.000 miliardi di PIL entro la fine della legislatura, ovvero posizionare il Paese tra le tre principali economie mondiali. Le sfide: prima tra tutte gestire le richieste ataviche e impellenti dell’India rurale, dove centinaia di milioni di persone trascorrono la vita statisticamente sopra la soglia della povertà ma giorno per giorno sull’orlo della sussistenza. Senza contare la necessità di assorbire nel mercato del lavoro il più alto numero di giovani al mondo negli anni a venire, assicurando al paese i benefici della straordinaria struttura demografica a piramide che l’India presenta in questi anni. Poi il Covid ha spazzato via gli obiettivi ambiziosi e reso ancora più acuta la gestione delle sfide.

Infatti: la pandemia ha avuto un impatto pesantissimo. Crollo del Pil, esplosione della povertà, scioperi di massa e, come se non bastasse, l’esplosione della variante Delta. Quanto in profondità può incidere tutto questo sul percorso di sviluppo del Paese e quali sono le chiavi per farlo ripartire?

Il rallentamento della crescita è stato inevitabile e in linea con quanto è accaduto ovunque nel mondo. Purtroppo come sappiamo il Paese è ancora alle prese con una fase intensa di diffusione del virus, e ha dovuto passare attraverso momenti drammatici come ad esempio la mancanza di ossigeno nelle strutture ospedaliere delle grandi città. Ripartirà, ma è difficile oggi fare stime sul quanto e quando.       

Proprio la gestione caotica del Covid, rapportata a quella cinese (il luogo dove tutto ha avuto inizio), può essere letta come un segnale che all’India mancano ancora degli step prima di diventare una superpotenza globale?

Sicuramente il paragone con la Cina non è appropriato; non lo è mai stato a mio avviso, neanche quando tra il 2004 e il 2009 alcuni autorevoli osservatori accomunavano le prospettive di crescita dei due giganti. La Cina è nettamente su un altro livello e tutti gli indicatori lo mostrano chiaramente. Certo, nel primo mandato Modi ha alzato il rating del Paese, in un contesto internazionale multipolare, dove l’India sembra oggi disposta a muoversi senza preclusioni ideologiche andando a ricercare relazioni basate sul principio che viene definito transazionale, superando le posizioni ideologiche delle epoche precedenti.      

Vorrei approfondire proprio i rapporti con la Cina, che sono insieme competitivi e collaborativi. Cina e India sono rivali strategici, le scaramucce di confine tra i due eserciti sono all’ordine del giorno e l’India fa anche parte del piano di contenimento marittimo cinese propiziato dagli Stati Uniti. Poi però i due giganti dialogano abitualmente nei vertici BRICS e SCO. Quale dei due aspetti è secondo Lei destinato a prevalere?

In India sanno perfettamente che le controversie ci sono e sempre ci saranno; sono altresì convinti che vada fatto di tutto affinchè le controversie non diventino dispute e venga mantenuto un equilibrio  che non comprometta le ambizioni indiane di crescita.  

Come procede invece la situazione col Pakistan, che è probabilmente la più preoccupante per la stabilità regionale?

Modi ha adottato politiche vieppiù muscolari verso il Pakistan, distinguendosi all’inizio più nei toni e nel secondo mandato anche con alcuni fatti di rilievo (per esempio il nuovo regime di gestione delle aree confinanti). Una delle ferite non rimarginate del secondo dopoguerra, che non credo potrà essere risolta negli immediati anni a venire.    

In ambito internazionale l’India ha avuto fin dall’indipendenza spazi di manovra molto ampi. Quali sono le direttrici che segue Nuova Delhi nel campo delle relazioni diplomatiche?

In parte ho già risposto sopra (vedi la definizione di principio transazionale). L’India, comunque, vanta storicamente enormi simpatie a livello internazionale e Modi ha saputo muoversi bene sulla base di tale patrimonio. Non c’è dubbio che l’enfasi posta nel secondo mandato sui temi dell’agenda induista cari alla base del partito rischia di intaccare tali simpatie.   

Veniamo ai rapporti con l’Italia. Giudica soddisfacente la chiusura definitiva del caso dei marò (che ha avuto modo di seguire di persona) con il risarcimento pagato dallo Stato italiano alle famiglie dei pescatori uccisi?

È una vicenda che si è trascinata per troppo tempo, e certamente è bene per tutti che si sia conclusa. Con il ritorno in patria di Girone (Latorre era stato autorizzato dagli Indiani al rientro già a fine 2014 a causa della malattia che lo aveva colpito), si era di fatto conclusa la fase acuta della crisi, al punto tale che tra il 2017 e il 2018 ben due Presidenti del Consiglio (Gentiloni prima e Conte poi) si sono recati a Delhi in visite ufficiali.     

Quanto ha impattato questa vicenda sui rapporti con il nostro Paese e come sono ripartiti?

Quattro anni di congelamento totale delle relazioni (gli Indiani rinunciarono perfino al padiglione nazionale a Expo Milano 2015), molte occasioni perse, un enorme lavoro di ricucitura che ha portato via tempo. Ma ormai tutto ciò appartiene, per fortuna, al passato.

Quanto sono ampi ora gli spazi di collaborazione e di interscambio tra India, da una parte, e Italia ed Unione europea dall’altra?

Con noi (come con altri importanti membri dell’Unione) gli spazi a disposizione sono immensi, in tutti i settori che oggi sono diventati strategici, a cominciate da quelli della transizione ecologica. Una classe media in formazione, che passato il Covid riprenderà a crescere e che guarderà sempre più ai nostri prodotti. Con l’UE il discorso è più complesso, con luci (la sicurezza, il contrasto al terrorismo) e ombre (un negoziato interminabile sull’accordo di libero scambio che non immagino possa  sbloccarsi a breve).    

Infine, a margine, vorrei chiederLe una riflessione sull’omicidio in Congo, avvenuto pochi mesi, fa del Suo collega Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista congolese in circostanze ancora da chiarire pienamente. Una tragedia che ha avuto un grande impatto sull’opinione pubblica. Qual è la Sua valutazione complessiva sul caso ad alcuni mesi di distanza?

Luca Attanasio era un giovane collega che ha servito lo Stato in sedi difficili, non solo dal punto di vista della sicurezza. Ho avuto modo personalmente di apprezzarne lo spirito di iniziativa, e a breve lanceremo un programma che aveva propiziato con le sue riflessioni, a favore delle PMI che desiderano rivolgersi al mercato africano. Non c’è dubbio che ci sono numerose sedi in cui il mestiere che facciamo presenta dei rischi; ne siamo consapevoli e affrontiamo quelle situazioni con la massima attenzione e dedizione al servizio del Paese. Però sul caso Attanasio nello specifico non posso esprimermi, poiché c’è un’indagine in corso e non conosco il dossier.

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Giornalista con alle spalle una formazione giuridica, culminata in una laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia. Appassionato di storia, politica ed economia, ma anche di argomenti pop quali sport, enogastronomia e musica rock. Libero pensatore.

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